Crisi di civiltà
Il pensiero di Zygmunt Baumann che ho
sintetizzato nell'intervento di ieri descrive bene le caratteristiche del
problema con cui gli europei contemporanei devono confrontarsi, che consiste in
un'ennesima crisi di civiltà, dopo quelle determinate dall'ascesa e dalla
caduta dell'impero sovietico e dei regimi nazifascisti e dalla crisi della
democrazia liberale di stampo ottocentesco, a sua volta preceduta da quella
delle dinastie sovrane assolutistiche, gli Antichi Regimi. Questa volta ad essere minacciato è il potere
delle democrazie popolari europee, nella cui ideazione e costruzione tanta
parte ha avuto l'azione del cristianesimo democratico politico. Esse hanno
difficoltà ad esprimere istituzioni in grado di proteggere i loro cittadini
dall'insicurezza/incertezza di vita determinato dall'evolvere di un nuovo
sistema economico e finanziario su scale mondiale che si presenta, secondo un'ideologia
politica ed economica che ad esso è strettamente connessa e che da essa stessa
è veicolata, come una forza della natura e, al pari di altre forze della
natura, poco controllabile. Si è persa coscienza che essa è, in realtà, un
complesso di istituzioni derivato da culture umane e, come tale, modificabile
senza limiti, purché si trovi la forza sufficiente per farlo e si scopra come
farlo senza danneggiare i sofisticati congegni sociali che consentono la
sopravvivenza di un'umanità enormemente aumentata di numero, anche solo
prendendo come riferimento la situazione di due secoli addietro. Perché non
bisogna sottovalutare questa caratteristica del nuovo ordine: esso è in grado
di produrre e distribuire una quantità di risorse senza precedenti nella storia
dell'umanità collegandone su scala mondiale le economie e adattandole,
rendendole compatibili, con continue serie di adattamenti non programmati e non
programmabili da autorità pubbliche nazionali o sovranazionali. E tuttavia
bisogna prendere anche consapevolezza che esso sta peggiorando sensibilmente le
condizioni di vita dei popoli europei e mette in questione la conquista più
importante degli ultimi settant'anni: la
cultura dei diritti fondamentali (vale a dire incomprimibili e
irrinunciabili) e universali (vale a
dire riconosciuti sulla base della sola comune umanità) degli esseri umani. Quest'ultima, anche se in genere se ne è
smarrita la memoria, ha fondamento religioso nelle idealità della nostra
confessione di fede.
Di fronte alla crisi
di civiltà che incombe sugli europei contemporanei, il mondo cattolico
italiano, che è caratterizzato dalla più potente rete di solidarietà sociale
che c'è dopo quelle costituite dal
sistema previdenziale pubblico e dal Sistema sanitario nazionale
(organizzazioni minacciate da crisi indotte dalla nuova ideologia economica
prevalente), non ha organizzato una sufficiente forza di resistenza. E' un
compito che spetta essenzialmente ai laici, ai quali è assegnato il lavoro di ordinare il mondo secondo gli ideali di
fede. Fondamentalmente essi hanno perso il senso religioso del lavoro che a
loro compete in questo campo. Inoltre
essi sono stati da lungo tempo abituati a dipendere dall'iniziativa dei loro
vertici religiosi e, tutto sommato, si sono adattati bene a questa condizione.
Data l'abbondanza di interventi delle loro autorità religiose, in particolare
del vertice romano della nostra confessione, gran parte delle loro forze sono
impiegate nel cercare di prenderne conoscenza. Non sembra pertanto strano che
gran parte dei contributi culturali provenienti dai laici (anche i miei) siano
pieni di citazioni di documenti delle autorità religiose e, anzi, siano
costruiti intorno ad essi. In particolare, nell'epoca di una delle crisi più
serie della nostra organizzazione gerarchica di vertice mai prodottasi nella
storia, noi laici ne siamo ancora
piuttosto dipendenti in tutto, anche dove ci si aspetta da noi capacità di
iniziativa autonoma. Pur mantenendo il costante riferimento all'insegnamento
del magistero nelle cose di fede, dovremmo crescere molto nel lavoro che
principalmente compete a noi e che deve essere svolto nella società intorno a
noi, nello spazio profano, mettendo a frutto e integrando in un'opera
collettiva le specifiche competenze di cui siamo portatori.
La sfida dell'attuale
crisi di civiltà è anche crisi della nostra fede religiosa, perché mette in questione
idealità che hanno specifico fondamento religioso. Ciò che si fa per
contrastarla ha quindi anche valore religioso e non riguarda solo la politica o
l'economia, ma anche la nostra collettività di fede, che deve essere coinvolta
nella ricerca di soluzioni. E' un lavoro che in Azione Cattolica si è sempre
fatto, ma che non è comune al di fuori della nostra associazione, dove in
genere ci si limita ad osservazioni e proposte in termini di morale personale,
individuale. La crisi di civiltà, che è anche crisi di fede religiosa, richiede
una liturgia laicale, vale a dire un'azione corale del
popolo di fede, per cercare di mantenere certi principi alla base
dell'organizzazione sociale. E, come inizio di questo lavoro collettivo, deve
esserci lo sforzo, in una società in cui ogni legame di solidarietà e di
amicizia è minacciato, di mantenere e ristabilire, nonostante le diverse idee
che si hanno sul mondo in cui si vive e su come si potrebbe tentare di
modificarlo, relazioni benevole e solidali con tutti coloro che, pur in un
legittimo pluralismo, condividono le medesime idealità della fede comune e si
trovano ad affrontare, con la stessa sofferenza, gli stessi problemi sociali.
Esso può cominciare proprio dalla parrocchia, dove spesso l'unico elemento di raccordo
tra i fedeli è costituito dal clero, mentre per il resto ciascuno rimane
confinato all'interno dei gruppi di riferimento, tra i quali non di rado c'è
qualche attrito a causa delle diverse ideologie a base teologica seguite o di
diverse tradizioni di spiritualità. Non siamo di solito ancora pronti a
convivere con il pluralismo che è tipico delle nostre democrazie contemporanee,
anche perché siamo stati cresciuti inculcandoci l'idea che unità significhi
uniformità e che ogni differenza significhi lacerazione del corpo spirituale
della nostra collettività religiosa. La metafora organicistica, secondo la
quale come collettività ci pensiamo come un unico corpo biologico, ha fatto
storicamente molti danni, assimilando le divergenze di opinioni e di tradizione
culturali a malattia che deve essere sanata, se del caso rimuovendo
chirurgicamente le parti divergenti. Dovremmo forse, in questo, prendere
esempio dalla biologia delle specie viventi, in cui le diversità individuali,
lo stupefacente pluralismo degli organismi, ha costituito il fattore che ha
assicurato la sopravvivenza in condizioni critiche e addirittura estreme. Senza
tuttavia imitare la crudele dinamica naturale, in cui, al contrario di quanto
narrato idealisticamente in alcune nostre spiritualità, vige la dura e crudele
legge della forza, per cui il pesce grande mangia il pesce piccolo. La
convivenza pacifica e pacificata (dal punto di vista ideologico) delle
differenze è la grande opportunità che le democrazie popolari contemporanee
possono offrire anche come terreno fertile di diffusione della nostra fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli