Democrazia, via della
Chiesa?
Si sente spesso
proclamare che "la Chiesa", intesa come gerarchia, ordinamento dei
nostri capi religiosi, "non fa politica", nel senso che non dà
indicazioni su come risolvere le questioni politiche, salvo che sotto il
profilo etico. Devo francamente dissentire da questa affermazione, sia sotto il
profilo storico, dove vuole significare che "la Chiesa non ha mai fatto
politica", sia sotto quello dei propositi, dove intende che "la
Chiesa non deve fare politica".
In realtà, se
guardiamo alla storia delle nostre collettività religiose, appare piuttosto
evidente che, più o meno dal sesto secolo della nostra era, i nostri capi
religiosi, e in particolare quelli posti al vertice della gerarchia, non hanno
fatto praticamente altro che "fare politica". Anche i grandi scismi
che hanno travagliato le nostre confessioni religiose hanno avuto
essenzialmente motivazioni politiche, dal momento che ai tempi nostri si è
riconosciuto che praticamente ogni questione teologica che fu posta alla base
di quelle divisioni può essere superata, e in effetti per la gran parte dei
motivi di conflitto così è accaduto, e ancora hanno motivazioni politiche,
concentrandosi sulla questione della misura del potere da assegnare al nostro
vertice romano, contrasto anche questo in via di appianamento dal momento che
da un lato, da quello degli "altri", si richiede di prevedere minori
poteri e dall'altro, da parte nostra, si tende a convenire su questa
impostazione.
Quando è stata
pubblicata la recente esortazione apostolica del nostro vescovo e padre
universale sulla "gioia del Vangelo", ci si è stupiti che in essa
venisse criticata esplicitamente una delle teorie macro-economiche che va per
la maggiore nel mondo Occidentale. In realtà quella critica si pone nel solco
della dottrina sociale della Chiesa, che esordì, a fine Ottocento, proprio con
un'enciclica, la Rerum Novarum (sulle
"novità" del mondo di allora), che appunto era centrata sulla critica
di una teoria economica, quella socialista, e che poi continuò su questo
registro fino all'aspra repressione, negli scorsi anni Ottanta e Novanta, della
cosiddetta teologia della liberazione,
sviluppatasi in centro e sud-America, che aveva sostanzialmente il senso di una
teologia politica, nel senso di teologia della politica esplicita, non
coperta sotto l'aspetto di etica su base teologica.
Il problema quindi,
non è in realtà, se "fare" o non "fare" politica, ma è
quello di "chi" può e deve "fare politica" nella
Chiesa e, soprattutto, "come", con quale metodo "farla".
La nostra gerarchia
religiosa "fa" politica con metodo non democratico. Infatti ancora
concepisce se stessa come un impero
religioso, una monarchia assoluta universale. Ai tempi nostri si comincia a
riconoscere che questo assetto molto accentrato non rientra tra le cose
essenziali e irrinunciabili della nostra fede. In tempi anche recenti,
discutere di questo argomento poteva costare molto caro, soprattutto a chi era
inserito nell'organizzazione del clero e quindi, per mestiere, faceva il pastore d'anime. Oggi invece
siamo esortati all'audacia. Bene,
prendiamo sul serio questo invito.
Ai tempi nostri non
si ammettono più poteri non democratici. Democrazia non è solo il metodo
maggioritario di prendere decisioni collettive, ma è soprattutto un sistema di principi supremi
che, a partire da quello dell'uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri
umani, fondano un sistema corrispondente di diritti fondamentali. Ad esempio,
l'affermazione di quella uguaglianza in dignità, a prescindere dalla concrete
condizioni di cittadinanza, cultura, etnia, sesso e via dicendo con le
distinzioni tra gli individui, fonda il diritto alla libertà di coscienza, che
molto faticosamente si viene affermando, nell'estensione con cui oggi lo si
concepisce, anche nella nostra confessione religiosa. Perché
"faticosamente"? Perché sembra che in un sistema che accetti la
libertà di coscienza poi uno sia libero di fare ciò che gli pare. E' questo il
fondamento di tutte le prese di posizione in materia di indifferentismo che ciclicamente vengono riproposte nella nostra
collettività religiosa. La questione non è teologica o filosofica, ma
squisitamente politica. Perché ciò che spaventa non è la libertà di coscienza
come libertà di pensiero, ma la
libertà di coscienza come fondamento di possibili obiezioni di coscienza contro il potere che è esercitato nella
nostra organizzazione religiosa. Mi pare di capire che l'atteggiamento che i nostri capi religiosi ritengono preferibile
sia quello di chi liberamente decide
di obbedire alle loro decisioni.
Questo metodo, se trasferito nelle questioni politiche che hanno anche valenza religiosa, come chiaramente
evidenziato da ultimo nella recente esortazione
del nostro vescovo, ad esempio nel valutare la bontà di un regime politico, non
è accettabile. Mi pare che si stia tentando di avviarne il superamento, ad
esempio, come ricordato da Enzo Bianchi nell'articolo di domenica scorsa su La Stampa, prendendo atto che nelle
nostra collettività religiose si è formata un'opinione pubblica che merita di essere consultata su temi molto rilevanti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli