sabato 15 febbraio 2014

Troppe complicazioni?


Troppe complicazioni?


 C'è sicuramente chi vede nei temi che affronto su questo blog delle inutili complicazioni. Che necessità c'è di mettere in ballo tutte queste cose che sembrano avere poco a che fare con la religione dei vecchi tempi (il titolo di una trascinante canzone gospel statunitense della fine Ottocento: "Dammi la religione dei vecchi tempi/andava bene a mio padre/andava bene a mio nonno/va bene pure a me")? In realtà, voglio essere chiaro, non è indispensabile conoscere certe cose. E viene un momento nella vita di ogni essere umano in cui esse non servono più. Allora ci si concentra sull'essenziale, nel tentativo di riassumere in pochi istanti il senso della propria esistenza, e si recupera la fede dell'infanzia, che non muore mai in noi e, anzi, sorregge tutto il resto che si accumula nel corso della vita. Ci insegnano a farlo, ad avere sempre sulla bocca un'ultima preghiera. Lo facciamo sull'esempio del nostro primo Maestro: essa suona in qualche modo come una variante dell'ultimo "Nelle tue mani consegno il mio spirito" [Lc 23,46], che è uno dei modi più efficaci di riassumere la nostra esperienza religiosa. E nelle preghiere più semplici della nostra tradizione religiosa, quelle che troviamo in bocca ai semplici e che sono anche sulla bocca dei più complicati quando devono farsi semplici di fronte agli eventi della vita, c'è in realtà tutta la potenza del nostro pensiero di fede, condensato amorevolmente e  sapientemente nei secoli per farlo entrare nei cuori di tutti.  Ci si può, quindi, tranquillamente affidare alle cose semplici ed essere assolutamente sicuri di essere nel giusto, di fare ciò che serve e che è bene fare. Ma bisogna anche essere consapevoli che la fede non è solo questo. In particolare, se uno pensa e vuole uscire dalla dimensione della propria interiorità e dal mondo degli affetti più cari e vicini, per ragionare su come agire nella società che lo circonda, deve occuparsi di cose più complicate, farsi carico della complicazione  del mondo. Se ritiene che la sua fede religiosa non abbia nulla da dire su questo e quindi separa ciò che vive nella propria intimità personale dalla sua vita in società, sbaglia. E' ciò che non cessano di dirci i nostri vescovi.
  Capire il proprio tempo e il senso della storia dell'umanità è faticoso e richiede uno sforzo collettivo. Da soli si va poco lontano. E' un lavoro in cui ci si aiuta e ci si illumina gli uni gli altri. Fare memoria della storia delle nostre collettività di fede significa innanzi tutto capire che esso, iniziato dalle origini, non si è mai interrotto e ha plasmato profondamente il mondo come lo conosciamo e, in un certo senso, ancora lo sorregge. Gli ideali di giustizia che orientano le nazioni del mondo e le uniscono in quella organizzazione globale che, appunto, si chiama Nazioni Unite derivano dal nostro pensiero religioso, da quel lavoro collettivo. Ma questa situazione non è stabile, può evolvere in un senso come in un altro. La differenza è l'impegno che si mette nel cercare di influire sulle società in cui si vive.  Per farlo occorre capirle. In questo senso cercare di capire  il mondo è anche un lavoro specificamente religioso. Si tratta di confrontarsi con  realtà nuove. Il passato può darci un orientamento, non risolvere tutti i problemi. Il nostro modo di vivere la fede non è mai stato un puro e semplice ripetere  il passato. Del resto l'evento straordinario dal quale trae origine la nostra esperienza religiosa, che è stato tanto importante a livello globale che ai tempi nostri in tutta la terra è il "2014" da esso, non solo nelle nostre chiese ma anche in ogni altro aspetto della nostra vita collettiva, negli uffici come nei mercati, sui treni come sugli aerei, in guerra come in pace, per gli scienziati e per i commercianti, in Occidente come in Oriente, fino agli estremi confini della Terra, e via dicendo, costituì una stupefacente novità, tanto che noi siamo convinti, nella fede, che esso, pur manifestatosi nella nostra storia, non deriva esso, dall'inesorabile corso naturale degli eventi, ma da un'iniziativa soprannaturale.
 Come in ogni impegno umano, capire il mondo richiede un tirocinio e un esercizio costante. Non è cosa che si impara una volta per tutte, come quando si prende la patente per guidare la macchina e poi, per tutta la vita di automobilista, si va a memoria e sulla base della pratica. Giorno per giorno bisogna dedicarvisi, come ci si dedica alla preghiera personale. Richiede una disciplina interiore, tanto che lo si è assimilato alla regola dei monaci e chi lo pratica è stato definito monaco delle cose. Non si tratta di ripetere, ma di fare memoria, osservare, sviluppare, collegare creativamente  il passato con il futuro. E' molto più di un puro e semplice attuare. Ciò risulta molto chiaro, ad esempio, per quanto riguarda gli ideali e i princìpi enunciati con valore di legge religiosa nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Sento dire di solito che bisogna attuarli, come se, a distanza di cinquant'anni potessero contenere tutto  ciò  che serve per vivere nel mondo di oggi e, in particolare, per plasmarlo della nostra fede. Non è così. In realtà essi impressero una nuova direzione alle nostre collettività religiose, rimuovendo storici impedimenti, barriere e divieti, e ciò fu fatto non per crearne di nuove, ma per aprire  nuovi spazi di impegno e riflessione in cui bisogna aver il coraggio e la capacità di addentrarsi. Le idee conciliari, per come la vedo io, non vanno tanto attuate quanto sviluppate. Ma, innanzi tutto, bisogna conoscerle. Esse presentano una certa complessità, che talora si fa più sensibile. Talvolta sento parlare del Concilio Vaticano 2° senza molta cognizione di causa, con una certa superficialità. E non di rado si assimilano, sorprendentemente, le idee conciliari a certi pregiudizi che si hanno sulla religione e allora si pensa che da quel concilio sia derivata la crisi dell'influenza delle nostre collettività religiose sul mondo, mentre in realtà quello storico consesso di nostri capi religiosa fu convocato per rimediare ad essa.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte  Sacro, Valli