Carattere sociale
della fede religiosa
Nelle settimane
scorse in parrocchia si è distribuito a basso costo, due euro, il libretto con
l'ultima esortazione del nostro
vescovo. Si tratta di un documento piuttosto lungo, ma tutto sommato di facile
comprensione, se confrontato, ad esempio, con le encicliche del passato o con
le deliberazioni del Concilio Vaticano 2°. Su questo blog da tempo lo sto
esaminando, secondo l'invito che mi è stato rivolto dal presidente del nostro
gruppo. Attualmente sono arrivato al n.70 dei 288 paragrafi di cui il documento
si compone. Penso che da ciò che ho scritto si sia capito che l'esortazione ha un carattere del tutto
particolare e si differenzia marcatamente dalla precedente letteratura di
origine pontificia. Non lo si può leggere come un testo devozionale. E'
esplicitamente un documento programmatico, in cui è fortissima l'attenzione
alla dimensione sociale della nostra fede religiosa. Vuole segnare una cesura
tra un prima e un dopo
e, in questo, è una chiara espressione della profonda crisi che la nostra
collettività religiosa sta vivendo e, insieme, un tentativo di proporre azioni
per il suo superamento. Lo stacco non riguarda però i principi di fede, ma la
dimensione sociale della nostra esperienza religiosa. In ciò, se non provenisse
dalla più alta autorità religiosa della nostra confessione, potrebbe essere
definito rivoluzionario. Infatti esso
parte dalla constatazione che in molte
cose si deve cambiare, in molti aspetti della nostra esperienza religiosa non
si può rimanere come prima, non però per farne discendere amare
considerazioni sui tempi moderni, ma
per incitare al cambiamento e per coinvolgere
tutti in questo lavoro, stimolando i
fedeli ad essere audaci e creativi, senza alcun timore. Il documento non si rivolge alle singole
persone come tali, non è centrato sull'interiorità individuale, ma vuole stimolare
un'azione sociale, collettiva. In esso ricorre l'idea che occorra uscire, per andare nella società che
circonda gli spazi liturgici e interloquire con essa. Ma questa uscita non viene presentata come una
sorta di campagna militare, come una specie di guerra di conquista della società, per assoggettarla alle nostre
dottrine religiose. Il metodo che viene proposto è invece quello della mediazione culturale, che implica,
nell'azione nella società, un dare ma
anche un ricevere. In questi giorni,
parallelamente all'esame dell'esortazione
del nostro vescovo, sto presentando alcuni miei vecchi appunti su un testo
degli anni Ottanta che ne trattava. Si tratta di un lavoro sicuramente non
nuovo per la nostra esperienza religiosa: esso, anzi, l'ha fortemente
caratterizzata fin dalle origini. E' solo così che la fede scaturita da un
popolo ai margini dell'antico impero mediterraneo nel quale affondano le nostre
radici culturali e nazionali, tanto diversa dalle concezioni dell'antico politeismo
che unificava il mondo greco-romano, ha potuto affermarsi a livello globale,
tra popoli di ogni etnia, lingua, tradizione sociale e politica, fino agli
estremi confini della Terra. In genere però, in particolare nell'iniziazione
religiosa, si preferiva non sottolineare questo aspetto della nostra fede
religiosa, scegliendo invece di mettere in risalto la continuità, che
indubbiamente esiste, con le origini. Ma forse c'era (e c'è) anche qualcosa di
più di questo. In realtà, nell'ideologia proposta ai neofiti, ma in fondo anche
a tutti gli altri, lo spessore storico, e quindi l'evoluzione culturale delle
nostre concezioni religiose, sparisce, viene come annullato, o largamente
sottovalutato. E, anzi, ogni rinnovamento
viene presentato come un ritorno al
passato, come una correzione di
deviazioni alla tradizione ortodossa. Questo viene spiegato con il fatto
che ogni nostra concezione religiosa deriva dalla persona del fondatore,
dell'antico Maestro di Galilea, la cui figura è posta al centro della nostra riflessione
religiosa. E tuttavia si deve serenamente prendere atto, come si è fatto nel
testo sulla mediazione culturale che sto proponendo in base ai miei antichi
appunti, che l'immagine del Maestro è stata fortemente influenzata dal lavoro
di mediazione culturale svolto nei due millenni della storia della nostra
esperienza religiosa, per cui più che di tradizione
si dovrebbe parlare più realisticamente di tradizioni
su di lui e sui suoi insegnamenti. E anche del fatto che queste tradizioni non sono consistite
semplicemente nel trasferire, da un'epoca a un'altra, il deposito di fede, al modo di un pacco postale, ma ne hanno
comportato anche la modifica e l'evoluzione, con la conseguenza che non tutto ciò che c'è oggi nella nostra fede
era presente alle origini e che, tuttavia, non tutto ciò che vi è di più o di
diverso è male. E' sorprendente che una constatazione tanto evidente, riguardante
quindi fatti che si impongono all'intelligenza di tutti senza particolari
difficoltà, sia stata tuttavia tanto vivamente contrastata dal punto di vista
ideologico e, in particolare, teologico, fino ad essere sospettata di indifferentismo, o peggio. La
circostanza che, nelle cose degli esseri umani, tutto scorre, ben chiara fin dall'antichità, non è mai stata
sentita come una minaccia nella nostra esperienza religiosa, che si è fatta
sempre interrogare dai tempi e ha dato varie risposte, che non appaiono tutte
riconducibili a un disegno coerente. Di volta in volta qualcosa è stato
abbandonato, per poi magari essere ripreso, e qualcos'altro è stato aggiunto e
si è impastato con l'antico fino a costituire una nuova unità con esso. E anche
ciò che, oggi, definiamo Tradizione è
frutto di questo lavoro di mediazione culturale, è il prodotto di una
elaborazione che non risale alle origini, o comunque a tempi passati, ma è
nostra contemporanea. Noi, paradossalmente, non accettiamo che tradizioni, vale a dire concezioni della storia, nostre
contemporanee.
Quindi, anche
parlando di fatti soprannaturali, la nostra è, ed è sempre stata, una fede religiosa
molto radicata nelle società dei suoi
tempi, vale a dire che, pur ritenendo di poter rivolgere uno sguardo sul Cielo, ha sempre avuto i piedi ben saldi
sulla Terra. A questo tema è dedicato
uno dei capitoli dell'esortazione del nostro vescovo, il quarto. L'aspetto
sociale della diffusione della nostra fede lo preoccupa, è uno degli aspetti in cui, a suo avviso,
occorre cambiare.
"Evangelizzare è
rendere presente nel mondo il Regno di Dio … Ora vorrei condividere le mie
preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell'evangelizzazione
perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre
il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione
evangelizzatrice. Il "kerygma" [=l'annuncio fondamentale del
nucleo fondante delle verità di fede credute che, per come ho capito, potrebbe
anche essere definito così: il fondamento soprannaturale di tutto si è fatto essere
umano come noi e ha sacrificato per amore-agàpe-condivisione
verso di noi la sua vita per la nostra salvezza, riscattando nella resurrezione
da morte ogni nostra malvagità, liberandoci dalla schiavitù del male e della morte e aprendoci la via al
soprannaturale- nota mia] possiede un
contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita
comunitaria e l'impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha
un'immediata ripercussione morale il cui centro è la carità".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli