Accettare la complessità
dell'esistenza
Per come la vedo io in base alla mia personale
esperienza di ultracinquantenne vissuto sempre con relazioni sociali piuttosto
intense, la fede religiosa risente
abbastanza della complessità dell'esistenza umana, sia nella dimensione
dell'interiorità individuale sia nella dimensione collettiva. E questo anche se
talvolta, nell'afflato spirituale, si ha la sensazione di essere portati come
su ali d'aquila e di riuscire a cogliere
il senso autentico della propria storia e di quella del mondo in cui si
vive. Ciò accade in genere non nel mezzo delle lotte della vita, e la vita
degli esseri umani è in gran parte lotta, ma quando, ad un certo momento che
viene sempre per ognuno, ci si abbandona,
si getta uno sguardo retrospettivo alla propria esistenza e si scopre di aver
fatto una buona battaglia, ma che il
compimento non verrà da ciò che si è fatto, perché la meta che ci si era prefissi
non è stata raggiunta, ma in un'altra
dimensione, in una realtà che ha
contatti con il mondo nel quale si è combattuto ma che non gli appartiene, e che in ciò consiste quella
particolare gioia dell'essere che
definiamo come beatitudine, per cui
si può essere beati anche nella
povertà, nella sofferenza, nel pianto, nella persecuzione, insomma nel dolore
che, inevitabilmente, impregna l'esistenza degli esseri umani, come del resto
quella di ogni essere vivente, e che, comunque, non si è mai cessato di
combattere, al quale comunque non ci è mai rassegnati.
Benché quindi arrivi sempre, nella nostra vita, l'ora in cui si deve accettare
di essere portati là dove non si vorrebbe, quel momento in cui la natura e il
mondo hanno la meglio sulla nostra esistenza individuale e su ogni nostro
sforzo di resistenza, ciò, in una dimensione religiosa animata dalla nostra
fede, non è mai rassegnazione ad un
destino cieco e insensato, a quella potenza superna che nell'antica fede
greco-romana sovrastava gli stessi dei, dunque un consegnarsi a forze infere
che trascinano alla definitiva perdizione, ma consegnare il proprio spirito in
buone mani, in quelle dell'essere benevolo del quale crediamo di aver
riconosciuto l'opera in tutto ciò che c'è nel mondo intorno a noi, nella natura
e nella storia degli esseri umani, per cui crediamo che il mondo, natura e
storia, sia opera sua e che verso di lui sia trascinato, e del quale crediamo di aver udito la voce. Se
quindi, nella mia esperienza, vivere
in una dimensione di fede è senz'altro alla portata di chiunque, non essendo
necessario essere particolarmente complicati
per farlo, ragione per cui si può essere persone di fede anche da bambini molto
piccoli e rimanendo persone semplici,
e addirittura da questa posizione insegnare
ai grandi e a coloro che sono diventati complicati,
è anche vero che la nostra fede religiosa non significa tagliare corto con la complessità della vita e pensare che in ogni cosa, semplicemente avendo fede, la soluzione
di ogni problema della vita personale e collettiva sia a portata di mano e
chiara, e in particolare che, di fronte alle avversità dell'esistenza, la
soluzione sia quella dell'accettazione/rassegnazione
al peggio. Un animo veramente religioso secondo la nostra fede, per come ho potuto constatare, non si lascia dettar legge dalla natura e dalla storia, in ciò che
definiamo mondo, e in questo quindi non è del mondo, anche se rimane nel mondo e cerca di capirne le leggi non semplicemente per assoggettarvisi,
ma per discernerne il bene dal male, combattendo strenuamente quest'ultimo e
non cessando mai di sperare nel compimento
beato, nel senso che ho detto sopra.
Quindi, ad esempio, pure essendo realisticamente consapevoli della nostra
mortalità, che è dura legge di natura,
non cessiamo di credere nella nostra
immortalità e, anzi, questo è il fondamento
della nostra fede, perché ci è stato insegnato che, se non credessimo nella nostra immortalità, essa sarebbe vana.
Viene sempre un momento, ogni giorno, e deve venire, nella spiritualità della vita di
una persona di fede, nella preghiera e nella meditazione quotidiane, in cui si
fa l'esperienza dell'abbandono al compimento
beato e lo si invoca nel dialogo con l'essere buono, fondamento di tutto,
del quale crediamo di continuare a sentire la voce nella nostra storia, e
allora questo, nel mezzo della nostra lotta esistenziale, è un momento di vero riposo, non come quando storditi dalla
fatica o dalla sofferenza si piomba in
un sonno disperato senza sogni, come si narra che sia accaduto ai più stretti
del nostro primo Maestro nella notte d'angoscia ai Getsèmani, ma al modo in cui
da bambini si riposa sentendosi al
sicuro vicino ai propri genitori (questo è un pensiero che ho tratto da una meditazione del card.Carlo Maria Martini): il fondamento di tutto è padre e madre, ci
viene insegnato in religione, non un impersonale meccanismo fisico e biologico.
E in momenti come questi, di cui dobbiamo
creare l'occasione giorno per giorno, la vita di fede non consistendo solo in
un'esperienza intellettuale, non si esaurisce quindi solo nel credere nel senso
di convincersi, momenti che in un
certo senso sono come l'anticipazione
del compimento beato, è in momenti cme questi dunque che pensiamo talvolta di cogliere
veramente, come anticipazione, il senso ultimo della nostra esistenza. Ma ciò che intuiamo nella fede e nella preghiera
non ci esime però dallo sforzo di capire
il mondo in cui viviamo per agire
consapevolmente in esso anche secondo esigenze religiose. In questo senso la
fede non è una semplificazione dell'esistenza,
che rimane con il grado di complessità del mondo in cui uno si trova a vivere. La
fede quindi, a mio modo di vedere, produce in certo senso una semplificazione interiore, ma non autorizza all'ingenuità nella vita, per cui si possa
pensare che, di fronte a ogni dilemma, la persona di fede, solo per il fatto di
essere tale, abbia chiara la via e non debba invece ricercarla e anzi, talvolta, costruirla
faticosamente come in mezzo a un deserto, o forse ad una giungla, e
talvolta in mezzo a macerie esistenziali proprie e altrui. E ciò, in particolare, in un mondo
complesso come quello in cui viviamo, in cui l'esistenza di un numero di
persone enormemente superiore a quello dei tempi antichi dipende dalla
capacità, acquisita storicamente come conquista culturale, di governare procedure
di produzione e di scambio, a livello planetario, estremamente sofisticate, per
cui, ad esempio, i problemi della nostra vita non sono più solo quelli ai quali
fanno riferimento certe metafore che troviamo nelle nostre Scritture e che
erano propri degli antichi ambienti contadini e di pastori. Ad esempio,
nell'ultima accorata esortazione del
nostro vescovo e padre universale troviamo addirittura una riflessione su una
teoria economica che va per la maggiore per comprendere le dinamiche del mondo
in cui oggi viviamo e se ne esplicitano i riflessi negativi alla luce delle
nostre convinzioni di fede:
54. In questo contesto, alcuni ancora
difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni
crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé
una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è
mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella
bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati
del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad
aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per
potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione
dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare
compassione
[dall'esortazione apostolica Evangelii
Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco, del 24-11-13].
Nel volgere di circa cinque secoli dalle
origini, dopo l'evento della Resurrezione, le
nostre collettività religiose si sono dovute confrontare con il problema
del governo delle società del loro
tempo, che in fondo era estraneo all'esperienza delle nostre prime collettività
di fede e, dunque, alla riflessione da esse prodotta e rappresentata in quella
parte delle nostre Scritture da essa scaturita, mentre non lo era nella parte
delle Scritture che abbiamo ricevuto dall'antico giudaismo. Questa esperienza
di governo è stata tanto importante che ha prodotto storicamente ciò che
riconosciamo essere addirittura una vera e propria civiltà. E ancora oggi nell'educazione di fede, ad esempio proprio
in Azione Cattolica, si dà molta rilevanza all'impegno specificamente religioso
nella formazione professionale in particolare dei laici di fede, per essere
preparati per quel lavoro di ordinare le
cose del mondo secondo gli ideali di fede in cui in fondo consiste proprio
quell'attività di governo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in
San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli