Troppe complicazioni?
C'è sicuramente chi
vede nei temi che affronto su questo blog delle inutili complicazioni. Che
necessità c'è di mettere in ballo tutte queste cose che sembrano avere poco a che fare con la religione dei vecchi tempi (il titolo di una trascinante canzone gospel statunitense della fine Ottocento:
"Dammi la religione dei vecchi
tempi/andava bene a mio padre/andava bene a mio nonno/va bene pure a me")?
In realtà, voglio essere chiaro, non è indispensabile conoscere certe cose. E
viene un momento nella vita di ogni essere umano in cui esse non servono più.
Allora ci si concentra sull'essenziale, nel tentativo di riassumere in pochi
istanti il senso della propria esistenza, e si recupera la fede dell'infanzia,
che non muore mai in noi e, anzi, sorregge tutto il resto che si accumula nel
corso della vita. Ci insegnano a farlo, ad avere sempre sulla bocca un'ultima
preghiera. Lo facciamo sull'esempio del nostro primo Maestro: essa suona in
qualche modo come una variante dell'ultimo "Nelle
tue mani consegno il mio spirito" [Lc 23,46], che è uno dei modi più
efficaci di riassumere la nostra esperienza religiosa. E nelle preghiere più
semplici della nostra tradizione religiosa, quelle che troviamo in bocca ai
semplici e che sono anche sulla bocca dei più complicati quando devono farsi
semplici di fronte agli eventi della vita, c'è in realtà tutta la potenza
del nostro pensiero di fede, condensato amorevolmente e sapientemente nei secoli per farlo entrare nei
cuori di tutti. Ci si può, quindi,
tranquillamente affidare alle cose semplici
ed essere assolutamente sicuri di essere nel giusto, di fare ciò che serve e
che è bene fare. Ma bisogna anche essere consapevoli che la fede non è solo questo. In particolare,
se uno pensa e vuole uscire dalla dimensione della propria interiorità e dal
mondo degli affetti più cari e vicini, per ragionare su come agire nella società
che lo circonda, deve occuparsi di
cose più complicate, farsi carico
della complicazione del mondo. Se ritiene che la sua fede
religiosa non abbia nulla da dire su questo e quindi separa ciò che vive nella
propria intimità personale dalla sua vita in società, sbaglia. E' ciò che non
cessano di dirci i nostri vescovi.
Capire il proprio
tempo e il senso della storia dell'umanità è faticoso e richiede uno sforzo collettivo.
Da soli si va poco lontano. E' un lavoro in cui ci si aiuta e ci si illumina
gli uni gli altri. Fare memoria della storia delle nostre collettività di fede
significa innanzi tutto capire che esso, iniziato dalle origini, non si è mai
interrotto e ha plasmato profondamente il mondo come lo conosciamo e, in un
certo senso, ancora lo sorregge. Gli ideali di giustizia che orientano le
nazioni del mondo e le uniscono in quella organizzazione globale che, appunto,
si chiama Nazioni Unite derivano dal
nostro pensiero religioso, da quel lavoro collettivo. Ma questa situazione non
è stabile, può evolvere in un senso come in un altro. La differenza è l'impegno
che si mette nel cercare di influire sulle società in cui si vive. Per farlo occorre capirle. In questo senso cercare di capire il mondo è anche un
lavoro specificamente religioso. Si
tratta di confrontarsi con realtà nuove. Il passato può darci un
orientamento, non risolvere tutti i problemi. Il nostro modo di vivere la fede
non è mai stato un puro e semplice ripetere
il passato. Del resto l'evento
straordinario dal quale trae origine la nostra esperienza religiosa, che è
stato tanto importante a livello globale che ai tempi nostri in tutta la terra
è il "2014" da esso, non solo nelle nostre chiese ma anche in ogni
altro aspetto della nostra vita collettiva, negli uffici come nei mercati, sui
treni come sugli aerei, in guerra come in pace, per gli scienziati e per i
commercianti, in Occidente come in Oriente, fino agli estremi confini della
Terra, e via dicendo, costituì una stupefacente novità, tanto che noi siamo convinti, nella fede, che esso, pur
manifestatosi nella nostra storia, non deriva esso, dall'inesorabile corso
naturale degli eventi, ma da un'iniziativa soprannaturale.
Come in ogni impegno
umano, capire il mondo richiede un
tirocinio e un esercizio costante. Non è cosa che si impara una volta per tutte,
come quando si prende la patente per guidare la macchina e poi, per tutta la
vita di automobilista, si va a memoria e sulla base della pratica. Giorno per
giorno bisogna dedicarvisi, come ci si dedica alla preghiera personale. Richiede
una disciplina interiore, tanto che lo si è assimilato alla regola dei monaci e chi lo pratica è
stato definito monaco delle cose. Non
si tratta di ripetere, ma di fare memoria, osservare, sviluppare,
collegare creativamente il passato con il futuro. E' molto più di un
puro e semplice attuare. Ciò risulta
molto chiaro, ad esempio, per quanto riguarda gli ideali e i princìpi enunciati
con valore di legge religiosa nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Sento dire
di solito che bisogna attuarli, come
se, a distanza di cinquant'anni potessero contenere tutto ciò che serve per vivere nel mondo di oggi e, in
particolare, per plasmarlo della nostra fede. Non è così. In realtà essi
impressero una nuova direzione alle nostre collettività religiose, rimuovendo
storici impedimenti, barriere e divieti, e ciò fu fatto non per crearne di
nuove, ma per aprire nuovi spazi di impegno e riflessione in cui
bisogna aver il coraggio e la capacità di addentrarsi. Le idee conciliari, per
come la vedo io, non vanno tanto attuate
quanto sviluppate. Ma, innanzi tutto,
bisogna conoscerle. Esse presentano
una certa complessità, che talora si
fa più sensibile. Talvolta sento parlare del Concilio Vaticano 2° senza molta
cognizione di causa, con una certa superficialità. E non di rado si assimilano,
sorprendentemente, le idee conciliari a certi pregiudizi che si hanno sulla
religione e allora si pensa che da quel concilio sia derivata la crisi dell'influenza
delle nostre collettività religiose sul mondo, mentre in realtà quello storico
consesso di nostri capi religiosa fu convocato per rimediare ad essa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli