lunedì 20 gennaio 2014

Unità nel pluralismo, un obiettivo ancora da realizzare tra noi

Unità nel pluralismo, un obiettivo ancora da realizzare tra noi


La vecchia statua di San Clemente papa, con la sua pianta, presidia la sagrestia parrocchiale

 
 Stiamo celebrando anche quest'anno la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, ma ancora una volta la nostra attenzione non si focalizza abbastanza (o forse per nulla) su ciò che dovrebbe costituire il centro del nostro impegno.
 In qualche modo ci rendiamo conto che ci viene richiesto un coinvolgimento interiore perché c'è, nelle nostre collettività di fede, un problema, ma in genere mi pare che lo si situi fondamentalmente nel campo delle relazioni tra le varie confessioni religiose in cui si articola oggi nel mondo la nostra religione e che esso venga sostanzialmente individuato, dal nostro punto di vista naturalmente,  nel fatto che vi sono collettività della nostra fede che non mettono capo al Papa romano e che si sono date storicamente statuti particolari. Si sa, ad esempio, che accanto all'organizzazione cattolica romana, che è centrata su di un sistema teologico/ideologico egemonizzato e diretto dal vertice romano della nostra confessione e intorno ad un'area geografica nell'Europa centro-meridionale, vi è il mondo dell'ortodossia, che ha i suo vertici teologico/ideologici nell'Europa orientale e nel Vicino Oriente, il mondo della Riforma protestante, radicato teologicamente e ideologicamente nell'Europa centro settentrionale, e quello, che anch'esso concepisce sé stesso come cattolico nel senso di universale, dell'anglicanesimo, centrato teologicamente e ideologicamente intorno a culture inglesi e statunitensi, propagatosi poi nelle parti del mondo che risentirono dell'influenza sociale e politica delle nazioni in  cui esso era originato. Dal punto di vista di noi cattolici romani il problema viene indicato nella divisione, quindi nel appunto nel  rifiuto degli altri di sottomettersi al nostro supremo capo religioso. Questa divisione viene concepita anche come peccaminosa, in quanto non rispettosa del comandamento evangelico dell'unità. In questa visione il peccato viene però in gran parte attribuito agli altri, i quali mantengono le divisioni, mentre noi cattolici romani, che accettiamo uno statuto giuridico e ideale di sottomissione al nostro vertice romano, tutt'al più ammettiamo una certa mancanza di magnanimità nel non aver storicamente riconosciuto una certa autonomia a realtà locali che la reclamavano. Ma riteniamo che oggi si tratti di roba vecchia, di cose del passato: noi oggi ci celebriamo come luce del mondo e, innanzi tutto, facciamo piena luce sulla grande e amorevole pazienza con cui i nostri capi religiosi affrontano oggi la questione, rinunciando a scagliare anatemi e scomuniche e a promuovere violente crociate come nel passato. Per quanto riguarda poi le nostre realtà locali, qui a Roma abbiamo in genere poche occasioni di confrontarci veramente con gente della nostra fede di altre confessioni religiose, innanzi tutto perché le altre collettività religiose sono realtà fortemente minoritarie e poi perché in genere non abbiamo poi tutto questo slancio verso gli altri, conformisti come siamo (come siamo stati formati) in materia catechetica, per cui anche piccole (veramente piccole e volte puramente nominalistiche) differenze ci scandalizzano. In generale mi pare che siamo portati verso un rassicurante conformismo e l'uniformità nelle cose di fede: una tendenza che si riflette anche nell'architettura dei nostri edifici religiosi e nell'allestimento dell'iconografia e della statuaria delle nostre chiese. Ne è un esempio proprio la nostra chiesa parrocchiale, in cui domina lo stile neo-bizantino promosso dal Cammino Neocatecumenale, al quale la nostra parrocchia venne affidata molti anni fa: ad un certo punto mi pare che non si sia più sopportata la dissonanza costituita dalla presenza della venerata statua di San Clemente papa (per altro di non particolare pregio artistico), realizzata in stile più realistico, che nella vecchia chiesa parrocchiale sotterranea aveva addirittura l'onore di una intera cappella laterale, e la si è rimossa, insieme alla sua pianta onorifica, e posta a presidiare la sagrestia, sostituendola in chiesa con una nuova pittura di un San Clemente papa nel nuovo stile. Viene ancora mantenuta per così dire a furor di popolo, ma chiusa in una teca di cristallo per evitare contatti troppo ravvicinati, solo la statua della Madonna di Fatima, la cui iconografia difficilmente potrebbe essere riprodotta con successo nello stile prevalente.
 Manca totalmente, mi pare,  una realistica consapevolezza storica dell'origine delle attuali  divisioni della varie confessioni religiose della nostra fede, che sono state determinate anche da realtà tragiche, e con il senno di oggi addirittura criminali, della nostra collettività religiosa, e soprattutto del fatto che l'obiettivo della preghiera per l'unità non è quello di imporre finalmente la sovranità del nostro vertice romano su tutte le genti della nostra fede, ma di mantenere il pluralismo  nella cose della nostra fede senza però che esso costituisca fonte di  divisioni, vale a dire di ostilità,  malanimo  e conflitto  e addirittura di conati omicidi (come ancora accade nell'Irlanda del nord britannica tra le collettività cattoliche e protestanti). L'obiettivo della nostra preghiera non deve essere, in altre parole, la ricostituzione di un impero religioso, ma la  costituzione dell'agàpe, di una collettività amorevole e festosa di tutti i popoli animati dalla nostra fede, una realtà che storicamente non è mai esistita neanche ai tempi apostolici  (ne abbiamo consapevolezza?). Visto in questa prospettiva, l'impegno che ci si propone ci riguarda molto più da vicino, perché non va riferito solamente alle relazioni tra le diverse nostre confessioni religiose, ma innanzi tutto a quelle interne alla nostra confessione religiosa. Per come la vedo io, sulla base dell'ormai mia lunga esperienza di cose chiesastiche, noi siamo in genere piuttosto intolleranti verso il pluralismo religioso e pronti a scagliarci addosso abbastanza disinvoltamente sospetti di deviazioni ideologiche illecite. A differenza di ciò che è accaduto nel campo dell'ecumenismo, del miglioramento delle relazioni interconfessionali, le cose non sono migliorate a cavallo del passaggio di millennio: alcune realtà parrocchiali in cui sono vissuto negli anni '70 erano molto più serenamente pluralistiche di certe analoghe realtà di oggi e l'egemonia dei parroci di un volta era sotto molti aspetti più benevola e tollerante di quella esercitata da alcuni nuovi movimenti di apostolato laicale a  forte componente comunitaria. Queste nuove comunità di fede tendono talvolta a celebrare sé medesime e, come osservò anni fa l'allora cardinal Ratzinger, non è sempre un bello spettacolo.
 L'origine storica di tutte le divisioni veramente malvagie  tra genti della nostra fede risiede, per quello che credo di aver capito, nell'assolutizzazione di esperienze storiche di organizzazioni religiose, non più viste come tentativi contingenti e sempre suscettibili di miglioramenti e di riforme (un popolo in cammino), sempre soggetti al lavoro incessante di conversione  di fede, di impersonare storicamente una fede vissuta, con tutti i limiti che derivano loro dall'essere opera di esseri umani, ma come uniche manifestazioni autentiche della luce soprannaturale, unica vera luce per le genti. Il passaggio dal dispotismo comunitario al personalismo comunitario è stata la grande conquista che nella nostra collettività religiosa si è prodotta a partire dagli anni Trenta del secolo scorso e che è stata normativamente introdotta a partire dagli scorsi anni Sessanta, divenendo legge della nostra collettività religiosa. Eppure, elementi di dispotismo comunitario persistono nelle nostre collettività di fede e rendono talvolta le nostre chiese ambienti poco accoglienti per chi, in coscienza, non ritiene di aderire all'orientamento prevalente in un certo contesto locale. Talvolta ci si può sentire, insomma, un po' come quella nostra vecchia statua di San Clemente papa di cui ho scritto sopra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.