venerdì 21 febbraio 2014

La nostra collettività di fede non cambierà per decreto romano - note sull'articolo di Eugenio Scalfari sul Papa e i mandarini del Vaticano


La nostra collettività di fede non cambierà per decreto romano  - note sull'articolo di Eugenio Scalfari sul Papa e i mandarini del Vaticano

 

 Nella nostra confessione religiosa siamo stati abituati a dare molta importanza a tutto ciò che viene da Roma. Anche chi ci guarda dall'esterno ha assunto questa particolare prospettiva. Lo si nota chiaramente nell'articolo di Eugenio Scalfari del'altro ieri.
 Bisogna però rendersi conto che, per le sue caratteristiche, la crisi che attraversa la nostra collettività religiosa non sarà superata per decreto romano e, anzi, l'intenso attivismo del nostro vertice romano l'ha acuita creando quella sorta di realtà virtuale, fittizia, alla quale si è riferito Scalfari.
 Il recente evento "i fidanzati a San Pietro", che è stato inscenato a Roma con un certo clamore mediatico, dimostra che le strategie del passato sono ancora attive. Infatti le lunghe convivenze che precedono l'atto giuridico del matrimonio, che in Italia coincide con il Sacramento, sono il campo in cui si avverte acutissima l'insostenibilità pratica della dottrina etica promulgata da Roma. Questa è la situazione che è chiarissima  a tutti e da molto tempo. Ma in quell'evento essa è stata nascosta e sovrastata da una liturgia di massa in cui il popolo dei fedeli coinvolti nel problema è stato presentato come una massa di comparse per recitare un copione scritto dagli organizzatori. Esso in realtà non ha avuto voce.
 Se effettivamente si vogliono produrre cambiamenti che mettano nuovamente in contatto il mondo con la fede collettivamente vissuta, e viceversa, e producano nuove mediazioni culturali in grado di risolvere il contrasto tra fede parlata, insegnata e professata e fede vissuta, occorre produrre un sistema di autorizzazioni che consentano a nuove realtà di uscire dall'ombra dove attualmente sono state confinate. In questo il nuovo corso romano è stato efficace. La recente esortazione apostolica Evangelii Gaudium (la Gioia del Vangelo) consiste sostanzialmente proprio in questo. Bisogna però considerare che ciò che ne conseguirà non sarà un semplice  aggiornamento, come non lo fu ciò che scaturì, nella prima metà degli  scorsi anni Sessanta, dal Concilio Vaticano 2°. E il risultato non è scontato, per la semplice ragione che il clima culturale del tempo che stiamo vivendo è profondamente diverso da quello in cui si produsse quel Concilio. Negli anni scorsi Cinquanta e Sessanta  si visse una primavera della nostra confessione religiosa, oggi siamo ancora in pieno inverno.
 Il gelo che tanto a lungo ha colpito ogni nuovo fermento, ogni nuova gemma in cui tempi nuovi si manifestavano, ha privato di risorse vitali, quelle per cui ci si rinnova di epoca, le nostre collettività religiose. Riattivarle non sarà lavoro di giorni, né di mesi, né di anni, ma forse di decenni. Si sono infatti interrotte tradizioni culturali: chi le impersonava sta uscendo di scena senza lasciare seguaci tra le nuove generazioni. Chi ancora le impersona non si trova più in età fertile, quella in cui si hanno opportunità di contribuire alla rigenerazione della società. E' un po' quello che sta accadendo, sul fronte demografico, in molte società europee: alcune componenti etniche e nazionali sono ancora numerose, ma in esse la percentuale di persone in età fertile, con concreta possibilità di riprodursi, la fascia 25/40 è talmente bassa che esse sono destinate a un rapido declino o addirittura, sostengono i demografi più pessimisti, all'annientamento.
 Naturalmente le dinamiche della riproduzione culturale sono meno rigide di quella biologica. Ma risalire la china richiede la riattivazione su larga scala di un lavoro collettivo di cui non si vedono ancora le tracce. Il tempo che stiamo vivendo è caratterizzato da un intenso attivismo del nostro vertice romano e, in fondo, questa situazione non è nuova; è, anzi, quella dalla quale si vorrebbe uscire.
 La paura è che, una volta che la voce di  Roma, che finora ha sovrastato tutte le altre e ha preteso di dirigere il coro, taccia, ciò che segue non sia un'altra musica, ma il silenzio.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli