martedì 18 febbraio 2014

Mediazione culturale: un compito per tutti e di tutti


Mediazione culturale: un compito per tutti e di tutti

 
 Nella nostra confessione  religiosa ai laici è inibito di svolgere un ruolo creativo nelle cose della fede, salvo che si sottomettano ad organizzazioni religiose le quali a loro volta si facciano suddite, nel vero senso del termine, di una gerarchia religiosa strutturata fondamentalmente sul modello monarchico/feudale intorno al nostro vertice romano, caratterizzato da una imponente burocrazia a quasi esclusiva componente clericale. Anche questo modello è frutto di più mediazioni culturali storicamente situabili: la sua origine può essere collocata nel Quattrocento. Da quell'epoca ai laici, nelle nostre collettività religiose, è riservato fondamentalmente il ruolo di esecutori di decisioni altrui. La situazione cominciò  a cambiare a seguito del Concilio Vaticano 2° (1962-1965). Quella grande convocazione di nostri capi religiosi segnò indubbiamente una volta, non tanto per ciò che riuscì a cambiare nell'immediato, anche se i cambiamenti vi furono e furono assai rilevanti, ma per l'orientamento impresso agli sviluppi delle idee chiave che animarono quel consesso. Il pensare che si dovesse, questo lavoro, andare fino ad un certo punto e non oltre ha caratterizzato fortemente gli ultimi trent'anni della nostra storia religiosa, gelando molte aspettative. Svolgendo uno sguardo retrospettivo a quell'epoca non si sfugge all'impressione che sia trattato di un lungo inverno, dopo la primavera del Concilio. E ciò anche se essa non è stata priva di grandezza, di rilevanti realizzazioni, in particolare nel campo del superamento dell'antigiudaismo cristiano, che era stato, dal Quattrocento, il segno più evidente dei tempi che venivano maturando, creando linguaggi, concezioni, regole che nello scorso secolo, pur calati in una cornice di tipo razzista/neodarwinista e non più religiosa, caratterizzarono l'antisemitismo nazifascista. Significativa fu l'istituzioni dei ghetti ebraici voluta dal papa Paolo 4° con la bolla Cum nimis absurdum del 1555.
  Gli stessi documenti del Concilio Vaticano 2° appaiono invecchiati e questo emerge in un'epoca come la nostra in cui non si sono sopite tendenze reazionarie e in cui,  in genere. l'andazzo prevalente è di tipo conservatore. Il punto in cui le idee conciliari richiederebbero un aggiornamento è quello delle relazioni tra fede e democrazie contemporanee e, innanzi tutto, con la concezione contemporanea della democrazia, tutta centrata non sul metodo maggioritario di prendere le decisioni ma sull'ideologia dei diritti umani fondamentali, che si sottraggono all'arbitrio delle maggioranze. Il tema non viene di solito affrontato perché comporterebbe incisive conseguenze sull'organizzazione della nostra gerarchia religiosa, ancora strutturata su un modello fortemente anacronistico. La materia è improvvisamente venuta alla ribalta nelle fasi drammatiche che stanno travagliando il nostro vertice romano dall'inizio dell'anno scorso. Una crisi gravissima si è manifestata e ancora si manifesta nella burocrazia imperiale che è posta giuridicamente al vertice della nostra gerarchia religiosa ed è stata anche denunciata pubblicamente, e questa è una novità nella storia della nostra confessione religiosa, proprio di chi tale vertice impersona. L'attuale momento storico è caratterizzato da un sovrano religioso che rifiuta di sedersi sul suo trono. Questo richiederebbe una riforma, ma sembrano mancare, per la velocità con cui tutto è accaduto, le istituzioni che di tale riforma potrebbero farsi interpreti e, prima di ciò, le forze per pensarla e attuarla. Le nostre collettività religiose sono state infatti colte ancora nel mezzo di quell'inverno di cui dicevo. Rimettere in moto un lavoro interrotto più o meno per una generazione, un tempo lunghissimo tenuto conto della dinamicità dei tempi in cui viviamo, non è facile. Lo possiamo vedere nelle difficoltà che troviamo, come Azione Cattolica parrocchiale, a riattivare una dinamica di gruppo che non consista nella pura e semplice resistenza. E' come se fossero stati recisi i legami vitali con la società in cui siamo immersi, innanzi tutto con il quartiere intorno a noi, la nostra realtà locale.
 La riforma la cui necessità si è drammaticamente manifestata nei tempi che stiamo vivendo non sarà solo cosa per capi religiosi. Se vorrà essere efficace richiederà la collaborazione creativa di tutti. Il suo strumento fondamentale, l'attrezzo da lavoro, sarà la mediazione culturale. In questo senso la mediazione culturale è cosa per tutti. E' insieme opportunità e dovere: spesso si coglie solo il primo aspetto. Eppure la doverosità  del cambiamento è implicita nell'idea di conversione  religiosa. Quest'ultima viene infatti espressa anche con la parola del greco antico metànoia, che significa cambiamento di mentalità. Spesso questo processo viene inteso come un passaggio dalla sottomissione alla società civile a quella alle autorità religiose, ma in realtà esso può andare molto oltre questo e, innanzi tutto, può porre in questione la stessa idea di totale sottomissione  all'autorità di altri esseri umani, che  è il tema fondamentale delle democrazie contemporanee.
 
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli