Necessità di un
mutamento di prospettive
Sembra che i problemi che nelle nostre
collettività religiose si sperimentano siano tutti sostanzialmente
riconducibili al tema della sessualità, di ciò che si può o non si può fare, da
gente di fede, in questo campo. Per come la vedo io, questa è una prospettiva
molto particolare, e da un certo altro punto di vista distorta e falsante, prodotta
da fonti, il clero e i religiosi, il cui stile di vita si differenzia da
quello dei laici proprio in quella materia, negandosi del tutto la sessualità e
vivendola come peccato, e che tuttavia svolgono
mansioni di insegnamento etico proprio su quel tema. Ne derivano regole che
sono semplicemente impraticabili per i laici e che, di fatto, non vengono
praticate se non in modo discontinuo nel corso delle storie di vita delle
persone e da minoranze particolarmente motivate. Ma se ci si permette una certa
disinvoltura, da parte di chi nella sessualità è coinvolto perché non ha preso né
intende prendere i particolari impegni del clero e dei religiosi, è perché si
tratta di materia alla quale si attribuisce molta meno importanza di quella che
ad essa viene data nel magistero religioso, nella dottrina, giungendo a
ipotizzare, in linea di principio, addirittura la dannazione eterna anche per
traffici di minima importanza. Del resto questi orientamenti meno rigoristi
sono condivisi anche nella pratica della cura d'anime, per cui si può
facilmente registrare un notevole divario tra ciò che si afferma in linea di
principio e ciò che poi viene detto a tu per tu con il singolo fedele, nei vari
momenti, sacramentali e non, in cui questi tipi di relazioni avvengono.
Da quello che ho
osservato consegue che, anche attenuando le pretese verso i laici in materia di
sessualità, sistemando quindi in teologia problemi creati dalla stessa
teologia, non saranno risolti i problemi che le nostre collettività religiose
hanno nel e col mondo in cui vivono. Essi oltrepassano la competenza teologica
di chi nelle nostre collettività ha il compito di insegnare la fede, anche se
indubbiamente anche la teologia ha qualcosa da dire su di loro. L'aver fatto
appello alla creatività di tutta la gente di fede, come è avvenuto
nella recente esortazione del nostro vescovo, è stato certamente molto giusto
per indicare la via per cercarne una soluzione. Essi infatti hanno molto più a
che fare con le dinamiche sociali contemporanee che con il soprannaturale. Si
tratta infatti di influire sulle forme di organizzazione delle società del
nostro tempo, la cui complessità supera quella delle società di ogni altra
epoca storica precedente se non altro per il numero di individui che
raggruppano, in modo che gli esseri umani non siano trattati come giocattoli,
strumenti o merce. Le concezioni del soprannaturale rientrano in questo lavoro
essenzialmente per fornirne il movente e il contesto, ma non sono in grado di
indicare che fare in concreto per ottenere i risultati che ci si prefigge di
produrre. Ad esempio, una volta affermato il comando di natura soprannaturale,
quindi assoluto, non dipendente dalle circostanze, di non uccidere, resta il problema di strutturare una società in cui
gli ammazzamenti siano ridotti al minimo possibile, lavoro in cui le organizzazioni
religiose non hanno sempre dato il meglio di loro stesse (nella nostra
confessione la conversione alla pace è piuttosto recente). Quest'opera sulla
società in cui si vive è la politica, quella che Giuseppe Lazzati, per marcarne
la differenza con i sensi deteriori in cui la politica è correntemente intesa,
ridenominò come costruire la città
dell'uomo. La Chiesa, intesa come gerarchia, clero e religiosi, dichiara di
negarsi alla politica, non però perché non
faccia politica, essa anzi in Italia è uno dei più importanti attori della
politica, ma perché non accetta di farla
secondo metodi democratici, che comprendono il dialogo con chi ha concezioni
diverse e a rinuncia a certi privilegi, volendo imporre la concezione per la
quale essa ha sempre ragione, non accettando mai quindi di essere messa in
minoranza o anche solo in discussione. La costruzione della città dell'uomo è
quindi, nella nostra confessione, un lavoro da laici, ai quali però è negato di
farlo come Chiesa. Se nel primo caso c'è gente che si nega alla politica, in
questo secondo caso è la politica che è negata alla gente, almeno fin tanto che
si manifesti religiosa. In questo modo non è possibile discutere le scelte
politiche della gerarchia, ma neanche sottoporre quest'ultima, nella sua
organizzazione, a critiche di natura politica. I risultati si sono visti nei
drammatici sviluppi dello scorso anno. E non c'è possibilità di discutere tra
gente di fede, nelle sedi della fede, della
politica come costruzione della città dell'uomo, nel senso in cui la
intendeva Lazzati. Questa situazione non è in linea con l'aggiornamento promosso, ormai
cinquant'anni fa, nel corso del Concilio Vaticano 2°. In un certo senso,
quindi, sotto questo particolare aspetto, le nostre collettività religiose sono
preconciliari.
In realtà le maggiori
divisioni che si sono prodotte negli ultimi decenni nelle nostre collettività
religiose hanno spiccata natura politica, per quanto vengano poi rivestite di
teologhese, il gergo dei teologi usato dai non teologi. Al centro di tutto sta
la grande questione dell'accettazione dei principi e dei metodi delle
democrazie contemporanee. Certamente essi non si trovano nelle Scritture sacre,
se non forse come embrione, per la ragione che esse provengono dagli antichi,
vissuti in tempi molto lontani dai nostri. Eppure, come sono essenziali per il
mantenimento della pace sociale nelle società contemporanee più avanzate,
possono svolgere analoga funzioni anche in quelle religiose e, soprattutto, promuovere
forme di progresso in cui le persone umane non siano mai ridotte a cose. Il
personalismo e l'umanesimo integrale sono le concezioni che storicamente hanno
cercato di mediare creativamente tra
i valori assoluti ricevuti dal passati e le esigenze dei tempi nuovi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro,Valli