La nostra
collettività di fede non cambierà per decreto romano - note sull'articolo di Eugenio Scalfari sul Papa e i mandarini del Vaticano
Nella nostra
confessione religiosa siamo stati abituati a dare molta importanza a tutto ciò
che viene da Roma. Anche chi ci guarda dall'esterno ha assunto questa
particolare prospettiva. Lo si nota chiaramente nell'articolo di Eugenio
Scalfari del'altro ieri.
Bisogna però rendersi
conto che, per le sue caratteristiche, la crisi che attraversa la nostra
collettività religiosa non sarà superata per decreto romano e, anzi, l'intenso
attivismo del nostro vertice romano l'ha acuita creando quella sorta di realtà virtuale, fittizia, alla quale si
è riferito Scalfari.
Il recente evento "i fidanzati a San Pietro",
che è stato inscenato a Roma con un certo clamore mediatico, dimostra che le
strategie del passato sono ancora attive. Infatti le lunghe convivenze che
precedono l'atto giuridico del matrimonio, che in Italia coincide con il
Sacramento, sono il campo in cui si avverte acutissima l'insostenibilità
pratica della dottrina etica promulgata da Roma. Questa è la situazione che è
chiarissima a tutti e da molto tempo. Ma
in quell'evento essa è stata nascosta e sovrastata da una liturgia di massa in
cui il popolo dei fedeli coinvolti nel problema è stato presentato come una
massa di comparse per recitare un copione scritto dagli organizzatori. Esso in
realtà non ha avuto voce.
Se effettivamente si
vogliono produrre cambiamenti che mettano nuovamente in contatto il mondo con
la fede collettivamente vissuta, e viceversa, e producano nuove mediazioni
culturali in grado di risolvere il contrasto tra fede parlata, insegnata e
professata e fede vissuta, occorre produrre un sistema di autorizzazioni che
consentano a nuove realtà di uscire dall'ombra dove attualmente sono state
confinate. In questo il nuovo corso romano è stato efficace. La recente
esortazione apostolica Evangelii Gaudium (la
Gioia del Vangelo) consiste sostanzialmente proprio in questo. Bisogna però
considerare che ciò che ne conseguirà non sarà un semplice aggiornamento, come non lo
fu ciò che scaturì, nella prima metà degli
scorsi anni Sessanta, dal Concilio Vaticano 2°. E il risultato non è
scontato, per la semplice ragione che il clima culturale del tempo che stiamo
vivendo è profondamente diverso da quello in cui si produsse quel Concilio.
Negli anni scorsi Cinquanta e Sessanta si visse una primavera della nostra
confessione religiosa, oggi siamo ancora in pieno inverno.
Il gelo che tanto a
lungo ha colpito ogni nuovo fermento, ogni nuova gemma in cui tempi nuovi si
manifestavano, ha privato di risorse vitali, quelle per cui ci si rinnova di
epoca, le nostre collettività religiose. Riattivarle non sarà lavoro di giorni,
né di mesi, né di anni, ma forse di decenni. Si sono infatti interrotte tradizioni
culturali: chi le impersonava sta uscendo di scena senza lasciare seguaci tra
le nuove generazioni. Chi ancora le impersona non si trova più in età fertile,
quella in cui si hanno opportunità di contribuire alla rigenerazione della
società. E' un po' quello che sta accadendo, sul fronte demografico, in molte
società europee: alcune componenti etniche e nazionali sono ancora numerose, ma
in esse la percentuale di persone in età fertile, con concreta possibilità di
riprodursi, la fascia 25/40 è talmente bassa che esse sono destinate a un
rapido declino o addirittura, sostengono i demografi più pessimisti,
all'annientamento.
Naturalmente le
dinamiche della riproduzione culturale sono meno rigide di quella biologica. Ma
risalire la china richiede la riattivazione su larga scala di un lavoro
collettivo di cui non si vedono ancora le tracce. Il tempo che stiamo vivendo è
caratterizzato da un intenso attivismo del nostro vertice romano e, in fondo,
questa situazione non è nuova; è, anzi, quella dalla quale si vorrebbe uscire.
La paura è che, una
volta che la voce di Roma, che finora ha
sovrastato tutte le altre e ha preteso di dirigere il coro, taccia, ciò che
segue non sia un'altra musica, ma il silenzio.