lunedì 20 gennaio 2014

Unità nel pluralismo


Unità nel pluralismo


 Nelle narrazioni delle vita del nostro primo Maestro contenute nelle nostre Scritture sacre si legge che egli venne interrogato su che cosa si dovesse fare per essere persone giuste secondo le regole della fede.  Nella storia del nostro pensiero religioso la questione fu poi posta anche sotto il profilo di che cosa si dovesse fare per entrare nel regno beato, instaurato al di là della storia e del mondo come lo vediamo,  nel compimento soprannaturale della nostra esistenza e dell'universo. Nell'era della forte integrazione ideologica tra poteri civili e religiosi che definiamo come una civiltà improntata alla nostra fede, ciò ebbe anche rilevanza propriamente giuridica perché scegliere un'opinione piuttosto che un'altra e comportarsi di conseguenza poteva comportare riflessi polizieschi, giudiziari e penali. Nel corso dell'affermazione delle democrazie di popolo in Europa e altrove nel mondo, fondamentalmente tra i popoli che per vario motivo subirono l'influsso delle ideologie europee, il problema si pose anche in termini di fedeltà  istituzionale e, quindi, di scelta se obbedire a regole che si volevano di origine soprannaturale, così come venivano presentate e formulate dai sovrani religiosi, o  a quelle imposte dagli esseri umani  e quindi dai sovrani civili. Nella stessa epoca la materia fu vista anche  sotto l'aspetto di un maggior impegno personale nella costruzione di una vita di fede, quindi di nuovi tipi di spiritualità e di azione religiosa nella storia, che non consistessero nel semplice adeguarsi alle tradizioni del passato e nell'obbedire alle disposizioni del magistero. La riscoperta dei valori comunitari, al di là del solo essere inseriti in una organizzazione gerarchica (qualcosa che veniva presentato come un esercito schierato, del quale si era soldati, militi), ha poi portato all'affermarsi di esperienze di solidarietà particolare, affini agli antichi confraternite o terz'ordini  ma con un impegno di approfondimento teologico laicale personale molto più marcato, talvolta unito a orientamenti ideologici piuttosto definiti per ciò che riguardava le questioni sociali profane. In questo quadro si giunge a combinare questioni di salvezza soprannaturale e terrena, ponendo l'appartenenza comunitaria o come mezzo di risoluzione di crisi e problemi personali, attraverso la solidarietà di gruppo e la sollecitudine reciproca originate dalla fede, al modo del modello collettivo che viene descritto nelle nostre Scritture sacre che narrano dei primi tempi dopo l'evento della Resurrezione,  o come via di risoluzione dei problemi sociali, sullo spunto degli ideali di fede che ci presentano come lanciati verso il mondo per illuminare  gli altri. Nella scorsa riunione del nostro gruppo si è sentita l'eco di questioni simili nel momento in cui, nella discussione su Is 49, 3.5-6,  all'idea che si dovesse portare la luce al mondo  è stato ribattuto che noi in realtà dobbiamo essere  luce del mondo (la frase che ha originato il dibattito fa "Io ti renderò luce della nazioni perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra").
 Le opinioni che si sono confrontate sono manifestazioni di due orientamenti diversi sulle cose da fare come gente di fede. ll primo, che potremmo definire dell'essere o, riecheggiando vecchie polemiche chiesastiche, della presenza, ritiene che la nostra missione religiosa nel mondo debba essere quella di costituire collettività fortemente improntate ai principi evangelici, nell'interpretazione che storicamente di essi si ritiene di accettare di questi tempi, che poi costituiscano un polo d'attrazione, verso il quale gli altri, all'esterno, siano spinti a convergere.  La missione di illuminazione, in questa concezione, è come quando si installano dei lampioni in una strada pubblica e la gente ha luce e vede dove va. Il lampioni dell'illuminazione pubblica non sono di per sé oggetti luminosi, ma lo diventano se vengono attraversati dall'energia elettrica: in questa metafora l'elettricità è la potenza del soprannaturale che ci giunge incontrando colui che teologicamente definiamo come il Verbo. Quindi: uno si connette e si  illumina. Ciò che è importante è questa connessione. La si realizza cercando di essere  collettività in un certo modo. Quando ci si accende e si fa luce, gli altri accorrono.
 L'altro modello è quello che possiamo definire della mediazione  ed è marcatamente più dinamico. L'incontro personale e collettivo con il soprannaturale ha fatto luce nelle nostre vite e pensiamo di aver capito di dover collaborare a un progetto di salvezza del genere umano che richiede di andare verso  gli altri, per accenderli della stessa luce che ha fatto chiarezza in noi, nella convinzione che luce da luce, fiamma da fiamma, che quindi l'illuminazione possa diffondersi per contatto o, in termini più suggestivi, che le nostre fiamme possano appiccare un incendio.
 Nella frase del libro di Isaia che ho sopra riportato ci sono agganci per fondare entrambi gli orientamenti. Se però, prendendo cattivi esempi dalla storia tragica della nostra collettività religiosa, pensiamo di assolutizzarne uno dei due, scomunicando  l'altro, scopriremo presto che ci manca qualcosa.  
 E' antica esperienza che il volto della persona di fede si illumini, lo si narra nelle Scritture. E senz'altro ciò accade nella contemplazione del soprannaturale. Ma la spiritualità del lampione finisce poi per deludere. Una volta che si ha una luce così ci si può rassegnare veramente a stare semplicemente lì dove si è stati piantati, attendendo che la gente, come gli insetti intorno alle lampade, converga e ci giri attorno? E' tutta lì la nostra realizzazione storica dell'impegno biblico di portare la salvezza fino all'estremità della terra?
 Ma, d'altra parte, per andare in giro ad infiammare le genti della nostra fede non basta possederne una immagine intellettuale, perché altrimenti saremmo poco più che distributori ambulanti di Bibbie, ma occorre, ci insegnano i maestri di spiritualità, farsi fiamma viva, non solo figura di una fiamma. Altrimenti è come se si cercasse di accendere un fuoco con una fotografia di una fiamma.
 Quello che, sulla base della mia personale esperienza di ultracinquantenne che è  stato sempre piuttosto interessato ai problemi religiosi e che ormai ne ha viste, sentite e sperimentate tante in materia, ritengo si debba imparare ad assimilare è una concezione pluralistica dell'esperienza religiosa, in cui si ammetta la possibilità della compresenza di più vie, di più metodi, di più soluzioni. Questo, a mio avviso, deve valere anche all'interno dei singoli orientamenti generali, ad esempio nel modello "essere" e nel modello "portare", per cui, ad esempio, se ci prefigge di essere innanzi tutto luce, bisogna accettare serenamente che ci siano vari modi per esserlo, oltre a quello di esserlo al modo di lampioni stradali, e ciò tanto più di questi tempi in cui un'umanità enormemente aumentata di numero fonda anche moltitudini di opportunità che tuttavia per essere colte richiedono una maggiore dinamicità. Si può, ad esempio, essere portati a esprimere religiosamente e responsabilmente il proprio amore verso gli altri e la propria fiducia nel futuro facendo un mucchio di figli senza per questo dovere per forza ritenere infedeli coloro che scelgono invece, altrettanto religiosamente e responsabilmente, di averne di meno, amandoli tuttavia di quell'amore intenso e durevole che è anche espressione di fede oltre che propensione naturale, fisiologica, verso la prole.  E, per come la vedo io, è controproducente proporsi di cambiare la testa degli altri, distruggendo per ricostruire  le loro convinzioni di fede sulla base degli orientamenti che in una certa collettività in un dato momento storico vanno per la maggiore, ponendo questa sorta di assoggettamento  al potere altrui come condizione della solidarietà di gruppo. Questo metodo, se praticato fino all'estremo, confina abbastanza con le tecniche cosiddette di lavaggio del cervello, praticate su larga scala storicamente in diversi regimi assolutistici nell'intento di sovrastare le coscienze individuali, spesso con intenti anti-religiosi. Sarebbe poi vano, se ci proponessimo di ottenere un risultato simile, parlare della nostra fede come di una strada verso la libertà, verso quella che definiamo la libertà dei figli di Dio. Ed è sempre questa libertà, che riguarda anzitutto l'adesione della coscienza, che dobbiamo, a mio avviso, proporci di rispettare tutte le volte che, storicamente, nel modo del "portare", attuiamo collettivamente o singolarmente una qualche forma di intervento nella realtà sociale in cui viviamo, per cercare di orientarla verso le nostre idealità di fede. Per come la vedo io, ogni forma di assolutismo, sia di tipo fondamentalistico che di tipo rivoluzionario, contrasta con l'esigenza che l'adesione alla fede e la realizzazione pratica degli ideali di fede avvenga nel quadro di una vera agàpe, quindi  in un contesto festoso e veramente amorevole in cui nessuno si senta escluso per aver scelto una determinata accentuazione piuttosto che un'altra. Sforzandoci di accettare finalmente il pluralismo nella cose religiose entreremo, fra l'altro, nel vero spirito di questa settimana dell'unità dei cristiani che anche quest'anno inizia. In passato, tra noi cattolici, si è pensato che lo scopo delle nostre preghiere fosse quello di ottenere alla fine che tutti i cristiani del mondo accettassero di porsi sotto la giurisdizione del Papa romano. Per come ho capito, ci si sta distaccando da questa concezione di tipo assolutistico. Ma qualche volta si ha la sensazione che l'insofferenza per le concezioni altrui che c'è ancora nelle nostre collettività, anche a livello locale, parrocchiale, risenta molto dei pessimi esempi del nostro più buio passato, quello che si vorrebbe cercare di superare con la preghiera per l'unità, come quando, ad esempio, si giunse all'idea di uccidere perché non si accettava che ai laici potesse essere distribuita la Comunione sotto le due specie (accadde in Boemia nel Quattrocento).
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli