giovedì 13 febbraio 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (3)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale
Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982
 
3
 

 Nei momenti di cambiamento e di transizione bisogna interrogarsi su quello che sta avvenendo e "sui significati di fondo ella storia che si vive e si progetta, su ciò che resta e ciò che muta, su quello che dal passato si può imparare e su quello che non si deve ripetere": è il lavoro del discernimento.
 Non bisogna perdere l'originalità del messaggio del Signore, ma occorre "riscoprire il senso di una presenza  a contatto vivo" con l'umanità nella quale la Chiesa è impiantata.
"Una vita cristiana … deve continuamente riferirsi alle proprie origini; deve orientarsi verso le promesse future nella cui aspettazione vive; e radicarsi nell'oggi in maniera realistica" [ da La comunione ecclesiale, documento dei vescovi spagnoli del 1979 citato dall'autore].
 Nella storia si celebra la rinnovata accettazione della "parola ultima" di Cristo da parte della Chiesa: essa è sequela di Cristo, " custodia gelosa e  comune degli elementi imprescindibili del patrimonio ricevuto".
 Occorre però rileggere  il patrimonio delle tradizioni "con occhi meno incantati", "per discernere tra assoluto e contingente, fra rivestimenti culturali, categorie antropologiche e verità che conduce davvero alla libertà e che va pertanto custodita in tutto il suo spessore".
 Nello sforzo di risalire alla genuinità delle origini evangeliche  vi è il "pericolo di travolgere tutto un cammino di storia e di tradizioni, senza le quali non sarebbe giunta fino a noi neppure la forza di risalire alla sorgente". Ma vi  è anche il pericolo di svuotare i comandi del Signore per fare stare in piedi le tradizioni degli uomini".
"Occorre riprendere il contatto con le sorgenti anche attraverso il tracciato storico del fiume di Dio: perché ne mostra la fecondità e la molteplicità degli aspetti e dei contenuti nel migrare degli anni. E così si coglie  l'incompiutezza sempre presente, il protendersi verso nuove realizzazioni, il farsi ancora ricco di sorprese, provocatorio e demitizzante, per chi si crede in possesso della formula definitiva".
 
Note mie
 
 Nell'ultima riunione del gruppo abbiamo assistito ad un filmato in cui sono stati presentati diversi modi di vivere come collettività religiosa nei tempi caratterizzati dal lavoro innescato dal Concilio Vaticano 2°. Abbiamo visto le immagini di gruppi che si sforzano di mantenere ritualità e impostazioni del passato, rifiutando del tutto l'aggiornamento  conciliare, e varie esperienze,  in particolare nell'Europa settentrionale, in cui si cerca di costruire nuove consuetudini. E' stato sottolineato che uno degli sviluppi post-conciliari più interessanti è stata la promozione di un nuovo ruolo (mai esistito prima e anzi di solito duramente contrastato) dei laici di fede.  Il filmato però non ha sottolineato che proprio in questo campo si sono prodotti contrasti molto seri, che riflettono in genere quelli più generali che originano dal modo di affrontare il rapporto con la storia dell'umanità. Di solito il teologhese  utilizzato per parlare di religione tra noi tende ad attenuare (mascherare?) le caratterizzazioni e a trasferirle comunque dalla Terra al Cielo, attribuendone la responsabilità a potenze soprannaturali. La linea di discrimine non corre però in Cielo ma sulla Terra ed è rilevabile dal modo in cui si affrontano le questioni relative alla democrazia contemporanea: con questo criterio si possono distinguere molto nettamente concezioni reazionarie da concezioni di tipo conciliare, nel senso di maggiormente in linea con il lavoro promosso a partire dal Concilio Vaticano 2°. Le esperienze dove non c'è democrazia, dove quindi ci si propone di seguire i comandi di gerarchie di tipo oligarchico sono di tipo reazionario: la nostra Azione Cattolica non lo è. Essa infatti ha nel suo statuto il proposito di essere palestra di democrazia e lo espone con molto risalto come una bandiera.
 Il lavoro di discernimento storico a cui si riferisce Secondin nel testo sopra sintetizzato è  di tipo collettivo e richiede di essere fatto nel dialogo democratico: non è un compito per oligarchi. Per capire veramente la realtà storica in tutte le sue sfaccettature, occorre infatti la collaborazione e l'impegno di tutti.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli