Unità nel pluralismo,
un obiettivo ancora da realizzare tra noi
| La vecchia statua di San Clemente papa, con la sua pianta, presidia la sagrestia parrocchiale |
Stiamo celebrando
anche quest'anno la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, ma ancora
una volta la nostra attenzione non si focalizza abbastanza (o forse per nulla)
su ciò che dovrebbe costituire il centro del nostro impegno.
In qualche modo ci
rendiamo conto che ci viene richiesto un coinvolgimento interiore perché c'è,
nelle nostre collettività di fede, un problema, ma in genere mi pare che lo si
situi fondamentalmente nel campo delle relazioni tra le varie confessioni
religiose in cui si articola oggi nel mondo la nostra religione e che esso
venga sostanzialmente individuato, dal nostro punto di vista naturalmente, nel fatto che vi sono collettività della
nostra fede che non mettono capo al Papa romano e che si sono date storicamente
statuti particolari. Si sa, ad esempio, che accanto all'organizzazione
cattolica romana, che è centrata su di
un sistema teologico/ideologico egemonizzato e diretto dal vertice romano della
nostra confessione e intorno ad un'area geografica nell'Europa
centro-meridionale, vi è il mondo dell'ortodossia, che ha i suo vertici
teologico/ideologici nell'Europa orientale e nel Vicino Oriente, il mondo della
Riforma protestante, radicato teologicamente e ideologicamente nell'Europa
centro settentrionale, e quello, che anch'esso concepisce sé stesso come cattolico nel senso di universale, dell'anglicanesimo, centrato
teologicamente e ideologicamente intorno a culture inglesi e statunitensi,
propagatosi poi nelle parti del mondo che risentirono dell'influenza sociale e
politica delle nazioni in cui esso era
originato. Dal punto di vista di noi cattolici romani il problema viene indicato nella divisione, quindi nel appunto nel rifiuto degli altri di sottomettersi al nostro supremo capo religioso.
Questa divisione viene concepita anche come peccaminosa,
in quanto non rispettosa del comandamento evangelico dell'unità. In questa
visione il peccato viene però in gran parte attribuito agli altri, i quali mantengono le divisioni, mentre noi cattolici romani, che accettiamo uno statuto
giuridico e ideale di sottomissione al nostro vertice romano, tutt'al più ammettiamo
una certa mancanza di magnanimità nel non aver storicamente riconosciuto una
certa autonomia a realtà locali che la reclamavano. Ma riteniamo che oggi si
tratti di roba vecchia, di cose del passato: noi oggi ci celebriamo come luce del mondo e, innanzi tutto,
facciamo piena luce sulla grande e amorevole pazienza con cui i nostri capi
religiosi affrontano oggi la questione, rinunciando a scagliare anatemi e
scomuniche e a promuovere violente crociate come nel passato. Per quanto
riguarda poi le nostre realtà locali, qui a Roma abbiamo in genere poche
occasioni di confrontarci veramente con gente della nostra fede di altre
confessioni religiose, innanzi tutto perché le altre collettività religiose
sono realtà fortemente minoritarie e poi perché in genere non abbiamo poi tutto
questo slancio verso gli altri, conformisti come siamo (come siamo stati
formati) in materia catechetica, per cui anche piccole (veramente piccole e
volte puramente nominalistiche) differenze ci scandalizzano. In generale mi
pare che siamo portati verso un rassicurante conformismo e l'uniformità nelle
cose di fede: una tendenza che si riflette anche nell'architettura dei nostri
edifici religiosi e nell'allestimento dell'iconografia e della statuaria delle
nostre chiese. Ne è un esempio proprio la nostra chiesa parrocchiale, in cui
domina lo stile neo-bizantino
promosso dal Cammino Neocatecumenale, al
quale la nostra parrocchia venne affidata molti anni fa: ad un certo punto mi
pare che non si sia più sopportata la dissonanza costituita dalla presenza
della venerata statua di San Clemente papa (per altro di non particolare pregio
artistico), realizzata in stile più realistico, che nella vecchia chiesa
parrocchiale sotterranea aveva addirittura l'onore di una intera cappella
laterale, e la si è rimossa, insieme alla sua pianta onorifica, e posta a
presidiare la sagrestia, sostituendola in chiesa con una nuova pittura di un
San Clemente papa nel nuovo stile. Viene ancora mantenuta per così dire a furor
di popolo, ma chiusa in una teca di cristallo per evitare contatti troppo
ravvicinati, solo la statua della Madonna di Fatima, la cui iconografia
difficilmente potrebbe essere riprodotta con successo nello stile prevalente.
Manca totalmente, mi pare, una
realistica consapevolezza storica dell'origine delle attuali divisioni della varie confessioni
religiose della nostra fede, che sono state determinate anche da realtà
tragiche, e con il senno di oggi addirittura criminali, della nostra collettività religiosa, e
soprattutto del fatto che l'obiettivo della preghiera per l'unità non è quello
di imporre finalmente la sovranità del nostro vertice romano su tutte le genti
della nostra fede, ma di mantenere il
pluralismo nella cose della nostra
fede senza però che esso costituisca fonte di divisioni, vale a dire di ostilità, malanimo e conflitto
e addirittura di conati omicidi (come ancora accade
nell'Irlanda del nord britannica tra le collettività cattoliche e protestanti).
L'obiettivo della nostra preghiera non deve essere, in altre parole, la
ricostituzione di un impero religioso,
ma la costituzione dell'agàpe, di una collettività amorevole e
festosa di tutti i popoli animati dalla nostra fede, una realtà che storicamente non è mai esistita neanche ai tempi apostolici (ne abbiamo consapevolezza?). Visto in questa
prospettiva, l'impegno che ci si propone ci riguarda molto più da vicino,
perché non va riferito solamente alle relazioni tra le diverse nostre
confessioni religiose, ma innanzi tutto a quelle interne alla nostra confessione religiosa. Per come la vedo io,
sulla base dell'ormai mia lunga esperienza di cose chiesastiche, noi siamo in genere
piuttosto intolleranti verso il pluralismo religioso e pronti a scagliarci
addosso abbastanza disinvoltamente sospetti di deviazioni ideologiche illecite.
A differenza di ciò che è accaduto nel campo dell'ecumenismo, del miglioramento
delle relazioni interconfessionali, le cose non sono migliorate a cavallo del
passaggio di millennio: alcune realtà parrocchiali in cui sono vissuto negli
anni '70 erano molto più serenamente pluralistiche di certe analoghe realtà di
oggi e l'egemonia dei parroci di un volta era sotto molti aspetti più benevola
e tollerante di quella esercitata da alcuni nuovi movimenti di apostolato
laicale a forte componente comunitaria. Queste
nuove comunità di fede tendono talvolta a celebrare sé medesime e, come osservò
anni fa l'allora cardinal Ratzinger, non è sempre un bello spettacolo.
L'origine storica di
tutte le divisioni veramente malvagie tra genti della nostra fede risiede, per quello che credo di aver capito, nell'assolutizzazione di esperienze storiche
di organizzazioni religiose, non più viste come tentativi contingenti e sempre
suscettibili di miglioramenti e di riforme (un
popolo in cammino), sempre soggetti al lavoro incessante di conversione di fede, di impersonare storicamente una fede vissuta,
con tutti i limiti che derivano loro dall'essere opera di esseri umani, ma come
uniche manifestazioni autentiche della
luce soprannaturale, unica vera luce
per le genti. Il passaggio dal dispotismo
comunitario al personalismo
comunitario è stata la grande conquista che nella nostra collettività
religiosa si è prodotta a partire dagli anni Trenta del secolo scorso e che è
stata normativamente introdotta a partire dagli scorsi anni Sessanta, divenendo
legge della nostra collettività religiosa. Eppure, elementi di dispotismo comunitario persistono nelle
nostre collettività di fede e rendono talvolta le nostre chiese ambienti poco
accoglienti per chi, in coscienza, non ritiene di aderire all'orientamento
prevalente in un certo contesto locale. Talvolta ci si può sentire, insomma, un
po' come quella nostra vecchia statua di San Clemente papa di cui ho scritto
sopra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.