La nostra
collettività religiosa non è uno stato
Spesso da noi in
Italia si parla della nostra collettività religiosa come di uno stato e, in
particolare, di uno stato straniero,
ma in genere ci si riferisce solo al vertice romano della nostra collettività
religiosa il quale effettivamente è organizzato come uno stato. Nessuno
penserebbe al proprio parroco o al proprio vescovo come a degli stranieri. A Roma, invece, il vescovo lo
è. Ciò dipende dai risultati istituzionali conseguiti ai Patti Lateranensi, conclusi nel 1929 dal Papa allora regnante con
il Regno d'Italia, rappresentato dal Mussolini, capo del regime fascista. Essi
infatti comprendono un Trattato con
il quale venne nuovamente creato in un quartiere romano uno spazio territoriale
sottratto alla sovranità dello stato italiano e attribuito a quella esclusiva
del Papa, il quale in tal modo venne nuovamente a unificare in se stesso le
figure di capo religioso e di capo di stato. Nel Trattato la nuova realtà
territoriale non viene denominata stato,
ma Città del Vaticano, al contrario delle leggi costituzionali emanate dai Papi successivamente che invece la
definirono esplicitamente come tale. Di modo che un romano, andando a trovare
il proprio vescovo lì dove prevalentemente risiede, esce dalla Repubblica
italiana ed entra nel piccolo regno
del Papa, dove sono visibili vari segni di un sovranità di tipo statale: un
piccolo e pittoresco esercito (composto esclusivamente di stranieri),
francobolli e monete, un bandiera, un inno, polizia e giudici, confini
territoriali e via dicendo. Tutto questo apparato non era però concepito come
un modo per rendere straniera in
Italia la nostra collettività religiosa,
ma come forma di protezione della libertà d'azione del nostro vertice romano.
Infatti, negli anni '20 del secolo scorso la sovranità statale era espressione
della massima libertà d'azione per un'istituzione: come ho osservato in un mio
procedente intervento, oggi non è più così, perché anche gli stati subiscono
varie e importanti limitazioni. Sebbene quindi lo scopo perseguito
nell'istituire un'area territoriale di sovranità sotto il dominio del vertice
romano della nostra confessione religiosa fosse un altro, di fatto tutte le
volte che, per l'ubbidienza dovuta dai fedeli in base alla legge canonica, la legge della Chiesa
cattolica, la gente di fede segue le indicazioni del nostro vertice romano su
qualche tema, la nostra collettività
religiosa è sentita come straniera in
patria, suddita di un re straniero.
Bisogna però osservare che, poiché ai tempi nostri gli stati che rifiutano di
subire le limitazioni stabilite a vari livelli dal diritto internazionale,
innanzi tutto quelle imposte in sede di Nazioni
Unite, sono considerati stati-canaglia,
stati delinquenti, anche il nostro
vertice romano ha compreso, come accaduto recentemente nel caso della normativa
anti-riciclaggio e di quella contro gli abusi sessuali sui minorenni, di
doversi sottomettere e, sia pure senza un grande entusiasmo, lo ha fatto. Oggi
quindi l'essere organizzato al modo di uno stato non garantisce il nostro
vertice romano da qualsiasi ingerenza esterna, anzi. Ma la nostra collettività religiosa
non è uno stato, tanto meno uno stato straniero, e, in particolare, non
è fatta per esercitare una sovranità territoriale al modo degli stati. I suoi
scopi sono altri. La Chiesa non è mai straniera
nelle varie patrie nazionali. E, in realtà, essa non ha diritto di parola tra
gli altri stati del mondo e davanti alle organizzazioni internazionali in quanto staterello di quartiere romano,
ma, a tutti i livelli, per ciò che veramente la caratterizza. Ciò vale anche per
il nostro vertice romano, che giuridicamente viene definito Santa Sede, per indicare il complesso
della burocrazia centrale della nostra confessione. Attualmente la Santa Sede, come insegnano i giuristi, ha ancora personalità
giuridica primaria di diritto internazionale, non derivata dal possedere la Città del Vaticano. I suoi ambasciatori,
che vengono definiti Nunzi apostolici,
non sono ambasciatori della Città del
Vaticano, ma ambasciatori della Santa
Sede, quindi del vertice romano della nostra confessione religiosa, e come
tali sono accreditati, vale a dire
riconosciuti come diplomatici, nella maggior parte degli stati del mondo.
La burocrazia
centrale della nostra confessione religiosa non si è strutturata, ovviamente,
dalle origini nel modo in cui è oggi organizzata: è invece frutto di una lunga
evoluzione, di una complessa mediazione
culturale, che si situa abbastanza lontano dalle origini, grosso modo tra
l'Undicesimo e il Sedicesimo secolo della nostra era. Concepita inizialmente al
servizio di un imperatore religioso,
quale i papi pensarono di farsi intorno all'anno Mille, assunse forme più
vicine a quelle attuali quando i papi, ridimensionando le proprie ambizioni temporali, decisero di affermarsi come sovrani di uno stato macroregionale nel
centro Italia. Quando quest'ultimo fu vinto e annientato militarmente nel
conflitto ottocentesco con il Regno d'Italia, quella burocrazia subì una
metamorfosi, continuando ad agire come
per il governo di uno stato territoriale, che tuttavia non fu mai più ricostituito
se non nelle forma più che altro simbolica della Città del Vaticano, ma essenzialmente, su scala globale e non territoriale, per il governo della
gerarchia del clero e delle organizzazioni dei religiosi (monaci e monache,
frati e suore). Agendo direttamente sul clero e sui religiosi, essa,
indirettamente, riuscì e ancora riesce a influire anche sul resto dei fedeli,
in misura più o mano incisiva a seconda
delle situazioni locali. In Italia questo potere indiretto sulla società civile è ancora molto forte e tale da
determinare addirittura la politica nazionale, pur dopo la fine dello storico partito cristiano che dominò la politica
italiana dal 1948 al 1994, come chiaramente dimostrato dagli eventi prodottisi
dal 2011 ad oggi. Esso è esercitato in forme non democratiche e cerca di
imporsi sulle società civili in virtù dell'obbedienza religiosa dovuta al Papa
e ciò anche quando non sono direttamente in questione temi di fede, come ad
esempio in merito al finanziamento pubblico delle nostre istituzioni religiose
e alle scuole gestite da religiosi o a misure di privilegio fiscale. In questa
burocrazia centrale è originata la gravissima crisi, tuttora in corso, che ha
portato lo scorso anno alla rinuncia al Papato di Joseph Ratzinger. Essa, per
ciò che si è saputo e in particolare da ciò che lo stesso Ratzinger ha
rivelato, è stata caratterizzata, sembra, da un degrado etico piuttosto
marcato, che il Papa rinunciatario ha definito sporcizia, lamentando in particolare una accesa conflittualità tra
funzionari di vertice per il potere personale e gli onori.
L'esercizio non
democratico di quel potere ha storicamente improntato di sé tutte le sottostanti
collettività religiose particolari, diffondendo pregiudizi e sospetti sui
principi e sui metodi delle democrazie, in particolare di quelle avanzate
contemporanee. Un filosofo quattrocentesco distinse le collettività religiose
organizzate come unioni da quelle
organizzate come congregazioni: nelle
prime, a differenza che nelle seconde, si ha la partecipazione del popolo alle
scelte religiose e l'autorità religiosa non può non tenere conto del popolo,
che non è un mero suddito all'altrui potere. La burocrazia religiosa centrale
della nostra confessione religiosa ha cercato di organizzare le collettività
sottomesse come congregazioni. L'organizzazione
in cui mi pare che si sia maggiormente resistito a questa tendenza è l'Azione
Cattolica. In altre organizzazioni, invece, il modello della congregazione è molto forte, in
particolare in quelle che rifiutano esplicitamente l'idea di essere associazione o movimento e, dunque, si propongono essenzialmente come realtà a governo piramidale e dall'alto verso
il basso.
L'essere il nostro
vertice romano organizzato come uno stato
straniero ne ha impedito la riforma e il suo carattere sostanzialmente antidemocratico ha anche ostacolato la
stessa critica delle sue degenerazioni e lo studio di soluzioni nuove. Per
superare la crisi che l'ha colpito occorrerebbe, per come la vedo io,
modificare entrambe le impostazioni, quella per cui concepisce se stesso come
uno stato straniero e quella per cui ha deciso di rifiutare la democrazia. Non si vede infatti come sia
possibile superare i problemi derivati
dall'essere un anacronistico e ormai inefficiente regno assoluto con gli
strumenti tipici di un regno assoluto. E' questa la contraddizione che
caratterizza gli sviluppi in corso delle vicende del nostro vertice romano.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli