martedì 25 febbraio 2014

Enzo Bianchi - La Chiesa ascolti il mondo - sintesi dell'articolo pubblicato il 23-2-14 su "La Stampa"


Enzo Bianchi - La Chiesa ascolti il mondo - sintesi dell'articolo pubblicato il 23-2-14 su "La Stampa"
 
 Il 23-2-14 su "La Stampa" è stato pubblicato un articolo di Enzo Bianchi dal titolo "La Chiesa ascolti il mondo". Di seguito ne faccio una sintesi.
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"La Chiesa ascolti il mondo" ("La Stampa" 23-2-14)- di Enzo Bianchi - sintesi
 
 In vista del sinodo dei vescovi, il prossimo autunno, è stato inviato un questionario alle singole diocesi in modo che ogni Chiesa locale, parrocchia e comunità fosse possibile per i cristiani manifestare il proprio pensiero su temi e problemi morali che devono essere affrontati con urgenze.
 Questa iniziativa risponde a un bisogno già manifestato negli Anni Cinquanta da Pio 12°: l'emergere di un'opinione pubblica nella Chiesa, di un confronto che, invece di tacitare i conflitti o ignorare i nuovi problemi, li affronti e cerchi di risolverli con il discernimento ecclesiale. Soprattutto sui temi inerenti alla famiglia e alla sessualità era divenuto necessario ascoltare quanti vivono la realtà del matrimonio cristiano o della vita di coppia e dare voce anche a quelli che si sentono in difficoltà rispetto al magistero tradizionale della Chiesa.
 Ascoltare! Operazione non solo necessaria in tutte le relazioni umane, ma anche profondamente cristiana.
 Il questionario ha ricevuto una gran quantità di risposte, mostrando quanto le comunità siano vivaci e capaci di esprimere in modo motivato le loro considerazioni, anche nel coinvolgimento dei mutamenti culturali e di costume avvenuti negli ultimi decenni. Per due anni ci sarà un cammino davvero sinodale di tutta la Chiesa su questi temi così urgenti.
 Contemporaneamente  aziende o organismi internazionali operavano sondaggi per conoscere le differenti posizioni delle popolazioni di vari Paesi. Appare evidente  in Italia un disaccordo rispetto alle posizioni della Chiesa più marcato che in altri Paesi. Gli italiani pensano che il divorzio non costituisca peccato. Come mai in Italia - Paese in cui la percentuale (80%) di chi si definisce cattolico e frequenta la messa domenicale è la più alta di tutte le circa venti nazioni "cattoliche" occidentali - si disattende così largamente ciò che pensa la Chiesa?
  Sui media [= termine latino che, con un nuovo significato, abbiamo ricevuto dal mondo angloamericano. In latino è il plurale della parola che significa mezzo, strumento. Nell'accezione attuale si riferisce ai mezzi di comunicazione di massa, giornali, televisione, pubblicazioni su internet. Anche questo blog fa parte dei media - nota mia] appaiono molte semplificazioni  che suscitano attese e speranze sbagliate.
 La Chiesa, infatti, deve sì ascoltare l'umanità, ma deve anche essere capace di operare un discernimento per riconoscere anche la mondanità [=attaccamento alle cose del mondo invece che ai valori spirituali: ricchezza, onori, potere, piacere - nota mia] che può essere presente  nelle richieste e nelle valutazioni dei cattolici.
 C'è una precisa parola di Gesù sulla non bontà del divorzio, alla quale il cristiano deve fare obbedienza.
 Che senso ha, allora, chiedere se i divorziati devono essere ammessi alla partecipazione eucaristica? Quali divorziati? Quelli che fanno della vita di coppia un'avventura? Quelli che non hanno né esigenze etiche né saldezza nella fede. Oppure quelli che hanno vissuto il matrimonio senza le condizioni necessarie  perché fosse un vero sacramento, dunque indissolubile, e che poi in una nuova unione mostrano fedeltà, perseveranza e capacità di compiere un autentico cammino cristiano. Sì, conosciamo bene nella vita di ogni giorno quanti sono i fallimenti nella vicenda del matrimonio. E conosciamo anche molti che trovano in una nova unione una via che conosce l'amore fedele, la perseveranza, una vita rinnovata  che cerca di realizzare le esigenza cristiane.  Dopo un tempo congruo che possa testimoniare una determinazione di amore fedele e di "fare storia" nell'amore, sarà possibile la riammissione eucaristica?
 La relazione del cardinal Kasper tenuta in questi giorni ai cardinali riuniti in concistoro  è voce non solo di un grande teologo, ma di un pastore che conosce bene la situazione del gregge, così come conosce bene la parola del Signore: verità nella misericordia, sempre.
 La Chiesa non può svuotare il Vangelo o annacquarlo, ma può ricercare e leggere, più in profondità, le nuove condizioni in cui sono immessi i credenti e discernere se ci sono possibilità di considerare un nuovo cammino matrimoniale come autentico e coerente con le parole di Gesù.
 La Chiesa vuole che visibilmente appaia coerenza tra la vita pubblica e le esigenze della partecipazioni all'eucaristia, ma le situazioni sono diverse e la Chiesa deve imparare a discernerle. Del resto, come diceva già il concilio di Trento, l'eucaristia è anche per la remissione dei peccati, è viatico per il credente pellegrino e penitente. Non si dimentichi che la legge secondo il Vangelo vige finché non avviene il peccato ma, consumato il peccato, deve regnare la misericordia. Nessun legalismo, allora, nessuna rigidità, ma anche nessuna grazia a basso prezzo.
 I cristiani devono ascoltare le istanze provenienti dalla società. Ma i discepoli di Cristo devono anche avere il coraggio della "differenza", dell'essere sale della terra, capaci di dare sapore alla vita umana e di impegnarsi per l'umanizzazione e l'autentica libertà di tutti.
Nota di metodo: la sintesi, pur utilizzando solo parole dell'autore, tranne quelle comprese tra parentesi quadre, è una mia elaborazione e riflette le mie capacità di comprensione del testo. Il risultato potrebbe non essere conforme al pensiero dell'autore. 
Mie osservazioni:
 
 Non riesco a comprendere bene come si possa sostenere che "c'è una precisa parola di Gesù sulla non bontà del divorzio", intendendo per divorzio la disciplina dello scioglimento del rapporto matrimoniale che è stata introdotta nelle nazioni rette dalle democrazie contemporanee di tipo occidentale. Infatti i detti di Gesù che solitamente vengono riferiti a questo tema non trattavano di questo divorzio, che non esisteva ancora, ma di un istituto molto diverso che era il ripudio, vale a dire la decisione unilaterale di rompere il vincolo matrimoniale. E, anche in questo caso, menzionavano un'eccezione che, ai tempi nostri, dopo due millenni di lavorio interpretativo sul quale ha inciso sensibilmente una certa ideologia del matrimonio che però risale a molti secoli dopo le origini, non si sa più bene dire che cosa fosse (la parola greca che l'esprime viene tradotta con concubinato, impudicizia, relazione  illegale).
 L'istituto contemporaneo del divorzio non è in alcun modo assimilabile al ripudio che vigeva nell'antico diritto giudaico, ma nemmeno al divorzio/ripudio che, in varie forme mutate nei secoli, fu previsto dall'antico diritto romano (la disciplina canonica del matrimonio risente molto dell'ideologia matrimoniale sviluppata nelle dottrine giuridiche degli antichi giusperiti latini proprio sotto il profilo dell'indissolubililtà del contratto matrimoniale). Si tratta infatti di una scelta consensuale o di una decisione adottata dalle autorità civili dopo un procedimento giudiziario in cui le parti possono esporre le proprie ragioni e prevede in ogni caso misure di sostegno alla parte più debole e il  mantenimento delle proprie responsabilità verso i figli.
 Il problema che oggi pongono i divorziati risposati non è solo quello della partecipazione alla Comunione, ma quello, più ampio, dell'essere considerati pubblicamente particolarmente (più degli altri fedeli) bisognosi di misericordia, quindi in qualche modo pubblici peccatori, pur se le loro scelte non vengono considerate illecite per il diritto civile contemporaneo e se hanno mantenuto le responsabilità sociali che derivano per la legge civile dallo scioglimento del matrimonio, in particolare adempiendo gli obblighi verso la parte più debole del matrimonio sciolto e i figli.
 
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli