martedì 11 marzo 2014

Soluzioni


Soluzioni
 

 Sarebbe bello poter dire che la religione ha la soluzione a tutti i problemi dell'umanità, ma in realtà non li ha. Questa è una constatazione piuttosto evidente, vale a dire che non occorre spendere tempo e fatica per fornirne la prova; essa si impone al nostro pensiero e alle nostre coscienze come il fatto che tutto scorre, tutto passa, e anche noi stessi con tutto il resto. La fede religiosa, e anche la "nostra" fede religiosa, non è indispensabile, in particolare,  per fare  i conti con la morte, per tirare avanti nonostante la morte. Le società umane storicamente si sono date istituzioni, fatte di norme e organizzazioni, estremamente potenti ed efficaci che consentono, e impongono, di  tirare avanti nonostante la consapevolezza della inevitabile fine personale di ciascuno e che, anzi, riescono ad ottenere che la gente rischi la propria vita nell'interesse collettivo. Un tempo la fede religiosa era integrata nel sistema ideologico con cui si convinceva le persone a tenere una certa disciplina, ora non più. Non è più socialmente obbligatorio essere convinti di una certa relazione tra il soprannaturale e il mondo in cui viviamo, e nemmeno manifestare pubblicamente di esserlo. Ma il mondo, che ai tempi nostri si caratterizza per un'estrema complessità, continua ad andare avanti.
 Però la fede religiosa, e quindi poi la religione come fenomeno sociale, è legata a un'esigenza insopprimibile dell'animo umano. Essa scaturisce dall'interiorità ma non rimane solo nell'interiorità, ha un effetto sociale, produce movimenti e istituzioni. Costruisce storicamente il proprio rapporto con il mondo, che non è stato sempre lo stesso. Richiede un impegno personale e collettivo che si dispiega di generazione in generazione e, in questo avvicendarsi di generazioni, qualcosa viene sempre aggiunto, tolto o modificato. In particolare la nostra fede religiosa non è rimasta sempre la stessa, dalle origini ad oggi, anche se in essa si possono  individuare elementi che si sono mantenuti costanti, che sono stati presenti fin dall'inizio. Questo lavoro incessante sulla fede religiosa  è ciò che è chiamato mediazione culturale. Esso, come altre analoghe attività umane, può produrre soluzioni ai problemi dell'umanità, anche se non è scontato che vi riesca.
 La fede religiosa è stata, ed è ancora, un potente fattore di coesione sociale e di coerenza interiore. Alcuni principi molto importanti che derivano dalla nostra fede religiosa, quella che scaturì dagli insegnamenti dell'antico Maestro di Galilea di venti secoli fa, sono ancora tra quelli fondamentali dell'Europa contemporanea, anche se se in una versione che li ha slegati dal soprannaturale. Essi non tanto servono a distinguere tra bene e male o a indicare ciò che in ogni occasione si debba fare, ma a indicare la via per una vita migliore, di ciò a cui si aspira come a una vita migliore. E sono un fattore di contraddizione, non tanto con altri principi opposti, ma con il mondo così com'è, con le società umane così come sono, esprimono l'insoddisfazione sociale per le cose come stanno e la natura come ci si presenta. Nel momento stesso in cui danno coesione rendono anche instabili società in cui operano: è per questo che vengono definiti "paradossali". Questa instabilità permette il movimento, la transizione storica, il trapasso da una mediazione culturale ad un'altra: è quindi un elemento essenziale della nostra fede religiosa ed è attualmente una delle principali ragioni per cui la religione "serve" ancora nella nostra vita sociale: la fede religiosa come fattore critico nelle società contemporanee. Si dice di solito che il credente è sempre per via, sempre in cammino. Ciò rende bene l'idea della fede religiosa come stimolo al movimento e anche come copertura ideologica del movimento. La nostra fede religiosa, in particolare, ci stimola sempre a partire, ad un esodo, ad affrontare il nuovo, che sia  altrove geograficamente o socialmente o più avanti nel tempo. Ci sentiamo, come credenti, lanciati nel mondo e attraverso la storia. La nostra, in un certo senso, non è la religione del focolare, della casa, di un certo luogo, di un certo santuario, ma del pellegrinaggio e della tenda, dei viaggiatori e dei loro rifugi precari. Abitiamo nel tempo come pellegrini. Il nostro antico Maestro è nato per via e in un rifugio precario e la parte della sua esistenza terrena che per noi è più significativa, e di cui abbiamo conservato il ricordo, si è svolta per via.
 Mi riesce difficile pensare al credente nella nostra fede religiosa come ad un reazionario, ad uno che vuole tornare al passato, o a un conservatore, ad uno che vuole lasciare le cose come sono, anche se so che vi sono credenti reazionari e credenti conservatori. Essere reazionari e conservatori è un modo per affrontare lo scorrere inevitabile delle cose umane: esso, per quanto si voglia essere reazionari o conservatori, non può essere arrestato o invertito. Tornare al passato non si può, non si è mai potuto. Il nostro passaggio nel mondo, anche se ci proponiamo di essere sempre tali e quali o addirittura di essere come altri che ci hanno preceduto, determina sempre, inevitabilmente, modificazioni che non possono essere cancellate e di cui siamo personalmente responsabili di fronte alla storia.
  Di questi tempi siamo stati chiamati, mediante la recente  esortazione del nostro vescovo e padre universale, ad acquisire nuovamente consapevolezza di tutto ciò di cui sopra ho parlato, dell'essere noi, nel dover  essere, una collettività  in uscita, in dialogo con il mondo e con la storia,  in ricerca di nuove mediazioni culturali. Portiamo con noi alcuni principi molto importanti, che costituiscono ciò che definiamo  il deposito di fede, non la ricetta per risolvere tutti i mali del mondo. I grandi problemi dell'umanità ci travagliano come travagliano tutti gli esseri umani, la fede religiosa ci spinge ad affrontarli nella fiducia di poter realizzare, anche con il nostro impegno e le nostre scelte, una vita migliore, personale e collettiva, caratterizzata dall'agàpe, da quella sorta di convito festoso a cui vorremmo chiamare a partecipare non solo i nostri amici,  i nostri alleati, quelli che ci sono simpatici o che ci servono, ma, senza alcuna distinzione, tutti gli esseri umani della Terra e di tutti i tempi.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli