mercoledì 8 gennaio 2014

Una nuova spiritualità


Una  nuova spiritualità

 
 In genere tutto ciò che riguarda la religione, quindi la pratica collettiva della nostra fede, ha sapore di antico. Per alcuni è proprio questo che attira: la religione degli avi. In un mondo in cui tutto cambia molto velocemente, attenersi ad antiche consuetudini consola. Sembra che vi sia effettivamente, fuori di noi, qualcosa di stabile, piuttosto simile a ciò che si immagina come eterno, su cui fare affidamento. Anche noi cambiamo con il mondo intorno a noi, il nostro aspetto fisico e le nostre qualità psichiche subiscono continue metamorfosi, ma se pratichiamo  le stesse liturgie di quando siamo stati iniziati alla fede possiamo convincerci che vi sia in noi e attorno a noi un nucleo centrale di caratteristiche e verità che permane, sottratto a questo processo biologico al quale come esseri viventi siamo assoggettati. In effetti questa convinzione è fondata anche sull'esperienza comune, per cui nelle cose del passato riconosciamo tratti di somiglianza con il mondo nostro contemporaneo, per cui il passato può ancora insegnarci qualcosa, non tanto in materia di tecnologia, nella quale i progressi recenti e recentissimi sono stati tanto grandi, ma in materia di filosofia di vita e di morale. In religione questo ha la massima evidenza, perché fondiamo le nostre convinzioni di fede  su antichi testi che una tradizione amorevole ha preservato, in gran parte, dalle temperie della storia. Benché si sia così attaccati a cose del passato, la nostra collettività religiosa non è stata storicamente sempre così passatista come appare ai tempi nostri. Essa ha subito ciclicamente decisi processi di riforma in cui molte cose nuove sono state introdotte.  Gran parte di ciò che oggi ha sapore di antico è stato frutto di innovazioni introdotte nel corso della storia della nostra collettività religiosa, ciò riguarda ad esempio la gran parte della nostra teologia dei Sacramenti.  Ciò che ha costituito effettivamente una costante negli atteggiamenti della nostra collettività religiosa, e ciò fin dalle origini, non è stato quindi l'attaccamento al passato (la nostra confessione religiosa nasce, in fondo, come distacco dalla fede degli avi), ma l'atteggiamento verso le innovazioni. Sono state sempre infatti duramente contrastate quelle che non provenivano o non venivano approvate dai nostri capi religiosi, i quali, a partire dalla fine del primo millennio si costituirono in una gerarchia sovranazionale piuttosto rigida organizzata come un impero religioso. La storia contemporanea dell'Europa, la sede dove si è sviluppata quello che definiamo civiltà cristiana, intesa come complesso di istituzioni civili e religiose animate intorno a una comune ideologia su base teologica, diciamo dalla metà dell'Ottocento ad oggi, è stata fortemente caratterizzata dall'emergere di movimenti su base teologica che, a differenza di quanto avvenuto nei quasi due millenni precedenti della nostra fede religiosa, sono riusciti a influire sull'ideologia dell'impero religioso a cui i fedeli erano assoggettati, trasformandola profondamente e innescando una metamorfosi della nostra organizzazione religiosa che è tuttora in corso. Il sentore di antico   che si avverte accostandosi alle cose della nostra religione deriva dal fatto che ancora questi cambiamenti non si sono manifestati pienamente come spiritualità, per cui preghiamo ancora al modo antico. Non abbiamo ancora a disposizione parole per dire i tempi nuovi della fede. Ciò è derivato dal monopolio che l'organizzazione del clero vuole mantenere sulla teologia, sulla liturgia e sulla spiritualità: si è stati meno pronti a tradurre le novità che si venivano affermando in una nuova cultura religiosa e questo fondamentalmente perché quelle novità, comportando una democratizzazione della religione, venivano e vengono anche viste come sovversione, secondo la tradizione del passato. E non si tratta solo di questo. Negli anni passati ha avuto piuttosto credito una sorta di teologia apocalittica  che, cogliendo le suggestioni dell'eclettico filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solovev (citato espressamente dai vertici della nostra organizzazione religiosa, ad esempio nell'enciclica Fides et ratio [= la fede e la ragione], del 1997, del papa Giovanni Paolo 2°, n.74), vede in quelle novità l'affermazione dell'Anticristo, di una potenza malvagia operante addirittura all'interno delle nostre collettività religiose.
 C'è un lavoro che occorre fare e che riguarda la costruzione di una nuova cultura religiosa, che sorregga una nuova spiritualità, nella quale si trovino le parole con cui pregare  secondo le conquiste che nella nostra collettività religiose abbiamo conseguito nella travagliata storia dall'Ottocento ad oggi e che ci hanno permesso di distaccarci dal tanto male che, su base religiosa, si è fatto nel passato. Esso non può più coinvolgere solo il clero, perché il nuovo che occorre assimilare culturalmente non deriva solo da esso, ma anche, e in gran parte, dal mondo laicale, che già dispone delle parole giuste, quelle che occorrono.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli