Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
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Ogni epoca storica ha
dato risposte nuove alle mutate situazioni culturali, pur cercando di non
sminuire il messaggio trascendente e assoluto del Verbo fatto carne. Fede è
storicità talvolta sono entrate in tensione. Se ne possono citare vari esempi
storici.
La definizione
dell'essere Cristo Figlio di Dio e vero uomo al medesimo tempo, adottata nel
Concilio di Calcedonia del 451 fu formulata in termini legati alla cultura
egemone dl tempo, quella greco-latina e trovarono incomprensione e reazione in
altre culture, portando al distacco delle Chiese dette "monofisite".
L'incoronazione come
imperatore di Roma di Carlo Magno re dei Franchi , il 25 dicembre 800,
costituiì una ragione gravissima di lacerazioni con le Chiese cristiani
orientali, in particolare con la Chiesa di Bisanzio, capitale dell'Impero
Romano d'Oriente, che considerava i barbari,
come i Franchi, materialisti, rozzi e incapaci del cristianesimo.
Il pensiero
dell'antico filosofo greco Aristotele (4° secolo dell'era antica) considerava
la monarchia la forma perfetta di governo: questa concezione influì sui criteri
adottati per l'organizzazione della comunità cristiana, che divenne una
monarchia in un contesto di monarchie concorrenziali.
"Ne risulterà una concezione assoluta
del potere papale, di cui oggi si sente la
lontananza dal Vangelo e dalla chiesa primitiva". [pag.36]
Interessi economici e
ragioni di prestigio personale impedirono di capire che la riforma protestante
(16° secolo) partiva da esigenze profondamente evangeliche.
L'enciclica Rerum Novarum (=delle novità) del papa Leone 13° (1891) ipotizzava
una direzione autoritativa e centralizzata del movimento cattolico "e anzi l'idea stessa di un movimento cattolico unitario alle
dipendenze della gerarchia": tale idea è oggi obsoleta.
"Il [Concilio]
Vaticano 2° ha ribadito che identità e
ruolo sociale della Chiesa vanno affidati e recuperati non con parametri
socio-giuridici o politici, ma piuttosto teologici. Inoltre bisogna tener conto
della legittimità del pluralismo di opzioni e organizzazioni e della emergenza
di nuovi soggetti protagonisti: le donne e i giovani, per esempio" [pag.37].
In ogni fase storica
si possono cogliere costanti e varianti.
Ci sono tre criteri per giudicarla: la relazione con il passato, la relazione con il presente,
la relazine con il futuro.
Nella fede si
congiungono
"l'ispirazione
evangelica (l'impulso vitale) che viene dal passato e la creatività, cioè la capacita di far nascere qualcosa di
nuovo" [pag.38]
Bisogna anche valutare
il ruolo del magistero nell'orientare
come fattore di fedeltà e di unità e quello "stimolante e profetico delle «minoranza cognitive»
più sensibili ai disagi dell'asfissia culturale, più ardimentose nell'uscire
dai sacri recinti del patrimonio ricevuto passivamente, per confrontarsi con la
storia che si muove".
E, infine, bisogna saper "distinguere fra il rivestimento
storico culturale ed elemento essenziale irrinunciabile".
Oggi noi cristiani ci sentiamo circondati da
incomprensione e compassione, se non
perfino da ostilità gratuita. Coloro che seguono i valori religiosi anno la
figura di minoranze con poco sèguito. Preti, suore, religiosi sembrano i più
arretrati nella cultura attuale, nel loro modo di vestire, nelle loro forme di
vita comunitaria, nelle loro attività specifiche, nella loro concezione della
corporeità e dei rapporti interpersonali.
Il linguaggio
religioso sembra essere diventato come quello espresso nei geroglifici egiziani,
che necessita di traduzioni e interpretazioni, ormai privo della capacità di
manifestare con immediatezza i suoi significati vitali.
Ci troviamo allora ad
essere come delle "figure estranee,
strane, forestiere nella casa dei contemporanei". Gli altri non riescono a cogliere un messaggio che a noi sembra
chiaro ed evidente e si fanno di noi un'immagine diversa (e poco gradevole) a
quella che vorremmo noi. Allora ci
sentiamo delle vittime.
La questioni più
grossa è il nostro progressivo isolamento dall'evolversi della cultura.
"Il ritardo
culturale provoca un'impotenza crescente nella trasmissione dei valori
evangelici" [pag.14].
Abbiamo fuso in un
blocco unico dati essenziali e contingenti, tradizioni evangeliche e costumi
locali, scelte di fondo e mode momentanee: "tutto rischia di fare la stessa fine, di essere messo in discussione,
di essere respinto, e fors'anche irriso. La forza del Vangelo ci appare
indebolita. Avvertiamo una "prevenzione
preconcetta e radicata verso tutto il messaggio a causa del riardo culturale
delle «mediazioni» utilizzate". Si tratta senza dubbio di sfasatura
e di ritardo culturale. Un modo di
far convivere fede e storia trovato dalle generazioni a noi anteriori non regge
più. L'aggiornamento promosso dal Concilio
Vaticano 2° (1962-1965) è stato lento,
disorganico e invisibile ritardo sul rapido scomporsi della cultura liberal borghese.
Abbiamo minori capacità di incidere sulla storia attuale, come dimostrato in
politica sulle questioni del divorzio e dell'aborto e, nella società civile,
dal massiccio calo dei segni di
appartenenza alla Chiesa (matrimoni, riti, associazioni). Le Chiese "non sono più in grado di farsi
ascoltare, né riescono più ad essere punto di riferimento se non per minoranza
sempre più esigue".
Si
pensa a nuove strategia di presenza della Chiesa, attraverso iniziative profetiche
e provocatorie, mediante "un lungo
processo di nuove sintesi, di mediazioni nuove fra eredità e nuovi problemi".
Note mie:
La situazione
delineata da Secondin all'inizio degli anni '80 ha avuto in Italia imprevisti
sviluppi. Come segnalano le statistiche, anche ad esempio quelle citate in
questi giorni sul quotidiano La
Repubblica, è proseguita la crisi dei segni
di appartenenza (battesimi,
matrimoni religiosi, frequenza alle liturgie, adesione all'insegnamento della
religione nella scuola pubblica) e si è approfondito su alcune questioni, in
particolare su quelle procreative, il divario tra l'insegnamento dei vescovi e
le opinioni e la pratica dei fedeli, ma il peso delle questioni religiose e il
ruolo della nostra gerarchia è rimasto rilevantissimo nella nostra società
civile.
Infatti spesso
vengono pubblicate statistiche centrate sugli elementi di dissenso, che
sicuramente vi sono, ma che non dicono nulla sugli elementi di consenso, che
sono ancora molto importanti e, direi, preponderanti. In particolare il senso della giustizia diffuso tra le
nostre genti è ancora profondamente improntato alla nostra fede. E la figura del Papa è ancora considerata
come quella di un maestro di spiritualità ed etica anche al di fuori della
cerchia dei cosiddetti praticanti,
vale a dire di coloro che mostrano una maggiore assiduità alle liturgie
religiose. Ciò è dimostrato dalla
stupefacente spazio che interventi del
Papa attuale e del suo predecessore hanno avuto di recente su quotidiani
considerati espressione della più rigorosa laicità
di pensiero, nel senso di estraneità
al pensiero religioso.
Se effettivamente i praticanti, nel senso che ho sopra
precisato, sono effettivamente una minoranza
della popolazione, non condivido l'opinione di chi pensa che allora la nostra,
quella italiana, sia una Chiesa in
minoranza. In realtà, sulla gran parte delle questioni più importanti per
la vita civile della nostra nazione, il pensiero ispirato dalla fede è ancora sicuramente maggioritario. Non comprenderlo ci fa perdere importanti
opportunità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro - Valli