L'autonomia delle
cose create e il lavoro in Azione Cattolica
In un intervento di
qualche tempo fa ho coniato lo slogan "L'Azione
Cattolica è la parrocchia in azione" per rendere l'idea che in Azione
Cattolica non si viene solo per ricevere
ma anche per dare e, nella specie, per contribuire
creativamente a un lavoro comune. Il dare
nel senso di contribuire è l'azione che caratterizza fortemente la
nostra esperienza associativa e anche la distingue da diverse altre che ci sono
nel mondo laicale della nostra religione: essa impronta di sé anche il modo con
cui si riceve, definisce quindi un preciso stile
di laico di fede. Quest'ultimo si manifesta in particolare nella piena adesione
al metodo democratico in ciò che si
fa collettivamente come laici, che non significa principalmente che le cose si
decidono a maggioranza, perché se non
ci fosse una condivisione universale delle idealità fondamentali, quindi molto
più ampia, direi totalitaria, di quella che si può esprimere in una
maggioranza, verrebbe a mancare il fondamento del nostro voler essere insieme,
ma rispetto della dignità altrui, affermazione dell'uguaglianza intesa come
pari dignità delle persone umane. Questo grande principio che ha fondamento
religioso, perché è collegato con l'idea di comune figliolanza divina e
prescinde dall'osservazione di come vanno realmente le cose nella natura e
nella società, e che è alla base delle principali idealità della nostra nuova
Europa e in particolare della sua ideologia dei diritti umani fondamentali, per
cui si tende ad affermare l'esistenza di una cittadinanza universale da attribuire ad ogni essere umano per il
solo fatto di esistere e a prescindere dal suo inserimento in un sistema
politico particolare, è stato a lungo vivamente e duramente contrastato nella
nostra confessione religiosa e nella civiltà
ad essa improntata. Ciò è stato
riconosciuto francamente, con la massima autorità religiosa nella nostra
confessione di fede, nel corso della preparazione del Grande Giubileo dell'Anno
2000 e della celebrazione di questo grande evento liturgico, che si è voluto
organizzare anche come una ricapitolazione
della lunga storia della nostra
esperienza di grande collettività di fede per discernervi il bene dal male,
quindi ammettendo che non tutto era stato
bene, non per ergerci indebitamente a giudici delle personalità morale di
gente del nostro lungo passato, in una sorta di anticipazione del giudizio universale, ma per stabilire
ciò che oggi si debba considerare un
esempio da imitare per la nostra fede. Non sempre si ha chiara consapevolezza
della grandissima importanza di questa che considero una delle massime
conquiste culturali della nostra storia di fede e che si è manifestata tra
infinite e dure polemiche, sulle quali ha infine prevalso lo spirito profetico
del papa Giovanni Paolo 2°, il quale quest'anno, proclamato santo, sarà
indicato come esempio per tutti noi. Infatti la memoria religiosa del passato è un
fattore cruciale per chi, come si fa nella nostra confessione religiosa,
considera che le principali idealità di fede conseguano anche a una tradizione storica e quindi si volge
anche al passato per cercarvi un sicuro orientamento.
L'idea di potere contribuire creativamente da laici nella
cose di fede si è affermata piuttosto recentemente nella nostra confessione
religiosa, diciamo dalla fine dell'Ottocento, e non senza contrasti e passi
indietro. E solo dalla metà degli scorsi anni Sessanta che essa ha piena
cittadinanza tra noi, in religione. In precedenza era stata più volte tacciata
di (scambiata come) deviazione ideologica illecita e come tale punita anche
piuttosto duramente, anche se, a partire dall'Ottocento, l'affermarsi della
democrazia politica in Europa e in altre parti del mondo ha impedito di punirla
con le pene cosiddette criminali, ad
esempio con la morte, la detenzione carceraria o altre forme di esclusioni od
umiliazioni sociali, che erano state ampiamente praticate nella storia tragica
della nostra esperienza di collettività religiosa. Al fondamento di questo modo
di agire da gente di fede nel mondo in cui si vive vi è la concezione che le
realtà terrene, cosiddette per distinguerle da quelle soprannaturali, hanno una
loro autonomia, vale a dire leggi e valori propri che gli esseri umani
devono gradatamente scoprire, usare e
ordinare (questa è la definizione di autonomia delle realtà terrene che si
trova nella Costituzione pastorale Gaudium
et spes [=la gioia e la speranza]
promulgata nel corso del Concilio Vaticano 2° [1962-1965], che è legge
fondamentale per la nostra confessione religiosa). L'aver riconosciuto questa
autonomia ha comportato anche configurare un nuovo ruolo dei laici di fede nella società, perché si è
anche ammessa l'insufficienza della sola cultura teologica, quella che forma
gli esponenti della nostra gerarchia religiosa, per comprendere il mondo in cui
si vive e in cui e a cui la fede deve essere portata e, di conseguenza, la
necessità di una missione, e quindi
una vocazione, di illuminazione specificamente religiosa
che si deve attribuire a coloro che sono
maggiormente competenti nelle cose terrene, secondo le leggi e i valori ad
esse propri, quindi anche e anzi particolarmente ai laici:
"Per loro vocazione è proprio dei laici
cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio.
…
A loro quindi particolarmente spetta di illuminare
e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che
siano fatte secondo il Cristo e siano
di lode al Creatore e al Redentore".
(dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium [=luce per le genti] del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965, che è legge
fondamentale per la nostra confessione
religiosa].
A partire dalla fine
degli anni Sessanta l'Azione Cattolica, sotto la presidenza nazionale di
Vittorio Bachelet ha legato fortemente il proprio destino all'attuazione
pratica del nuovo modello laicale delineato nei documenti del Concilio Vaticano
2° che caratterizza fortemente anche un modello generale di collettività
religiosa di fede nuovo, non nel
senso che dipenda da nuove idealità
di fede, perché esse non sono mutate, ma nel senso di mai storicamente attuato
prima.
Come è chiaro da
quello che ho scritto, la missione dell'Azione Cattolica richiede un impegno per contribuire creativamente al lavoro comune. Ciò significa, appunto, che
in AC non si viene solo per ricevere
istruzione, direttive e solidarietà, ma per dare
nel modo del contribuire. Questa azione non è qualcosa di accessorio, che
si aggiunge come elemento per così dire accidentale,
che può esserci o non esserci, all'esperienza di fede, ma è diventata costituiva del modello di persona di
fede laica che si ritiene necessario per poter diffondere la fede nel mondo di oggi. Ora, constatare che
il nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica è ancora per così dire in uno
stato embrionale, di pura
sussistenza, può significare che nella
nostro quartiere le persone di fede non hanno preso coscienza di questa missione nuova del laico che è richiesta dalle esigenze
contemporanee di diffusione delle nostre idealità religiose, come riconosciuto
nelle leggi del Concilio Vaticano 2° che ho citato? Oppure, e questa è
un'ipotesi che occorre considerare, ad un certo punto si è, come dire, operata
una selezione, probabilmente non
intenzionale, prodottasi come effetto pratico dell'accentuazione data ad altri
tipi di spiritualità che sicuramente sono legittimi, utili e belli, tra le
persone di fede del nostro quartiere, per cui quelle che sarebbero state più
propense ad un lavoro del tipo di quello dell'AC sono state indotte a trovare
ambienti più accoglienti? In entrambi i casi viene in questione la responsabilità
di noi che costituiamo l'attuale gruppo parrocchiale di AC, per ciò che rientra
nelle nostre forze e nelle nostre capacità: dobbiamo in questo essere, secondo
la recente esortazione del nostro vescovo, Chiesa
in uscita, costruire un modo di rivolgerci a quelli tra cui viviamo che riesca
nuovamente a coinvolgerli in questo lavoro essenziale per la nostra
collettività religiosa del contribuire
creativamente da laici di fede alla nostra comune esperienza religiosa. Si
tratta di lanciare un appello, costruire un ambiente, disporsi ad accogliere.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli