I doganieri, i
leviti, la Croce Rossa e noi di fuori
Di questi tempi circolano delle immagini con
le quali si vuole rappresentare il dibattito che c'è, talvolta dialogo e
talvolta esplicito contrasto, nel campo di come dev'essere la nostra
collettività religiosa in ciò che fa nella società in cui è radicata. Ci sono,
si dice, quelli che fanno come i doganieri,
le guardie di frontiera, e, posti ai confini del nostro mondo, valutano chi
chiede di entrare e decidono se lo può fare e che cosa può portare dentro e
quelli che fanno come la Croce Rossa
dopo una battaglia, accorrono e prestano soccorso senza guardare se uno lo
merita o non, se uno è dei loro o di quegli altri, guardano solo
alle ferite di chi è caduto e si adoperano per prestare soccorso, al modo del samaritano del racconto evangelico. Fino a qualche tempo
fa, si osserva, nella nostra collettività religiosa si seguiva il modello del doganiere, mentre ora si è
autorevolmente spinti verso quello della Croce
Rossa. E invece di rimanere a presidiare le frontiere dei nostri spazi
liturgici, si è esortati a uscire per
prestare soccorso a chi è rimasto colpito sui campi di battaglia della vita. Queste
immagini per descrivere modelli diversi di impegno religioso nella società sono
accumunate dal presentare la prospettiva di chi, vivendo all'interno degli spazi
liturgici, guarda verso l'esterno:
essa è propria del clero, dei religiosi e di coloro che, individualmente o come
parte di gruppi laicali, li affiancano e coadiuvano in quello che potremmo
definire il servizio del Tempio. E' quindi, tutto
sommato, una visione clericale, senza
voler dare a questo termine il senso
negativo che in genere lo accompagna, ma solo intendendo rendere l'idea del
punto di osservazione da cui si parte per ragionare quando si parla di uscita. Il fatto che essa sia fatta
propria anche da laici si spiega perché sempre più, dato il ridursi delle
vocazioni sacerdotali e religiose a l'aumentare del gregge, i laici sono
coinvolti nel servizio del Tempio con
varie mansioni, che vanno dalla catechesi e dalla formazione permanente,
all'esercizio della carità, al servizio propriamente liturgico, e che non sono
più marginali, ma sempre più rilevanti. Quando esse sono esercitate nel quadro
delle attività di gruppi molto coesi e gerarchicamente strutturati, al modo di
congregazioni, confraternite e simili, queste aggregazioni laicali vengono un
po' a presentarsi con alcuni caratteri che erano propri degli antichi leviti, gli appartenenti alla tribù
sacerdotale degli antichi israeliti la cui vocazione era appunto centrata sul servizio del Tempio e che, secondo
l'antica narrazione biblica, cominciarono a distinguersi all'epoca della
repressione nel culto del vitello d'oro,
ai tempi in cui la Legge fu data a Mosè perché la portasse al popolo prescelto
e ne ottenesse l'assenso al patto con il soprannaturale, e, fedeli al comando
ricevuto, passarono e ripassarono
nell'accampamento, uccidendo "ognuno
il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente", e
così a quei tempi "perirono circa
tremila uomini del popolo".
Come ho osservato
altre volte, il mio punto di vista, che credo sia quello della maggior parte
della gente di fede, è diverso, non è quello del clero. La mia vita si svolge quasi interamente fuori del Tempio ed è tuttavia vita di una persona di fede. Non faccio parte né dei doganieri né dei nuovi
leviti, mi limito a subirli come li subiscono quelli che non hanno la fede
religiosa, né della Croce Rossa. Non
ho bisogno di uscire dal Tempio, perché il mio apporto religioso
alla società in cui vivo non si realizza essenzialmente all'interno degli spazi
liturgici, e in questo senso sono uscito da
lungo tempo: esso si manifesta sui campi
di battaglia della vita e in primo
luogo nella famiglia e nel servizio di
Stato, in cui fin da giovane sono stato coinvolto. E quando sono rimasto
ferito, specialmente durante i lunghi anni della malattia, ho indubbiamente
richiesto il soccorso della Croce Rossa religiosa, che mi è stato generosamente
offerto.
Ciò che faccio nella
famiglia e nella società, in particolare nell'esercizio di una funzione pubblica,
ha una esplicita valenza religiosa, nel senso che in queste attività manifesto
apertamente la mia fede religiosa, come la vigente Costituzione repubblicana mi
consente di fare, e appaio agli altri come una persona di fede, divenendo
perciò personalmente responsabile di come gli altri percepiscono la nostra
collettività religiosa, nel senso che il bene che riesco a fare e il male che
posso fare, benché cerchi di evitarlo, sono ad essa riferiti. Naturalmente non
è che in ciò che faccio nella società me ne stia lì sempre con le nostre
Scritture sacre in mano e con l'ecclesialese dottrinario corrente sulla bocca,
ma mi sforzo di agire secondo i principi di fede e ciò è apprezzato nella
nostra società, i cui fondamenti culturali sono ancora molto legati alla nostra
fede, anche se non più in modo esplicito. Un conto naturalmente è sforzarsi di agire in un certo modo,
altro è il riuscirci: in ciò sta la battaglia della vita. In noi e intorno a noi ci sono forze avverse, innanzi
tutto quelle della stessa natura, che è organizzata secondo principi crudeli
secondo i quali pesce grosso mangia pesce
piccolo, e poi quelle che nella società si atteggiano secondo quello stesso
principio, quello della forza bruta e dell'interesse individuale (il mondo del
crimine non è altro che questo). La religione è, in questo combattimento, la
disciplina interiore che dà la forza di
resistere e di perseverare e l'orientamento ideale. Poi, riprendendo a parlare
per immagini, la sera del giorno della battaglia si fa rientro per partecipare
alla cena comune e, sul confine, si incontrano doganieri e leviti. Accostandosi alle porte del Tempio, si levano, come i cavalieri medievali facevano accostandosi ad un
castello, le insegne delle propria osservanza, ma talvolta non si viene
riconosciuti e si viene trattati come stranieri. Si viene sottoposti ad un
esame e si scopre che quelli che stanno a presidio dei confini non sono
contenti di noi. Ci fanno entrare, ma, lo dicono espressamente, per misericordia. Ci tollerano. Ciò che facciamo nella società, la nostra vita di
fede, il nostro sforzo, tutto questo
non basta. Bisogna fare di più. E questo di più significa farsi leviti ed entrare nel servizio di dogana. Ma questo
suscita nei più una invincibile resistenza interiore. Però entrare nel Tempio bisogna, quindi ci si rassegna e si entra accettando di essere trattati come imperfetti. Ma non si entra con gioia. La
gioia è quella che si prova nella società di fuori, nei momenti in cui,
sforzandosi, si riesce a fare qualcosa di buono: paradossalmente è proprio e
solo fuori del Tempio che si è riconosciuti come gente di fede, e talvolta
anche apprezzati come tali. E' lì, ad esempio, che ventisei anni di matrimonio
religioso sono considerati manifestazione chiara di fede, mentre rientrando nel
Tempio ci si sente obiettare, alla dogana, con molti "sì, però…" e si è fatti passare per misericordia.
Misericordia. E' uno
degli attributi più belli della realtà soprannaturale di cui ci diciamo
persuasi. Come accade che questa parola, certe volte, appaia come un insulto e
bruci? Accade quando, alla dogana, ci mettono il timbro in entrata per misericordia, diciamo come misura
umanitaria. Non meriteremmo di entrare, ci fanno osservare, ma, per bontà, ci
aprono le porte, come si fa con i profughi. A volte ci consigliano anche una
sorta di decontaminazione, un adeguato cammino
penitenziale si dice in ecclesialese. Va bene, la facciamo questa
penitenza, ci è stato insegnato così, e certamente c'è sempre bisogno di
mantenersi umili, perché, è scritto, è abbassandosi che si viene innalzati e
gli ultimi saranno i primi. Ma, vorrei dire certe volte, "amici, chi vi ha costituito doganieri tra me e il Tempio"?
E com'è che in bocca vostra la parola misericordia,
espressione della legge suprema dell'inclusione, dell'accoglienza gioiosa,
manifesta al contrario una legge di esclusione e di umiliazione? Non vi pare
che ci sia qualcosa che non va? Riflessioni come questa mi pare di aver colto
nella stupefacente recente esortazione del nostro vescovo e padre universale, che,
esplicitamente, viene presentata come il manifesto di un nuovo corso nella
nostra collettività. Stasera, dopo
la Messa vespertina, alle ore 18:40 circa, il presidente diocesano dell'Azione Cattolica ce ne
parlerà. Perché non vieni anche tu, amico lettore? I tempi stanno cambiando.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli