giovedì 27 febbraio 2014

Democrazia, via della Chiesa?


Democrazia, via della Chiesa?

 
 Si sente spesso proclamare che "la Chiesa", intesa come gerarchia, ordinamento dei nostri capi religiosi, "non fa politica", nel senso che non dà indicazioni su come risolvere le questioni politiche, salvo che sotto il profilo etico. Devo francamente dissentire da questa affermazione, sia sotto il profilo storico, dove vuole significare che "la Chiesa non ha mai fatto politica", sia sotto quello dei propositi, dove intende che "la Chiesa non deve fare politica".
 In realtà, se guardiamo alla storia delle nostre collettività religiose, appare piuttosto evidente che, più o meno dal sesto secolo della nostra era, i nostri capi religiosi, e in particolare quelli posti al vertice della gerarchia, non hanno fatto praticamente altro che "fare politica". Anche i grandi scismi che hanno travagliato le nostre confessioni religiose hanno avuto essenzialmente motivazioni politiche, dal momento che ai tempi nostri si è riconosciuto che praticamente ogni questione teologica che fu posta alla base di quelle divisioni può essere superata, e in effetti per la gran parte dei motivi di conflitto così è accaduto, e ancora hanno motivazioni politiche, concentrandosi sulla questione della misura del potere da assegnare al nostro vertice romano, contrasto anche questo in via di appianamento dal momento che da un lato, da quello degli "altri", si richiede di prevedere minori poteri e dall'altro, da parte nostra, si tende a convenire su questa impostazione.
 Quando è stata pubblicata la recente esortazione apostolica del nostro vescovo e padre universale sulla "gioia del Vangelo", ci si è stupiti che in essa venisse criticata esplicitamente una delle teorie macro-economiche che va per la maggiore nel mondo Occidentale. In realtà quella critica si pone nel solco della dottrina sociale della Chiesa, che esordì, a fine Ottocento, proprio con un'enciclica, la Rerum Novarum (sulle "novità" del mondo di allora), che appunto era centrata sulla critica di una teoria economica, quella socialista, e che poi continuò su questo registro fino all'aspra repressione, negli scorsi anni Ottanta e Novanta, della cosiddetta teologia della liberazione, sviluppatasi in centro e sud-America, che aveva sostanzialmente il senso di una teologia politica, nel senso di teologia della politica esplicita, non coperta sotto l'aspetto di etica su base teologica.
 Il problema quindi, non è in realtà, se "fare" o non "fare" politica, ma è quello di "chi"  può e deve "fare politica" nella Chiesa e, soprattutto, "come", con quale metodo "farla".
 La nostra gerarchia religiosa "fa" politica con metodo non democratico. Infatti ancora concepisce se stessa come un impero religioso, una monarchia assoluta universale. Ai tempi nostri si comincia a riconoscere che questo assetto molto accentrato non rientra tra le cose essenziali e irrinunciabili della nostra fede. In tempi anche recenti, discutere di questo argomento poteva costare molto caro, soprattutto a chi era inserito nell'organizzazione del clero e quindi, per mestiere, faceva il pastore d'anime. Oggi invece siamo esortati all'audacia. Bene, prendiamo sul serio questo invito.
 Ai tempi nostri non si ammettono più poteri non democratici. Democrazia non è solo il metodo maggioritario di prendere decisioni collettive, ma  è soprattutto un sistema di principi supremi che, a partire da quello dell'uguaglianza in dignità tra tutti gli esseri umani, fondano un sistema corrispondente di diritti fondamentali. Ad esempio, l'affermazione di quella uguaglianza in dignità, a prescindere dalla concrete condizioni di cittadinanza, cultura, etnia, sesso e via dicendo con le distinzioni tra gli individui, fonda il diritto alla libertà di coscienza, che molto faticosamente si viene affermando, nell'estensione con cui oggi lo si concepisce, anche nella nostra confessione religiosa. Perché "faticosamente"? Perché sembra che in un sistema che accetti la libertà di coscienza poi uno sia libero di fare ciò che gli pare. E' questo il fondamento di tutte le prese di posizione in materia di indifferentismo che ciclicamente vengono riproposte nella nostra collettività religiosa. La questione non è teologica o filosofica, ma squisitamente politica. Perché ciò che spaventa non è la libertà di coscienza come libertà di pensiero, ma la libertà di coscienza come fondamento di possibili obiezioni di coscienza contro il potere che è esercitato nella nostra organizzazione religiosa. Mi pare di capire che l'atteggiamento che  i nostri capi religiosi ritengono preferibile sia quello di chi liberamente decide di obbedire alle loro decisioni. Questo metodo, se trasferito nelle questioni politiche che hanno anche valenza religiosa, come chiaramente evidenziato da ultimo nella recente esortazione del nostro vescovo, ad esempio nel valutare la bontà di un regime politico, non è accettabile. Mi pare che si stia tentando di avviarne il superamento, ad esempio, come ricordato da Enzo Bianchi nell'articolo di domenica scorsa su La Stampa, prendendo atto che nelle nostra collettività religiose si è formata un'opinione pubblica che merita di essere consultata su temi molto rilevanti.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli