Soluzioni
Sarebbe bello poter
dire che la religione ha la soluzione a tutti i problemi dell'umanità, ma in
realtà non li ha. Questa è una constatazione piuttosto evidente, vale a dire
che non occorre spendere tempo e fatica per fornirne la prova; essa si impone
al nostro pensiero e alle nostre coscienze come il fatto che tutto scorre,
tutto passa, e anche noi stessi con tutto il resto. La fede religiosa, e anche
la "nostra" fede religiosa, non è indispensabile, in particolare, per fare
i conti con la morte, per tirare avanti nonostante la morte. Le società
umane storicamente si sono date istituzioni, fatte di norme e organizzazioni,
estremamente potenti ed efficaci che consentono, e impongono, di tirare avanti nonostante la consapevolezza
della inevitabile fine personale di ciascuno e che, anzi, riescono ad ottenere
che la gente rischi la propria vita nell'interesse collettivo. Un tempo la fede
religiosa era integrata nel sistema ideologico con cui si convinceva le persone
a tenere una certa disciplina, ora non più. Non è più socialmente obbligatorio
essere convinti di una certa relazione tra il soprannaturale e il mondo in cui
viviamo, e nemmeno manifestare pubblicamente di esserlo. Ma il mondo, che ai
tempi nostri si caratterizza per un'estrema complessità, continua ad andare
avanti.
Però la fede
religiosa, e quindi poi la religione come fenomeno sociale, è legata a
un'esigenza insopprimibile dell'animo umano. Essa scaturisce dall'interiorità
ma non rimane solo nell'interiorità, ha un effetto sociale, produce movimenti e
istituzioni. Costruisce storicamente il proprio rapporto con il mondo, che non
è stato sempre lo stesso. Richiede un impegno personale e collettivo che si
dispiega di generazione in generazione e, in questo avvicendarsi di
generazioni, qualcosa viene sempre aggiunto, tolto o modificato. In particolare
la nostra fede religiosa non è rimasta sempre la stessa, dalle origini ad oggi,
anche se in essa si possono individuare
elementi che si sono mantenuti costanti, che sono stati presenti fin
dall'inizio. Questo lavoro incessante sulla fede religiosa è ciò che è chiamato mediazione culturale. Esso, come altre analoghe attività umane, può
produrre soluzioni ai problemi dell'umanità, anche se non è scontato che vi
riesca.
La fede religiosa è
stata, ed è ancora, un potente fattore di coesione sociale e di coerenza
interiore. Alcuni principi molto importanti che derivano dalla nostra fede
religiosa, quella che scaturì dagli insegnamenti dell'antico Maestro di Galilea
di venti secoli fa, sono ancora tra quelli fondamentali dell'Europa
contemporanea, anche se se in una versione che li ha slegati dal
soprannaturale. Essi non tanto servono a distinguere tra bene e male o a
indicare ciò che in ogni occasione si debba fare, ma a indicare la via per una
vita migliore, di ciò a cui si aspira come a una vita migliore. E sono un
fattore di contraddizione, non tanto con altri principi opposti, ma con il
mondo così com'è, con le società umane così come sono, esprimono
l'insoddisfazione sociale per le cose come stanno e la natura come ci si
presenta. Nel momento stesso in cui danno coesione rendono anche instabili
società in cui operano: è per questo che vengono definiti
"paradossali". Questa instabilità permette il movimento, la
transizione storica, il trapasso da una mediazione culturale ad un'altra: è
quindi un elemento essenziale della nostra fede religiosa ed è attualmente una
delle principali ragioni per cui la religione "serve" ancora nella
nostra vita sociale: la fede religiosa come fattore critico nelle società
contemporanee. Si dice di solito che il credente è sempre per via, sempre in cammino.
Ciò rende bene l'idea della fede religiosa come stimolo al movimento e anche
come copertura ideologica del movimento. La nostra fede religiosa, in
particolare, ci stimola sempre a partire,
ad un esodo, ad affrontare il nuovo,
che sia altrove geograficamente o
socialmente o più avanti nel tempo. Ci sentiamo, come credenti, lanciati nel
mondo e attraverso la storia. La nostra, in un certo senso, non è la religione
del focolare, della casa, di un certo luogo, di un certo santuario, ma del pellegrinaggio e della
tenda, dei viaggiatori e dei loro rifugi precari. Abitiamo nel tempo come
pellegrini. Il nostro antico Maestro è nato per
via e in un rifugio precario e la parte della sua esistenza terrena che per
noi è più significativa, e di cui abbiamo conservato il ricordo, si è svolta per via.
Mi riesce difficile
pensare al credente nella nostra fede religiosa come ad un reazionario, ad uno
che vuole tornare al passato, o a un conservatore, ad uno che vuole lasciare le
cose come sono, anche se so che vi sono credenti reazionari e credenti
conservatori. Essere reazionari e conservatori è un modo per affrontare lo
scorrere inevitabile delle cose umane: esso, per quanto si voglia essere
reazionari o conservatori, non può essere arrestato o invertito. Tornare al
passato non si può, non si è mai potuto. Il nostro passaggio nel mondo, anche
se ci proponiamo di essere sempre tali e quali o addirittura di essere come
altri che ci hanno preceduto, determina sempre, inevitabilmente, modificazioni
che non possono essere cancellate e di cui siamo personalmente responsabili di
fronte alla storia.
Di questi tempi
siamo stati chiamati, mediante la recente esortazione del nostro vescovo e padre
universale, ad acquisire nuovamente consapevolezza di tutto ciò di cui sopra ho
parlato, dell'essere noi, nel dover
essere, una collettività in uscita, in dialogo con il mondo e con la storia, in ricerca di nuove mediazioni
culturali. Portiamo con noi alcuni principi molto importanti, che
costituiscono ciò che definiamo il deposito di fede, non la ricetta per risolvere
tutti i mali del mondo. I grandi problemi dell'umanità ci travagliano come
travagliano tutti gli esseri umani, la fede religiosa ci spinge ad affrontarli
nella fiducia di poter realizzare, anche con il nostro impegno e le nostre
scelte, una vita migliore, personale e collettiva, caratterizzata dall'agàpe, da quella sorta di convito
festoso a cui vorremmo chiamare a partecipare non solo i nostri amici, i nostri alleati, quelli che ci sono
simpatici o che ci servono, ma, senza alcuna distinzione, tutti gli esseri
umani della Terra e di tutti i tempi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli