Unità nel pluralismo
Nelle narrazioni
delle vita del nostro primo Maestro contenute nelle nostre Scritture sacre si
legge che egli venne interrogato su che cosa si dovesse fare per essere persone
giuste secondo le regole della fede.
Nella storia del nostro pensiero religioso la questione fu poi posta
anche sotto il profilo di che cosa si dovesse fare per entrare nel regno beato,
instaurato al di là della storia e del mondo come lo vediamo, nel compimento soprannaturale della nostra
esistenza e dell'universo. Nell'era della forte integrazione ideologica tra
poteri civili e religiosi che definiamo come una civiltà improntata alla nostra fede, ciò ebbe anche rilevanza
propriamente giuridica perché scegliere un'opinione piuttosto che un'altra e
comportarsi di conseguenza poteva comportare riflessi polizieschi, giudiziari e
penali. Nel corso dell'affermazione delle democrazie di popolo in Europa e
altrove nel mondo, fondamentalmente tra i popoli che per vario motivo subirono
l'influsso delle ideologie europee, il problema si pose anche in termini di fedeltà istituzionale e, quindi, di scelta se obbedire
a regole che si volevano di origine soprannaturale, così come venivano
presentate e formulate dai sovrani religiosi, o
a quelle imposte dagli esseri umani
e quindi dai sovrani civili. Nella stessa epoca la materia fu vista
anche sotto l'aspetto di un maggior
impegno personale nella costruzione di una vita di fede, quindi di nuovi tipi
di spiritualità e di azione religiosa nella storia, che non consistessero nel
semplice adeguarsi alle tradizioni del passato e nell'obbedire alle
disposizioni del magistero. La riscoperta dei valori comunitari, al di là del
solo essere inseriti in una organizzazione gerarchica (qualcosa che veniva
presentato come un esercito schierato, del quale si era soldati, militi), ha poi
portato all'affermarsi di esperienze di solidarietà particolare, affini agli
antichi confraternite o terz'ordini ma
con un impegno di approfondimento teologico laicale personale molto più
marcato, talvolta unito a orientamenti ideologici piuttosto definiti per ciò
che riguardava le questioni sociali profane. In questo quadro si giunge a
combinare questioni di salvezza soprannaturale e terrena, ponendo
l'appartenenza comunitaria o come mezzo di risoluzione di crisi e problemi
personali, attraverso la solidarietà di gruppo e la sollecitudine reciproca
originate dalla fede, al modo del modello collettivo che viene descritto nelle
nostre Scritture sacre che narrano dei primi tempi dopo l'evento della Resurrezione,
o come via di risoluzione dei problemi
sociali, sullo spunto degli ideali di fede che ci presentano come lanciati
verso il mondo per illuminare gli altri. Nella scorsa riunione del nostro
gruppo si è sentita l'eco di questioni simili nel momento in cui, nella
discussione su Is 49, 3.5-6, all'idea
che si dovesse portare la luce
al mondo è stato ribattuto che noi in
realtà dobbiamo essere luce del mondo (la frase che ha originato il
dibattito fa "Io ti renderò luce
della nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della
terra").
Le opinioni che si
sono confrontate sono manifestazioni di due orientamenti diversi sulle cose da
fare come gente di fede. ll primo, che potremmo definire dell'essere o, riecheggiando vecchie polemiche chiesastiche, della presenza, ritiene che la nostra
missione religiosa nel mondo debba essere quella di costituire collettività
fortemente improntate ai principi evangelici, nell'interpretazione che
storicamente di essi si ritiene di accettare di questi tempi, che poi
costituiscano un polo d'attrazione,
verso il quale gli altri, all'esterno, siano spinti a convergere. La missione di illuminazione, in questa concezione, è come quando si installano
dei lampioni in una strada pubblica e la gente ha luce e vede dove va. Il
lampioni dell'illuminazione pubblica non sono di per sé oggetti luminosi, ma lo
diventano se vengono attraversati dall'energia elettrica: in questa metafora
l'elettricità è la potenza del soprannaturale che ci giunge incontrando colui
che teologicamente definiamo come il Verbo. Quindi: uno si connette e si illumina. Ciò che è importante è questa
connessione. La si realizza cercando di essere
collettività in un certo modo.
Quando ci si accende e si fa luce, gli altri accorrono.
L'altro modello è
quello che possiamo definire della mediazione
ed è marcatamente più dinamico. L'incontro
personale e collettivo con il soprannaturale ha fatto luce nelle nostre vite e pensiamo di aver capito di dover
collaborare a un progetto di salvezza del genere umano che richiede di andare verso gli altri, per accenderli della stessa luce che ha fatto chiarezza in noi, nella
convinzione che luce da luce, fiamma da fiamma, che quindi
l'illuminazione possa diffondersi per contatto o, in termini più suggestivi,
che le nostre fiamme possano appiccare un incendio.
Nella frase del libro
di Isaia che ho sopra riportato ci sono agganci per fondare entrambi gli
orientamenti. Se però, prendendo cattivi esempi dalla storia tragica della
nostra collettività religiosa, pensiamo di assolutizzarne uno dei due, scomunicando l'altro, scopriremo presto che ci manca
qualcosa.
E' antica esperienza
che il volto della persona di fede si illumini, lo si narra nelle Scritture. E
senz'altro ciò accade nella contemplazione del soprannaturale. Ma la spiritualità del lampione finisce poi
per deludere. Una volta che si ha una luce così ci si può rassegnare veramente a
stare semplicemente lì dove si è stati piantati, attendendo che la gente, come
gli insetti intorno alle lampade, converga e ci giri attorno? E' tutta lì la
nostra realizzazione storica dell'impegno biblico di portare la salvezza fino all'estremità della terra?
Ma, d'altra parte,
per andare in giro ad infiammare le
genti della nostra fede non basta possederne una immagine intellettuale, perché
altrimenti saremmo poco più che distributori ambulanti di Bibbie, ma occorre,
ci insegnano i maestri di spiritualità, farsi
fiamma viva, non solo figura di una fiamma. Altrimenti è come se si cercasse di
accendere un fuoco con una fotografia di una fiamma.
Quello che, sulla
base della mia personale esperienza di ultracinquantenne che è stato sempre piuttosto interessato ai
problemi religiosi e che ormai ne ha viste, sentite e sperimentate tante in
materia, ritengo si debba imparare ad assimilare è una concezione pluralistica dell'esperienza religiosa,
in cui si ammetta la possibilità della compresenza di più vie, di più metodi,
di più soluzioni. Questo, a mio avviso, deve valere anche all'interno dei singoli orientamenti generali, ad esempio nel
modello "essere" e nel
modello "portare", per cui,
ad esempio, se ci prefigge di essere
innanzi tutto luce, bisogna accettare
serenamente che ci siano vari modi per esserlo,
oltre a quello di esserlo al modo di lampioni stradali, e ciò tanto più di questi
tempi in cui un'umanità enormemente aumentata di numero fonda anche moltitudini
di opportunità che tuttavia per essere colte richiedono una maggiore dinamicità.
Si può, ad esempio, essere portati a esprimere religiosamente e
responsabilmente il proprio amore verso gli altri e la propria fiducia nel
futuro facendo un mucchio di figli senza per questo dovere per forza ritenere infedeli coloro che scelgono invece, altrettanto religiosamente e responsabilmente, di
averne di meno, amandoli tuttavia di quell'amore intenso e durevole che è anche
espressione di fede oltre che propensione naturale, fisiologica, verso la prole. E, per come la vedo io, è controproducente
proporsi di cambiare la testa degli altri,
distruggendo per ricostruire le loro convinzioni di fede sulla base degli
orientamenti che in una certa collettività in un dato momento storico vanno per
la maggiore, ponendo questa sorta di assoggettamento
al
potere altrui come condizione della solidarietà di gruppo. Questo metodo,
se praticato fino all'estremo, confina abbastanza con le tecniche cosiddette di
lavaggio del cervello, praticate su
larga scala storicamente in diversi regimi assolutistici nell'intento di sovrastare
le coscienze individuali, spesso con intenti anti-religiosi. Sarebbe poi vano,
se ci proponessimo di ottenere un risultato simile, parlare della nostra fede
come di una strada verso la libertà, verso quella che definiamo la libertà dei figli di Dio. Ed è sempre
questa libertà, che riguarda anzitutto l'adesione della coscienza, che
dobbiamo, a mio avviso, proporci di rispettare tutte le volte che,
storicamente, nel modo del "portare",
attuiamo collettivamente o singolarmente una qualche forma di intervento nella
realtà sociale in cui viviamo, per cercare di orientarla verso le nostre
idealità di fede. Per come la vedo io, ogni forma di assolutismo, sia di tipo fondamentalistico che di tipo
rivoluzionario, contrasta con l'esigenza che l'adesione alla fede e la
realizzazione pratica degli ideali di fede avvenga nel quadro di una vera agàpe, quindi in un contesto festoso e veramente amorevole
in cui nessuno si senta escluso per aver scelto
una determinata accentuazione piuttosto che un'altra. Sforzandoci di accettare
finalmente il pluralismo nella cose
religiose entreremo, fra l'altro, nel vero spirito di questa settimana dell'unità dei cristiani che anche quest'anno
inizia. In passato, tra noi cattolici, si è pensato che lo scopo delle nostre
preghiere fosse quello di ottenere alla fine che tutti i cristiani del mondo
accettassero di porsi sotto la giurisdizione del Papa romano. Per come ho
capito, ci si sta distaccando da questa concezione di tipo assolutistico. Ma qualche volta si ha la sensazione che
l'insofferenza per le concezioni altrui che c'è ancora nelle nostre
collettività, anche a livello locale, parrocchiale, risenta molto dei pessimi
esempi del nostro più buio passato, quello che si vorrebbe cercare di superare
con la preghiera per l'unità, come
quando, ad esempio, si giunse all'idea di uccidere perché non si
accettava che ai laici potesse essere distribuita la Comunione sotto le due
specie (accadde in Boemia nel Quattrocento).