mercoledì 12 marzo 2014

I doganieri, i leviti, la Croce Rossa e noi di fuori


I doganieri, i leviti, la Croce Rossa e noi di fuori

 
 

  Di questi tempi circolano delle immagini con le quali si vuole rappresentare il dibattito che c'è, talvolta dialogo e talvolta esplicito contrasto, nel campo di come dev'essere la nostra collettività religiosa in ciò che fa nella società in cui è radicata. Ci sono, si dice, quelli che fanno come i doganieri, le guardie di frontiera, e, posti ai confini del nostro mondo, valutano chi chiede di entrare e decidono se lo può fare e che cosa può portare dentro e quelli che fanno come la Croce Rossa dopo una battaglia, accorrono e prestano soccorso senza guardare se uno lo merita  o non, se uno è dei loro o di  quegli altri, guardano solo alle ferite di chi è caduto e si adoperano per prestare soccorso, al modo del samaritano  del racconto evangelico. Fino a qualche tempo fa, si osserva, nella nostra collettività religiosa si seguiva il modello del doganiere, mentre ora si è autorevolmente spinti verso quello della Croce Rossa. E invece di rimanere a presidiare le frontiere dei nostri spazi liturgici, si è esortati a uscire per prestare soccorso a chi è rimasto colpito sui campi di battaglia della vita. Queste immagini per descrivere modelli diversi di impegno religioso nella società sono accumunate dal presentare la prospettiva di chi, vivendo all'interno  degli spazi liturgici, guarda verso l'esterno: essa è propria del clero, dei religiosi e di coloro che, individualmente o come parte di gruppi laicali, li affiancano e coadiuvano in quello che potremmo definire  il servizio del Tempio. E' quindi, tutto sommato, una visione clericale, senza voler dare  a questo termine il senso negativo che in genere lo accompagna, ma solo intendendo rendere l'idea del punto di osservazione da cui si parte per ragionare quando si parla di uscita. Il fatto che essa sia fatta propria anche da laici si spiega perché sempre più, dato il ridursi delle vocazioni sacerdotali e religiose a l'aumentare del gregge, i laici sono coinvolti nel servizio del Tempio con varie mansioni, che vanno dalla catechesi e dalla formazione permanente, all'esercizio della carità, al servizio propriamente liturgico, e che non sono più marginali, ma sempre più rilevanti. Quando esse sono esercitate nel quadro delle attività di gruppi molto coesi e gerarchicamente strutturati, al modo di congregazioni, confraternite e simili, queste aggregazioni laicali vengono un po' a presentarsi con alcuni caratteri che erano propri degli antichi leviti, gli appartenenti alla tribù sacerdotale degli antichi israeliti la cui vocazione era appunto centrata sul servizio del Tempio e che, secondo l'antica narrazione biblica, cominciarono a distinguersi all'epoca della repressione nel culto del vitello d'oro, ai tempi in cui la Legge fu data a Mosè perché la portasse al popolo prescelto e ne ottenesse l'assenso al patto con il soprannaturale, e, fedeli al comando ricevuto, passarono  e ripassarono nell'accampamento, uccidendo "ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente", e così a quei tempi "perirono circa tremila uomini del popolo".
  Come ho osservato altre volte, il mio punto di vista, che credo sia quello della maggior parte della gente di fede, è diverso, non è quello del clero. La mia  vita si svolge quasi interamente fuori del Tempio ed è tuttavia vita di una persona di fede.  Non faccio parte né dei doganieri né dei nuovi leviti, mi limito a subirli come li subiscono quelli che non hanno la fede religiosa, né della Croce Rossa. Non ho bisogno di uscire   dal Tempio, perché il mio apporto religioso alla società in cui vivo non si realizza essenzialmente all'interno degli spazi liturgici, e in questo senso sono uscito da lungo tempo: esso si manifesta sui campi di battaglia  della vita e in primo luogo nella famiglia e nel servizio di Stato, in cui fin da giovane sono stato coinvolto. E quando sono rimasto ferito, specialmente durante i lunghi anni della malattia, ho indubbiamente richiesto il soccorso della Croce Rossa  religiosa, che mi è stato generosamente offerto.
 Ciò che faccio nella famiglia e nella società, in particolare nell'esercizio di una funzione pubblica, ha una esplicita valenza religiosa, nel senso che in queste attività manifesto apertamente la mia fede religiosa, come la vigente Costituzione repubblicana mi consente di fare, e appaio agli altri come una persona di fede, divenendo perciò personalmente responsabile di come gli altri percepiscono la nostra collettività religiosa, nel senso che il bene che riesco a fare e il male che posso fare, benché cerchi di evitarlo, sono ad essa riferiti. Naturalmente non è che in ciò che faccio nella società me ne stia lì sempre con le nostre Scritture sacre in mano e con l'ecclesialese dottrinario corrente sulla bocca, ma mi sforzo di agire secondo i principi di fede e ciò è apprezzato nella nostra società, i cui fondamenti culturali sono ancora molto legati alla nostra fede, anche se non più in modo esplicito. Un conto naturalmente è sforzarsi di agire in un certo modo, altro è il riuscirci: in ciò sta la battaglia  della vita. In noi e  intorno a noi ci sono forze avverse, innanzi tutto quelle della stessa natura, che è organizzata secondo principi crudeli secondo i quali pesce grosso mangia pesce piccolo, e poi quelle che nella società si atteggiano secondo quello stesso principio, quello della forza bruta e dell'interesse individuale (il mondo del crimine non è altro che questo). La religione è, in questo combattimento, la disciplina interiore  che dà la forza di resistere e di perseverare e l'orientamento ideale. Poi, riprendendo a parlare per immagini, la sera del giorno della battaglia si fa rientro per partecipare alla cena comune e, sul confine, si incontrano doganieri   e  leviti. Accostandosi alle porte del Tempio, si levano, come i cavalieri  medievali facevano accostandosi ad un castello, le insegne delle propria osservanza, ma talvolta non si viene riconosciuti e si viene trattati come stranieri. Si viene sottoposti ad un esame e si scopre che quelli che stanno a presidio dei confini non sono contenti di noi. Ci fanno entrare, ma, lo dicono espressamente, per misericordia. Ci tollerano. Ciò che facciamo nella società, la nostra vita di fede, il nostro sforzo, tutto questo non basta. Bisogna fare di più. E questo di più significa  farsi leviti  ed entrare nel servizio di dogana. Ma questo suscita nei più una invincibile resistenza interiore. Però entrare nel Tempio bisogna, quindi ci si rassegna e si entra  accettando di essere trattati come imperfetti. Ma non si entra con gioia. La gioia è quella che si prova nella società di fuori, nei momenti in cui, sforzandosi, si riesce a fare qualcosa di buono: paradossalmente è proprio e solo fuori del Tempio che si è riconosciuti come gente di fede, e talvolta anche apprezzati come tali. E' lì, ad esempio, che ventisei anni di matrimonio religioso sono considerati manifestazione chiara di fede, mentre rientrando nel Tempio ci si sente obiettare, alla dogana, con molti "sì, però…" e si è fatti passare per misericordia.
 Misericordia. E' uno degli attributi più belli della realtà soprannaturale di cui ci diciamo persuasi. Come accade che questa parola, certe volte, appaia come un insulto e bruci? Accade quando, alla dogana, ci mettono il timbro in entrata per misericordia, diciamo come misura umanitaria. Non meriteremmo di entrare, ci fanno osservare, ma, per bontà, ci aprono le porte, come si fa con i profughi. A volte ci consigliano anche una sorta di decontaminazione, un adeguato cammino penitenziale si dice in ecclesialese. Va bene, la facciamo questa penitenza, ci è stato insegnato così, e certamente c'è sempre bisogno di mantenersi umili, perché, è scritto, è abbassandosi che si viene innalzati e gli ultimi saranno i primi. Ma, vorrei dire certe volte, "amici, chi  vi ha costituito doganieri tra me e il Tempio"? E com'è che in bocca vostra la parola misericordia, espressione della legge suprema dell'inclusione, dell'accoglienza gioiosa, manifesta al contrario una legge di esclusione e di umiliazione? Non vi pare che ci sia qualcosa che non va? Riflessioni come questa mi pare di aver colto nella stupefacente recente esortazione  del nostro vescovo e padre universale, che, esplicitamente, viene presentata come il manifesto di un nuovo corso nella nostra collettività.  Stasera, dopo la Messa vespertina, alle ore 18:40 circa, il presidente diocesano dell'Azione Cattolica ce ne parlerà. Perché non vieni anche tu, amico lettore? I tempi stanno cambiando.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli