Un lungo cammino
insieme
In questa settimana
di preghiera per l'unità dei cristiani penso che noi laici di fede potremmo
proporci di riflettere sull'importanza di rimanere insieme nonostante le
differenze. Non facendolo però come per
un obbligo oneroso e talvolta fastidioso, ma nella gioia, come quando si
partecipa festosamente a un bel pranzo con tanta gente, quelle belle tavolate
che si fanno ad esempio ai matrimoni. "Tutti insieme": quante volte il
nostro parroco durante la Messa sottolinea questa parole. Deponiamo i rancori,
i risentimenti, i sospetti, lo spirito di rivalsa o addirittura di vendetta. La
giustizia in cui confidiamo e di cui cerchiamo di farci testimoni non è quella
che ci fa aver ragione dei nostri avversari, nelle nostre misere controversie
di ogni giorno, ma quella che ci salva tutti, e tutti insieme. Forse il modo
in cui nella mia vita interpreto la fede comune non coincide con quello di
altri, ma non vorrei fare a meno di loro, anche se non la pensano come me. La
sfida e la lezione che ci vengono dalla lunga storia della nostra confessione
religiosa consistono proprio in questo: bisogna sforzarsi di rimanere insieme anche se non ci siamo
costruiti secondo un unico modello, perché l'ostilità reciproca, non il nostro
pluralismo, costituisce una controtestimonianza, è la smentita della realizzabilità
pratica e quindi dell'affidabilità delle nostre idealità di fede. Dobbiamo
cercare di conoscere meglio gli altri e le loro esperienza di fede non per
prevalere, ma per imparare a rimanere insieme. Può sembrare strano che in una
religione che si dice centrata sul comandamento dell'amore, verso il Creatore e
verso gli altri, sia stato storicamente tanto difficile accettare le
differenze. Per come la vedo io, è dipeso dai nostri limiti di esseri umani,
bisognosi per orientarsi nel mondo di tracciare nette linee di confine e
precise direzioni da seguire, come quando, per capire come muoversi, si prende
in mano una carta stradale e si cerca di riconoscerne i punti di riferimento
nell'ambiente intorno a noi. Ma l'idea
che ci siamo fatti del mondo non coincide mai con ciò che c'è realmente intorno
a noi e le ideologie che ci costruiamo invecchiano rapidamente. E le verità
ultime, quelle più importanti per la fede, non saranno mai, per definizione,
pienamente esprimibili nel linguaggio umano, proprio perché ultime, tanto che ne parliamo come di misteri, realtà che non giungeremo mai a
possedere con il solo nostro ingegno.
Nessuno
se ne può appropriare. Questo manifesta con chiarezza la difficoltà della
missione del vescovo e del sacerdote, ai
quali compete di esercitare con autorità il ministero dell'unità, che viene definito, con un'antica metafora, il
ministero pastorale. Perché
l'istituzione di una tale autorità ha storicamente effettivamente promosso l'unità
delle nostre collettività religiose, che non potrebbero farne a meno, ma ha
esposto alla tentazione di produrre non l'unità/agàpe, quindi amorevole coesistenza delle diversità, ma uniformità, mediante l'eliminazione
delle differenze e l'esclusione, o addirittura soppressione, dei diversi.
Non sarei cattolico
se non credessi nella possibilità
dell'unità amorevole dei diversi, nell'agàpe,
e non verrei in chiesa se non stimassi i sacerdoti e, anzi, li ritenessi un
ostacolo sulla via di quel tipo di unità. E invece sono cattolico, e ci tengo
ad essere considerato tale negli ambienti che frequento, mi manifesto
chiaramente come tale, e vengo in chiesa e stimo i sacerdoti, ma non solo,
cerco anche di prestare attenzione agli insegnamenti che impartiscono. Ho
imparato da mia madre ad appuntarmi la
sintesi delle omelie che mi colpiscono maggiormente, al modo degli stenografi
medievali, che tenevano nota dei sermoni dei predicatori più seguiti. E su
questo blog potete trovare quasi tutte le omelie della Messa domenicale delle
nove della nostra parrocchia dal luglio 2012. Ho cominciato a fare
sistematicamente questo lavoro proprio perché mi accorgevo di distrarmi a
Messa, di vagare con il pensiero, di sognare a occhi aperti come mi accade di
fare fin da bambino. E invece voglio che l'insegnamento dei sacerdoti mi
rimanga dentro: durante i molti periodi di malattia grave degli anni passati ho
sentito particolarmente la mancanza
della Messa domenicale e delle parole dei sacerdoti. In questo momento di
libertà che mi è stato concesso di vivere vorrei recuperare il tempo perduto,
come quando un soldato ritorna dalla prima linea e riposa e si rinfranca un
po'.
Fin da ragazzo sono
stato formato in Azione Cattolica per il lavoro della mediazione culturale, in
particolare in FUCI, gli universitari cattolici, e nel Movimento Laureati
Cattolici, ora MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale. Attraverso i
miei parenti bolognesi sono entrato in contatto con ambienti di fede molto
creativi e interessanti che operavano in questo campo. Nella mia vita ho sempre
lavorato secondo quello che mi era stato insegnato di fare. Sono stato tutto
sommato un buon ripetitore di ciò che avevo appreso dai miei maestri: anche
oggi ciò che scrivo e dico non è originale, sono tutte cose che ho imparato da
altri. Può sembrare originale in ambienti che non hanno mai avuto o non hanno più memoria del passato in cui mi sono
formato. La mediazione culturale, il cercare ciò che di comune c'è in diverse
esperienze di vita, ha come scopo la realizzazione dell'unità nel pluralismo.
E' la via per parlare di fede nelle democrazie di popolo contemporanee, si basa
sul dialogo, sul ragionamento che si fa con gli altri nel presupposto che si
debba comunque convivere pacificamente con loro, avendo quindi come postulato
di accettarli nella loro diversità ancor prima di trovare un punto di
mediazione. Non si ha vero dialogo se uno dei dialoganti accetta come opzione
l'esclusione o la soppressione dell'altro o della sua identità particolare. Non
ritengo di possedere la verità, ci mancherebbe altro!, ma la
ricerco cercando di rimanere intellettualmente e moralmente onesto e di essere
costante nel farlo (il mio principale difetto è la discontinuità). Se rilevo
differenze nelle cose di fede tra me e gli altri non è per separarmi da loro o
per prevalere su di essi, ma per conoscerli meglio e convivere meglio con loro.
Se c'è qualcosa che mi fa soffrire la dico, perché sosteniamo di voler essere
una comunità amorevole e allora penso che certi problemi possano essere
superati nello spirito dell'agàpe.
In questo momento ho
affrontato temi piuttosto delicati che coinvolgono la nostra collettività
locale, qui a Monte Sacro - Valli, anche
perché esortato dal recente documento del nostro vescovo e
padre universale sulla gioia della fede.
Leggo infatti:
33. La pastorale in chiave
missionaria esige di abbandonare il
comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito
di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori
delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata
ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera
fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità
e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare
sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e
realistico discernimento pastorale.
[Dall'esortazione
apostolica Evangelii Gaudium (=la
gioia del Vangelo), di Papa Francesco, del 24-11-13]
L'esigenza di fare il
rinnovamento non camminando da soli
mi ha portato a diffondere certe riflessioni con il mezzo di un blog, in modo
da suscitare un lavoro comune e di condividere e confrontare esperienze.
Ma vorrei che fosse
compreso che, se ho marcato differenze e segnalato problemi, non è perché
vorrei fare a meno di chi non la pensa come me, o addirittura prevalere su di
lui: non sono disposto a rinunciare a
nessuno della nostra parrocchia e non voglio cambiare gli altri perché
assomiglino di più a me. Non mi dispiacerebbe però che si avviasse una
riflessione collettiva sul fatto che l'accettazione serena del pluralismo
tra noi può essere un modo di mantenere
l'unità imparando da certi episodi tragici della nostra storia comune. La
settimana di preghiera per l'unità dei cristiani può essere un momento propizio
per farlo. Ma che nessuno per questo si senta sotto attacco o minacciato, né da
me, né dall'esperienza dell'Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli