sabato 8 marzo 2014

Carattere sociale della fede religiosa


Carattere sociale della fede religiosa

 
 Nelle settimane scorse in parrocchia si è distribuito a basso costo, due euro, il libretto con l'ultima esortazione del nostro vescovo. Si tratta di un documento piuttosto lungo, ma tutto sommato di facile comprensione, se confrontato, ad esempio, con le encicliche  del passato o con le deliberazioni del Concilio Vaticano 2°. Su questo blog da tempo lo sto esaminando, secondo l'invito che mi è stato rivolto dal presidente del nostro gruppo. Attualmente sono arrivato al n.70 dei 288 paragrafi di cui il documento si compone. Penso che da ciò che ho scritto si sia capito che l'esortazione ha un carattere del tutto particolare e si differenzia marcatamente dalla precedente letteratura di origine pontificia. Non lo si può leggere come un testo devozionale. E' esplicitamente un documento programmatico, in cui è fortissima l'attenzione alla dimensione sociale della nostra fede religiosa. Vuole segnare una cesura tra un prima  e un dopo e, in questo, è una chiara espressione della profonda crisi che la nostra collettività religiosa sta vivendo e, insieme, un tentativo di proporre azioni per il suo superamento. Lo stacco non riguarda però i principi di fede, ma la dimensione sociale della nostra esperienza religiosa. In ciò, se non provenisse dalla più alta autorità religiosa della nostra confessione, potrebbe essere definito rivoluzionario. Infatti esso parte dalla constatazione che in molte cose si deve cambiare, in molti aspetti della nostra esperienza religiosa non si può rimanere come prima, non però per farne discendere amare considerazioni sui tempi moderni, ma per incitare al cambiamento e per coinvolgere  tutti in questo lavoro, stimolando i fedeli ad essere audaci e creativi, senza alcun timore. Il documento non si rivolge alle singole persone come tali, non è centrato sull'interiorità individuale, ma vuole stimolare un'azione sociale, collettiva. In esso ricorre l'idea che occorra uscire, per andare nella società che circonda gli spazi liturgici e interloquire con essa. Ma questa uscita non viene presentata come una sorta di campagna militare, come una specie di guerra di conquista della società, per assoggettarla alle nostre dottrine religiose. Il metodo che viene proposto è invece quello della mediazione culturale, che implica, nell'azione nella società, un dare ma anche un ricevere. In questi giorni, parallelamente all'esame dell'esortazione del nostro vescovo, sto presentando alcuni miei vecchi appunti su un testo degli anni Ottanta che ne trattava. Si tratta di un lavoro sicuramente non nuovo per la nostra esperienza religiosa: esso, anzi, l'ha fortemente caratterizzata fin dalle origini. E' solo così che la fede scaturita da un popolo ai margini dell'antico impero mediterraneo nel quale affondano le nostre radici culturali e nazionali, tanto diversa dalle concezioni dell'antico politeismo che unificava il mondo greco-romano, ha potuto affermarsi a livello globale, tra popoli di ogni etnia, lingua, tradizione sociale e politica, fino agli estremi confini della Terra. In genere però, in particolare nell'iniziazione religiosa, si preferiva non sottolineare questo aspetto della nostra fede religiosa, scegliendo invece di mettere in risalto la continuità, che indubbiamente esiste, con le origini. Ma forse c'era (e c'è) anche qualcosa di più di questo. In realtà, nell'ideologia proposta ai neofiti, ma in fondo anche a tutti gli altri, lo spessore storico, e quindi l'evoluzione culturale delle nostre concezioni religiose, sparisce, viene come annullato, o largamente sottovalutato. E, anzi, ogni rinnovamento viene presentato come un ritorno al passato, come una correzione di deviazioni alla tradizione  ortodossa. Questo viene spiegato con il fatto che ogni nostra concezione religiosa deriva dalla persona del fondatore, dell'antico Maestro di Galilea, la cui figura è posta al centro della nostra riflessione religiosa. E tuttavia si deve serenamente prendere atto, come si è fatto nel testo sulla mediazione culturale che sto proponendo in base ai miei antichi appunti, che l'immagine del Maestro è stata fortemente influenzata dal lavoro di mediazione culturale svolto nei due millenni della storia della nostra esperienza religiosa, per cui più che di tradizione si dovrebbe parlare più realisticamente di tradizioni su di lui e sui suoi insegnamenti. E anche del fatto che queste tradizioni non sono consistite semplicemente nel trasferire, da un'epoca a un'altra, il deposito di fede, al modo di un pacco postale, ma ne hanno comportato anche la modifica e l'evoluzione, con la conseguenza che non tutto ciò che c'è oggi nella nostra fede era presente alle origini e che, tuttavia, non tutto ciò che vi è di più o di diverso è male. E' sorprendente che una constatazione tanto evidente, riguardante quindi fatti che si impongono all'intelligenza di tutti senza particolari difficoltà, sia stata tuttavia tanto vivamente contrastata dal punto di vista ideologico e, in particolare, teologico, fino ad essere sospettata di indifferentismo, o peggio. La circostanza che, nelle cose degli esseri umani, tutto scorre, ben chiara fin dall'antichità, non è mai stata sentita come una minaccia nella nostra esperienza religiosa, che si è fatta sempre interrogare dai tempi e ha dato varie risposte, che non appaiono tutte riconducibili a un disegno coerente. Di volta in volta qualcosa è stato abbandonato, per poi magari essere ripreso, e qualcos'altro è stato aggiunto e si è impastato con l'antico fino a costituire una nuova unità con esso. E anche ciò che, oggi, definiamo Tradizione è frutto di questo lavoro di mediazione culturale, è il prodotto di una elaborazione che non risale alle origini, o comunque a tempi passati, ma è nostra contemporanea. Noi, paradossalmente, non accettiamo che tradizioni,  vale a dire concezioni della storia, nostre contemporanee.
 Quindi, anche parlando di fatti soprannaturali, la nostra è, ed è sempre stata, una fede religiosa  molto radicata nelle società dei suoi tempi, vale a dire che, pur ritenendo di poter rivolgere uno sguardo sul Cielo, ha sempre avuto i piedi ben saldi sulla Terra. A questo tema è dedicato uno dei capitoli dell'esortazione  del nostro vescovo, il quarto. L'aspetto sociale della diffusione della nostra fede lo preoccupa,  è uno degli aspetti in cui, a suo avviso, occorre cambiare.
"Evangelizzare è rendere presente nel mondo il Regno di Dio … Ora vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell'evangelizzazione perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice. Il "kerygma" [=l'annuncio fondamentale del nucleo fondante delle verità di fede credute che, per come ho capito, potrebbe anche essere definito così: il fondamento soprannaturale di tutto si è fatto essere umano come noi e ha sacrificato per amore-agàpe-condivisione verso di noi la sua vita per la nostra salvezza, riscattando nella resurrezione da morte ogni nostra malvagità, liberandoci dalla schiavitù del male e  della morte e aprendoci la via al soprannaturale- nota mia] possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l'impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un'immediata ripercussione morale il cui centro è la carità".
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli