Una nuova spiritualità
In genere tutto ciò che riguarda la
religione, quindi la pratica
collettiva della nostra fede, ha sapore di antico. Per alcuni è proprio questo
che attira: la religione degli avi.
In un mondo in cui tutto cambia molto velocemente, attenersi ad antiche
consuetudini consola. Sembra che vi sia effettivamente, fuori di noi, qualcosa
di stabile, piuttosto simile a ciò che si immagina come eterno, su cui fare
affidamento. Anche noi cambiamo con il mondo intorno a noi, il nostro aspetto
fisico e le nostre qualità psichiche subiscono continue metamorfosi, ma se pratichiamo le stesse liturgie di quando siamo stati
iniziati alla fede possiamo convincerci che vi sia in noi e attorno a noi un
nucleo centrale di caratteristiche e verità che permane, sottratto a questo
processo biologico al quale come esseri viventi siamo assoggettati. In effetti
questa convinzione è fondata anche sull'esperienza comune, per cui nelle cose
del passato riconosciamo tratti di somiglianza con il mondo nostro
contemporaneo, per cui il passato può ancora insegnarci qualcosa, non tanto in
materia di tecnologia, nella quale i progressi recenti e recentissimi sono
stati tanto grandi, ma in materia di filosofia di vita e di morale. In
religione questo ha la massima evidenza, perché fondiamo le nostre convinzioni
di fede su antichi testi che una
tradizione amorevole ha preservato, in gran parte, dalle temperie della storia.
Benché si sia così attaccati a cose del passato, la nostra collettività
religiosa non è stata storicamente sempre così passatista come appare ai tempi nostri. Essa ha subito ciclicamente
decisi processi di riforma in cui molte cose nuove sono state introdotte. Gran parte di ciò che oggi ha sapore di
antico è stato frutto di innovazioni introdotte nel corso della storia della
nostra collettività religiosa, ciò riguarda ad esempio la gran parte della
nostra teologia dei Sacramenti. Ciò che
ha costituito effettivamente una costante negli atteggiamenti della nostra
collettività religiosa, e ciò fin dalle origini, non è stato quindi
l'attaccamento al passato (la nostra confessione religiosa nasce, in fondo,
come distacco dalla fede degli avi),
ma l'atteggiamento verso le innovazioni. Sono state sempre infatti duramente
contrastate quelle che non provenivano o non venivano approvate dai nostri capi
religiosi, i quali, a partire dalla fine del primo millennio si costituirono in
una gerarchia sovranazionale piuttosto rigida organizzata come un impero religioso. La storia
contemporanea dell'Europa, la sede dove si è sviluppata quello che definiamo civiltà cristiana, intesa come complesso
di istituzioni civili e religiose animate intorno a una comune ideologia su
base teologica, diciamo dalla metà dell'Ottocento ad oggi, è stata fortemente
caratterizzata dall'emergere di movimenti su base teologica che, a differenza
di quanto avvenuto nei quasi due millenni precedenti della nostra fede
religiosa, sono riusciti a influire sull'ideologia dell'impero religioso a cui
i fedeli erano assoggettati, trasformandola profondamente e innescando una
metamorfosi della nostra organizzazione religiosa che è tuttora in corso. Il sentore di antico che si avverte accostandosi alle cose della
nostra religione deriva dal fatto che ancora questi cambiamenti non si sono
manifestati pienamente come spiritualità, per cui preghiamo ancora al modo antico. Non abbiamo ancora a disposizione
parole per dire i tempi nuovi della fede.
Ciò è derivato dal monopolio che l'organizzazione del clero vuole mantenere
sulla teologia, sulla liturgia e sulla spiritualità: si è stati meno pronti a
tradurre le novità che si venivano affermando in una nuova cultura religiosa e
questo fondamentalmente perché quelle novità, comportando una democratizzazione
della religione, venivano e vengono anche viste come sovversione, secondo la tradizione del passato. E non si tratta
solo di questo. Negli anni passati ha avuto piuttosto credito una sorta di teologia apocalittica che, cogliendo le suggestioni dell'eclettico
filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solovev (citato espressamente dai
vertici della nostra organizzazione religiosa, ad esempio nell'enciclica Fides et ratio [= la fede e la ragione],
del 1997, del papa Giovanni Paolo 2°, n.74), vede in quelle novità
l'affermazione dell'Anticristo, di
una potenza malvagia operante addirittura all'interno delle nostre collettività
religiose.
C'è un lavoro che
occorre fare e che riguarda la costruzione di una nuova cultura religiosa, che sorregga una nuova spiritualità, nella quale si trovino le parole con cui pregare secondo le conquiste che nella nostra
collettività religiose abbiamo conseguito nella travagliata storia
dall'Ottocento ad oggi e che ci hanno permesso di distaccarci dal tanto male che, su base religiosa, si è fatto nel
passato. Esso non può più coinvolgere solo il clero, perché il nuovo che
occorre assimilare culturalmente non deriva solo da esso, ma anche, e in gran
parte, dal mondo laicale, che già dispone delle parole giuste, quelle che
occorrono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli