sabato 22 febbraio 2014

La nostra collettività religiosa non è uno stato


La nostra collettività religiosa non è uno stato

 Spesso da noi in Italia si parla della nostra collettività religiosa come di uno stato e, in particolare, di uno stato straniero, ma in genere ci si riferisce solo al vertice romano della nostra collettività religiosa il quale effettivamente è organizzato come uno stato. Nessuno penserebbe al proprio parroco o al proprio vescovo come a degli stranieri. A Roma, invece, il vescovo lo è. Ciò dipende dai risultati istituzionali conseguiti ai Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 dal Papa allora regnante con il Regno d'Italia, rappresentato dal Mussolini, capo del regime fascista. Essi infatti comprendono un Trattato con il quale venne nuovamente creato in un quartiere romano uno spazio territoriale sottratto alla sovranità dello stato italiano e attribuito a quella esclusiva del Papa, il quale in tal modo venne nuovamente a unificare in se stesso le figure di capo religioso e di capo di stato. Nel Trattato  la nuova realtà territoriale non viene denominata stato, ma Città del Vaticano, al contrario delle leggi costituzionali emanate dai Papi successivamente che invece la definirono esplicitamente come tale. Di modo che un romano, andando a trovare il proprio vescovo lì dove prevalentemente risiede, esce dalla Repubblica italiana ed entra nel piccolo regno del Papa, dove sono visibili vari segni di un sovranità di tipo statale: un piccolo e pittoresco esercito (composto esclusivamente di stranieri), francobolli e monete, un bandiera, un inno, polizia e giudici, confini territoriali e via dicendo. Tutto questo apparato non era però concepito come un modo per rendere straniera in Italia  la nostra collettività religiosa, ma come forma di protezione della libertà d'azione del nostro vertice romano. Infatti, negli anni '20 del secolo scorso la sovranità statale era espressione della massima libertà d'azione per un'istituzione: come ho osservato in un mio procedente intervento, oggi non è più così, perché anche gli stati subiscono varie e importanti limitazioni. Sebbene quindi lo scopo perseguito nell'istituire un'area territoriale di sovranità sotto il dominio del vertice romano della nostra confessione religiosa fosse un altro, di fatto tutte le volte che, per l'ubbidienza dovuta dai fedeli in base alla legge canonica, la legge della Chiesa cattolica, la gente di fede segue le indicazioni del nostro vertice romano su qualche tema,  la nostra collettività religiosa è sentita come straniera in patria, suddita di un re straniero. Bisogna però osservare che, poiché ai tempi nostri gli stati che rifiutano di subire le limitazioni stabilite a vari livelli dal diritto internazionale, innanzi tutto quelle imposte in sede di Nazioni Unite, sono considerati stati-canaglia, stati delinquenti, anche il nostro vertice romano ha compreso, come accaduto recentemente nel caso della normativa anti-riciclaggio e di quella contro gli abusi sessuali sui minorenni, di doversi sottomettere e, sia pure senza un grande entusiasmo, lo ha fatto. Oggi quindi l'essere organizzato al modo di uno stato non garantisce il nostro vertice romano da qualsiasi ingerenza esterna, anzi. Ma la nostra collettività religiosa non è uno stato, tanto meno uno stato straniero, e, in particolare, non è fatta per esercitare una sovranità territoriale al modo degli stati. I suoi scopi sono altri. La Chiesa non è mai straniera nelle varie patrie nazionali. E, in realtà, essa non ha diritto di parola tra gli altri stati del mondo e davanti alle organizzazioni internazionali in quanto staterello di quartiere romano, ma, a tutti i livelli, per ciò che veramente la caratterizza. Ciò vale anche per il nostro vertice romano, che giuridicamente viene definito Santa Sede, per indicare il complesso della burocrazia centrale della nostra confessione. Attualmente la Santa Sede,  come insegnano i giuristi, ha ancora personalità giuridica primaria di diritto internazionale, non derivata dal possedere la Città del Vaticano. I suoi ambasciatori, che vengono definiti Nunzi apostolici, non sono ambasciatori della Città del Vaticano, ma ambasciatori della Santa Sede, quindi del vertice romano della nostra confessione religiosa, e come tali sono accreditati, vale a dire riconosciuti come diplomatici, nella maggior parte degli stati del mondo.
 La burocrazia centrale della nostra confessione religiosa non si è strutturata, ovviamente, dalle origini nel modo in cui è oggi organizzata: è invece frutto di una lunga evoluzione, di una complessa mediazione culturale, che si situa abbastanza lontano dalle origini, grosso modo tra l'Undicesimo e il Sedicesimo secolo della nostra era. Concepita inizialmente al servizio di un imperatore religioso, quale i papi pensarono di farsi intorno all'anno Mille, assunse forme più vicine a quelle attuali quando i papi, ridimensionando le proprie ambizioni temporali, decisero di affermarsi come sovrani di uno stato macroregionale nel centro Italia. Quando quest'ultimo fu vinto e annientato militarmente nel conflitto ottocentesco con il Regno d'Italia, quella burocrazia subì una metamorfosi, continuando ad agire come per il governo di uno stato territoriale, che tuttavia non fu mai più ricostituito se non nelle forma più che altro simbolica della Città del Vaticano, ma essenzialmente,  su scala globale e non territoriale, per il governo della gerarchia del clero e delle organizzazioni dei religiosi (monaci e monache, frati e suore). Agendo direttamente sul clero e sui religiosi, essa, indirettamente, riuscì e ancora riesce a influire anche sul resto dei fedeli, in  misura più o mano incisiva a seconda delle situazioni locali. In Italia questo potere indiretto sulla società civile è ancora molto forte e tale da determinare addirittura la politica nazionale, pur dopo la fine dello storico partito cristiano che dominò la politica italiana dal 1948 al 1994, come chiaramente dimostrato dagli eventi prodottisi dal 2011 ad oggi. Esso è esercitato in forme non democratiche e cerca di imporsi sulle società civili in virtù dell'obbedienza religiosa dovuta al Papa e ciò anche quando non sono direttamente in questione temi di fede, come ad esempio in merito al finanziamento pubblico delle nostre istituzioni religiose e alle scuole gestite da religiosi o a misure di privilegio fiscale. In questa burocrazia centrale è originata la gravissima crisi, tuttora in corso, che ha portato lo scorso anno alla rinuncia al Papato di Joseph Ratzinger. Essa, per ciò che si è saputo e in particolare da ciò che lo stesso Ratzinger ha rivelato, è stata caratterizzata, sembra, da un degrado etico piuttosto marcato, che il Papa rinunciatario ha definito sporcizia, lamentando in particolare una accesa conflittualità tra funzionari di vertice per il potere personale e gli onori.
 L'esercizio non democratico di quel potere ha storicamente improntato di sé tutte le sottostanti collettività religiose particolari, diffondendo pregiudizi e sospetti sui principi e sui metodi delle democrazie, in particolare di quelle avanzate contemporanee. Un filosofo quattrocentesco distinse le collettività religiose organizzate come unioni da quelle organizzate come congregazioni: nelle prime, a differenza che nelle seconde, si ha la partecipazione del popolo alle scelte religiose e l'autorità religiosa non può non tenere conto del popolo, che non è un mero suddito all'altrui potere. La burocrazia religiosa centrale della nostra confessione religiosa ha cercato di organizzare le collettività sottomesse come congregazioni. L'organizzazione in cui mi pare che si sia maggiormente resistito a questa tendenza è l'Azione Cattolica. In altre organizzazioni, invece, il modello della congregazione è  molto forte, in particolare in quelle che rifiutano esplicitamente l'idea di essere associazione o movimento e, dunque, si propongono essenzialmente come  realtà a governo piramidale e dall'alto verso il basso.
 L'essere il nostro vertice romano organizzato come uno stato straniero ne ha impedito la riforma e il suo carattere sostanzialmente antidemocratico ha anche ostacolato la stessa critica delle sue degenerazioni e lo studio di soluzioni nuove. Per superare la crisi che l'ha colpito occorrerebbe, per come la vedo io, modificare entrambe le impostazioni, quella per cui concepisce se stesso come uno stato straniero  e quella per cui ha deciso di rifiutare la democrazia. Non si vede infatti come sia  possibile superare i problemi derivati dall'essere un anacronistico e ormai inefficiente regno assoluto con gli strumenti tipici di un regno assoluto. E' questa la contraddizione che caratterizza gli sviluppi in corso delle vicende del nostro vertice romano.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli