Mediazione culturale:
un compito per tutti e di tutti
Nella nostra confessione
religiosa ai laici è inibito di svolgere
un ruolo creativo nelle cose della fede, salvo che si sottomettano ad
organizzazioni religiose le quali a loro volta si facciano suddite, nel vero
senso del termine, di una gerarchia religiosa strutturata fondamentalmente sul
modello monarchico/feudale intorno al nostro vertice romano, caratterizzato da
una imponente burocrazia a quasi esclusiva componente clericale. Anche questo
modello è frutto di più mediazioni culturali storicamente situabili: la sua
origine può essere collocata nel Quattrocento. Da quell'epoca ai laici, nelle
nostre collettività religiose, è riservato fondamentalmente il ruolo di esecutori di decisioni altrui. La situazione
cominciò
a cambiare a seguito del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Quella
grande convocazione di nostri capi religiosi segnò indubbiamente una volta, non
tanto per ciò che riuscì a cambiare nell'immediato, anche se i cambiamenti vi
furono e furono assai rilevanti, ma per l'orientamento impresso agli sviluppi
delle idee chiave che animarono quel consesso. Il pensare che si dovesse,
questo lavoro, andare fino ad un certo punto e non oltre ha caratterizzato
fortemente gli ultimi trent'anni della nostra storia religiosa, gelando molte
aspettative. Svolgendo uno sguardo retrospettivo a quell'epoca non si sfugge
all'impressione che sia trattato di un lungo inverno, dopo la primavera del
Concilio. E ciò anche se essa non è stata priva di grandezza, di rilevanti realizzazioni,
in particolare nel campo del superamento dell'antigiudaismo cristiano, che era
stato, dal Quattrocento, il segno più evidente dei tempi che venivano
maturando, creando linguaggi, concezioni, regole che nello scorso secolo, pur
calati in una cornice di tipo razzista/neodarwinista e non più religiosa, caratterizzarono
l'antisemitismo nazifascista. Significativa fu l'istituzioni dei ghetti ebraici
voluta dal papa Paolo 4° con la bolla Cum
nimis absurdum del 1555.
Gli stessi documenti del Concilio Vaticano 2°
appaiono invecchiati e questo emerge in un'epoca come la nostra in cui non si sono
sopite tendenze reazionarie e in cui, in
genere. l'andazzo prevalente è di tipo conservatore. Il punto in cui le idee
conciliari richiederebbero un aggiornamento è quello delle relazioni tra fede e
democrazie contemporanee e, innanzi tutto, con la concezione contemporanea
della democrazia, tutta centrata non sul metodo maggioritario di prendere le
decisioni ma sull'ideologia dei diritti umani fondamentali, che si sottraggono
all'arbitrio delle maggioranze. Il tema non viene di solito affrontato perché
comporterebbe incisive conseguenze sull'organizzazione della nostra gerarchia
religiosa, ancora strutturata su un modello fortemente anacronistico. La
materia è improvvisamente venuta alla ribalta nelle fasi drammatiche che stanno
travagliando il nostro vertice romano dall'inizio dell'anno scorso. Una crisi
gravissima si è manifestata e ancora si manifesta nella burocrazia imperiale che è posta giuridicamente al
vertice della nostra gerarchia religiosa ed è stata anche denunciata
pubblicamente, e questa è una novità nella storia della nostra confessione
religiosa, proprio di chi tale vertice impersona. L'attuale momento storico è
caratterizzato da un sovrano religioso che rifiuta di sedersi sul suo trono.
Questo richiederebbe una riforma, ma sembrano mancare, per la velocità con cui
tutto è accaduto, le istituzioni che di tale riforma potrebbero farsi
interpreti e, prima di ciò, le forze per pensarla e attuarla. Le nostre
collettività religiose sono state infatti colte ancora nel mezzo di
quell'inverno di cui dicevo. Rimettere in moto un lavoro interrotto più o meno
per una generazione, un tempo lunghissimo tenuto conto della dinamicità dei
tempi in cui viviamo, non è facile. Lo possiamo vedere nelle difficoltà che
troviamo, come Azione Cattolica parrocchiale, a riattivare una dinamica di
gruppo che non consista nella pura e semplice resistenza. E' come se fossero stati recisi i legami vitali con la
società in cui siamo immersi, innanzi tutto con il quartiere intorno a noi, la
nostra realtà locale.
La riforma la cui
necessità si è drammaticamente manifestata nei tempi che stiamo vivendo non
sarà solo cosa per capi religiosi. Se vorrà essere efficace richiederà la
collaborazione creativa di tutti. Il
suo strumento fondamentale, l'attrezzo da lavoro, sarà la mediazione culturale.
In questo senso la mediazione culturale è cosa per tutti. E' insieme opportunità e dovere: spesso si coglie solo
il primo aspetto. Eppure la doverosità del cambiamento è implicita nell'idea di conversione religiosa. Quest'ultima
viene infatti espressa anche con la parola del greco antico metànoia, che significa cambiamento di mentalità. Spesso questo
processo viene inteso come un passaggio dalla sottomissione alla società civile
a quella alle autorità religiose, ma in realtà esso può andare molto oltre
questo e, innanzi tutto, può porre in questione la stessa idea di totale sottomissione all'autorità di altri esseri umani, che è il tema fondamentale delle democrazie
contemporanee.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli