martedì 21 gennaio 2014

Un lungo cammino insieme


Un lungo cammino insieme


 In questa settimana di preghiera per l'unità dei cristiani penso che noi laici di fede potremmo proporci di riflettere sull'importanza di rimanere insieme nonostante le differenze. Non facendolo però  come per un obbligo oneroso e talvolta fastidioso, ma nella gioia, come quando si partecipa festosamente a un bel pranzo con tanta gente, quelle belle tavolate che si fanno ad esempio ai matrimoni.  "Tutti insieme": quante volte il nostro parroco durante la Messa sottolinea questa parole. Deponiamo i rancori, i risentimenti, i sospetti, lo spirito di rivalsa o addirittura di vendetta. La giustizia in cui confidiamo e di cui cerchiamo di farci testimoni non è quella che ci fa aver ragione dei nostri avversari, nelle nostre misere controversie di ogni giorno,  ma quella che ci salva tutti, e tutti insieme.  Forse il modo in cui nella mia vita interpreto la fede comune non coincide con quello di altri, ma non vorrei fare a meno di loro, anche se non la pensano come me. La sfida e la lezione che ci vengono dalla lunga storia della nostra confessione religiosa consistono proprio in questo: bisogna sforzarsi di rimanere insieme anche se non ci siamo costruiti secondo un unico modello, perché l'ostilità reciproca, non il nostro pluralismo, costituisce una controtestimonianza, è la smentita della realizzabilità pratica e quindi dell'affidabilità delle nostre idealità di fede. Dobbiamo cercare di conoscere meglio gli altri e le loro esperienza di fede non per prevalere, ma per imparare a rimanere insieme. Può sembrare strano che in una religione che si dice centrata sul comandamento dell'amore, verso il Creatore e verso gli altri, sia stato storicamente tanto difficile accettare le differenze. Per come la vedo io, è dipeso dai nostri limiti di esseri umani, bisognosi per orientarsi nel mondo di tracciare nette linee di confine e precise direzioni da seguire, come quando, per capire come muoversi, si prende in mano una carta stradale e si cerca di riconoscerne i punti di riferimento nell'ambiente intorno a noi.  Ma l'idea che ci siamo fatti del mondo non coincide mai con ciò che c'è realmente intorno a noi e le ideologie che ci costruiamo invecchiano rapidamente. E le verità ultime, quelle più importanti per la fede, non saranno mai, per definizione, pienamente esprimibili nel linguaggio umano, proprio perché ultime, tanto che ne parliamo come di misteri, realtà che non giungeremo mai a possedere con il solo nostro ingegno.  Nessuno se ne può appropriare. Questo manifesta con chiarezza la difficoltà della missione del  vescovo e del sacerdote, ai quali compete di esercitare con autorità il ministero dell'unità,  che viene definito, con un'antica metafora, il ministero pastorale. Perché l'istituzione di una tale autorità ha storicamente effettivamente promosso l'unità delle nostre collettività religiose, che non potrebbero farne a meno, ma ha esposto alla tentazione di produrre non l'unità/agàpe, quindi amorevole coesistenza delle diversità, ma uniformità, mediante l'eliminazione delle differenze e l'esclusione, o addirittura soppressione,  dei diversi.
 Non sarei cattolico se non credessi nella possibilità dell'unità amorevole dei diversi, nell'agàpe, e non verrei in chiesa se non stimassi i sacerdoti e, anzi, li ritenessi un ostacolo sulla via di quel tipo di unità. E invece sono cattolico, e ci tengo ad essere considerato tale negli ambienti che frequento, mi manifesto chiaramente come tale, e vengo in chiesa e stimo i sacerdoti, ma non solo, cerco anche di prestare attenzione agli insegnamenti che impartiscono. Ho imparato da  mia madre ad appuntarmi la sintesi delle omelie che mi colpiscono maggiormente, al modo degli stenografi medievali, che tenevano nota dei sermoni dei predicatori più seguiti. E su questo blog potete trovare quasi tutte le omelie della Messa domenicale delle nove della nostra parrocchia dal luglio 2012. Ho cominciato a fare sistematicamente questo lavoro proprio perché mi accorgevo di distrarmi a Messa, di vagare con il pensiero, di sognare a occhi aperti come mi accade di fare fin da bambino. E invece voglio che l'insegnamento dei sacerdoti mi rimanga dentro: durante i molti periodi di malattia grave degli anni passati ho sentito  particolarmente la mancanza della Messa domenicale e delle parole dei sacerdoti. In questo momento di libertà che mi è stato concesso di vivere vorrei recuperare il tempo perduto, come quando un soldato ritorna dalla prima linea e riposa e si rinfranca un po'.
 Fin da ragazzo sono stato formato in Azione Cattolica per il lavoro della mediazione culturale, in particolare in FUCI, gli universitari cattolici, e nel Movimento Laureati Cattolici, ora MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Attraverso i miei parenti bolognesi sono entrato in contatto con ambienti di fede molto creativi e interessanti che operavano in questo campo. Nella mia vita ho sempre lavorato secondo quello che mi era stato insegnato di fare. Sono stato tutto sommato un buon ripetitore di ciò che avevo appreso dai miei maestri: anche oggi ciò che scrivo e dico non è originale, sono tutte cose che ho imparato da altri. Può sembrare originale in ambienti che non hanno mai avuto o non  hanno più memoria del passato in cui mi sono formato. La mediazione culturale, il cercare ciò che di comune c'è in diverse esperienze di vita, ha come scopo la realizzazione dell'unità nel pluralismo. E' la via per parlare di fede nelle democrazie di popolo contemporanee, si basa sul dialogo, sul ragionamento che si fa con gli altri nel presupposto che si debba comunque convivere pacificamente con loro, avendo quindi come postulato di accettarli nella loro diversità ancor prima di trovare un punto di mediazione. Non si ha vero dialogo se uno dei dialoganti accetta come opzione l'esclusione o la soppressione dell'altro o della sua identità particolare. Non ritengo di possedere  la verità, ci mancherebbe altro!, ma la ricerco cercando di rimanere intellettualmente e moralmente onesto e di essere costante nel farlo (il mio principale difetto è la discontinuità). Se rilevo differenze nelle cose di fede tra me e gli altri non è per separarmi da loro o per prevalere su di essi, ma per conoscerli meglio e convivere meglio con loro. Se c'è qualcosa che mi fa soffrire la dico, perché sosteniamo di voler essere una comunità amorevole e allora penso che certi problemi possano essere superati nello spirito dell'agàpe.
 In questo momento ho affrontato temi piuttosto delicati che coinvolgono la nostra collettività locale, qui a Monte Sacro  - Valli, anche perché esortato  dal recente documento del nostro vescovo e padre universale sulla gioia della fede. Leggo infatti:
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale.
 [Dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), di Papa Francesco, del 24-11-13]
 L'esigenza di fare il rinnovamento non camminando da soli mi ha portato a diffondere certe riflessioni con il mezzo di un blog, in modo da suscitare un lavoro comune e di condividere e confrontare esperienze.
 Ma vorrei che fosse compreso che, se ho marcato differenze e segnalato problemi, non è perché vorrei fare a meno di chi non la pensa come me, o addirittura prevalere su di lui: non sono disposto a rinunciare a nessuno della nostra parrocchia  e non voglio cambiare gli altri perché assomiglino di più a me. Non mi dispiacerebbe però che si avviasse una riflessione collettiva sul fatto che l'accettazione serena del pluralismo tra  noi può essere un modo di mantenere l'unità imparando da certi episodi tragici della nostra storia comune. La settimana di preghiera per l'unità dei cristiani può essere un momento propizio per farlo. Ma che nessuno per questo si senta sotto attacco o minacciato, né da me, né dall'esperienza dell'Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli