Che cosa cambia
"La nuova
Gerusalemme, la Città santa (cfr Ap 21, 2-4) è la meta verso cui è incamminata l'intera umanità. E'
interessante che la rivelazione ci dica
che la pienezza dell'umanità e della storia si realizzano in una città. Abbiamo
bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo … La
presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per
trovare appoggio e senso alla loro vita …
Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata … Nella
città, l'aspetto religioso è mediato da diversi stili di vita … Nella vita di
ogni giorno … si cela un senso profondo dell'esistenza che di solito implica
anche un profondo senso religioso. Dobbiamo contemplarlo … Nuove culture
continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non
suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri
linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di
vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e
si progetta nella città … E' necessario arrivare là dove si formano i nuovi
racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi
dell'anima della città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito
multiculturale … Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano
molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a
porsi al servizio di un dialogo difficile … La città produce una sorta di
perenne ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite
possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della
vita di molti … Quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontri e di
solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca
… La proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della
vita umana in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nella città vita in
abbondanza. Il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo
propone è il miglior rimedio ai mali della città"
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia
del Vangelo) del papa Francesco, del 24-11-13; n.71-74]
Fin dalle origini la
nostra confessione religiosa si è sviluppata nelle città, tanto che nella sua
terminologia più antica la parola pagani,
vale a dire gli abitanti dei villaggi rurali, venne a indicare quelli che
seguivano i precedenti culti politeistici e ora, semplicemente, coloro che non
seguono i nostri precetti di vita di fede. E' stato notato che questo contesto
cittadino la differenziò abbastanza dal giudaismo dal quale prese vita, che era
in genere piuttosto diffidente nei confronti della vita sociale dei grossi centri
urbani, visti come la sede di diverse forme di dissoluzione, apostasia,
corruzione, tanto da meritare talvolta la punizione soprannaturale come nel
caso di Sodoma e Gomorra. Nel giudaismo antico erano inoltre considerati un
grave pericolo il multiculturalismo e la promiscuità etnica, per la possibilità
di contaminazione religiosa e di dissoluzione dell'identità collettiva di fede
che comportavano, e questo anche se le visioni religiose dell'antico ebraismo,
come anche di quello contemporaneo, veicolavano importanti prospettive
universalistiche, che poi caratterizzarono fortemente la nostra confessione
religiosa.
Certamente la civiltà
contemporanea è molto centrata sulle città, sulla vita sociale che in esse si
conduce, con relazioni umane molto intense e complesse. Le città sono viste
come fonte di opportunità di miglioramento della propria vita, tanto che le
masse dei diseredati tendono a convergervi, creando, in particolare nelle
nazioni meno sviluppate, immensi quartieri di emarginati, di persone con
problemi di vario tipo che si cerca, appunto, di tenere ai margini. E' la situazione che il nostro vescovo ha
vissuto nella città dal quale proviene. Ma, su scala minore, perché Roma nel contesto globale, a confronto
con le grandi megalopoli del mondo, è
una piccola città, anche se non proprio piccolissima, è la situazione anche
della nostra città.
Roma ha la particolarità, tra tutte le città
del mondo, di avere una visibilità molto forte della nostra confessione
religiosa, per il fatto di essere la sede centrale della nostra collettività di
fede e di recarne i segni manifesti, per i suoi grandi edifici monumentali, per
le grandi liturgie che vi si celebrano e per la presenza di colui che considera
il padre universale. E' anche tuttavia, e lo è storicamente sempre stata, e lo
è stata come tutte le città del mondo lo sono e lo sono state, un ambiente
parzialmente dissoluto, corrotto. Questa realtà per così dire infera si è manifestata in modo eclatante l'anno
scorso anche nell'organizzazione centrale della nostra collettività religiosa,
al di là di quelle alte mura che separano dal resto della città, in una specie
di fortezza, le istituzioni più importanti della nostra collettività religiosa,
alle quali siamo abituati a guardare per sapere che fare e che pensare. Questo
è, per quello che si è saputo, il senso
della gravissima crisi che le ha attraversate l'anno scorso e che è ancora in
corso. Non è stata la prima volta che qualcosa di simile è accaduto nelle
nostre collettività religiose. E' accaduto molto, molto di peggio, ma lo si è
sempre superato. Oggi ci si meraviglia che vi siano "due Papi", uno regnante e uno emerito. Ma questo è accaduto in passato altre volte. Ma vi sono stati anche più Papi
contemporaneamente regnanti che si sono lanciati scomuniche. Quest'anno sarà
proclamato papa un Giovanni 23°. Ma nella storia della Chiesa ve ne sono stati
due. Il primo regnò nel Quattrocento, insieme ad un altro Papa, Gregorio 12°,
nel corso di un'altra fase altamente drammatica della nostra collettività religiosa;
ebbe difficoltà con un Concilio, quello tenutosi a Costanza (1414-1418), fu
arrestato, processato fra l'altro per
omicidio, adulterio e sodomia, fu deposto, ma poi reintegrato come cardinale. Gli storici segnalano che sulla sua vicenda vi
furono giudizi oscillanti: non tutti lo considerarono un antipapa. Roncalli lo considerò implicitamente tale, riprendendo la
numerazione dei papi Giovanni dal
numero 23.
La recente
esortazione del nostro vescovo ci chiede di occuparci di più di ciò che accade
nelle nostre città. E innanzi tutto di prendere consapevolezza di ciò che
dell'ambiente cittadino assumiamo nelle nostre concezioni di fede. Poi di
capire se vi è qualcosa che potremmo ancora imparare dalle culture urbane. E
infine di cercare se la fede può influire in qualche cosa per migliorare il
nostro contesto sociale cittadino. Tutto ciò ha un nome: mediazione culturale. E' un lavoro che si fa nella società e che
richiede la collaborazione di molti. Non è cosa che possa essere fabbricata dall'alto, dal vertice. Capire richiede di dialogare.
E l'esito del dialogo non è scontato, non è del tutto prevedibile. Qualcosa
indubbiamente cambierà, perché dialogare
significa cambiare. Ma che cosa e come cambierà non lo si può sapere prima.
Nell'esortazione del nostro vescovo si afferma però che vi è necessità di cambiare, nulla può rimanere come prima. E
questo perché le cose di prima non
vanno più, non funzionano più.
Ma cambiare non sarà
facile. Innanzi tutto perché l'invito al cambiamento è giunto improvvisamente,
dopo decenni in cui la politica che si seguiva era un'altra, per molti versi
opposta. E poi perché, per la sua imprevedibilità, il processo di cambiamento spaventa.
Ma anche perché il dialogo è difficile, per il prevalere, proprio nei contesti
urbani maggiori, di stili collettivi di vita contrastanti con i principi di fede. Per certe cose il cambiamento non
comporterà forse una intensificazione del dialogo, ma l'interruzione dello
stesso. Nella nostra collettività religiosa si è stati troppo accomodanti, a
volte, con i poteri egemoni della nostra civiltà, venendo a lucrosi patti con
essi, in un sorta di spartizione
consensuale delle sfere di influenza, al modo i cui, per la verità, lo si è storicamente
sempre fatto da parte dei nostri capi religiosi. Un esempio di ciò a cui mi
riferisco lo si può vedere, nel film del regista Sorrentino che ha vinto
recentemente l'Oscar, nel personaggio
del cardinale festaiolo che frequenta la bella vita romana, il quale si sottrae alle domande di spiritualità
e intrattiene un pubblico femminile dispensando ricette di cucina.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli