martedì 7 gennaio 2014

Crisi di civiltà


Crisi di civiltà

 
 Il pensiero di Zygmunt Baumann che ho sintetizzato nell'intervento di ieri descrive bene le caratteristiche del problema con cui gli europei contemporanei devono confrontarsi, che consiste in un'ennesima crisi di civiltà, dopo quelle determinate dall'ascesa e dalla caduta dell'impero sovietico e dei regimi nazifascisti e dalla crisi della democrazia liberale di stampo ottocentesco, a sua volta preceduta da quella delle dinastie sovrane assolutistiche, gli Antichi Regimi.  Questa volta ad essere minacciato è il potere delle democrazie popolari europee, nella cui ideazione e costruzione tanta parte ha avuto l'azione del cristianesimo democratico politico. Esse hanno difficoltà ad esprimere istituzioni in grado di proteggere i loro cittadini dall'insicurezza/incertezza di vita determinato dall'evolvere di un nuovo sistema economico e finanziario su scale mondiale che si presenta, secondo un'ideologia politica ed economica che ad esso è strettamente connessa e che da essa stessa è veicolata, come una forza della natura e, al pari di altre forze della natura, poco controllabile. Si è persa coscienza che essa è, in realtà, un complesso di istituzioni derivato da culture umane e, come tale, modificabile senza limiti, purché si trovi la forza sufficiente per farlo e si scopra come farlo senza danneggiare i sofisticati congegni sociali che consentono la sopravvivenza di un'umanità enormemente aumentata di numero, anche solo prendendo come riferimento la situazione di due secoli addietro. Perché non bisogna sottovalutare questa caratteristica del nuovo ordine: esso è in grado di produrre e distribuire una quantità di risorse senza precedenti nella storia dell'umanità collegandone su scala mondiale le economie e adattandole, rendendole compatibili, con continue serie di adattamenti non programmati e non programmabili da autorità pubbliche nazionali o sovranazionali. E tuttavia bisogna prendere anche consapevolezza che esso sta peggiorando sensibilmente le condizioni di vita dei popoli europei e mette in questione la conquista più importante degli ultimi settant'anni: la cultura dei diritti fondamentali (vale a dire incomprimibili e irrinunciabili) e universali (vale a dire riconosciuti sulla base della sola comune umanità) degli esseri umani. Quest'ultima, anche se in genere se ne è smarrita la memoria, ha fondamento religioso nelle idealità della nostra confessione di fede.
  Di fronte alla crisi di civiltà che incombe sugli europei contemporanei, il mondo cattolico italiano, che è caratterizzato dalla più potente rete di solidarietà sociale che c'è  dopo quelle costituite dal sistema previdenziale pubblico e dal Sistema sanitario nazionale (organizzazioni minacciate da crisi indotte dalla nuova ideologia economica prevalente), non ha organizzato una sufficiente forza di resistenza. E' un compito che spetta essenzialmente ai laici, ai quali è assegnato il lavoro di ordinare il mondo secondo gli ideali di fede. Fondamentalmente essi hanno perso il senso religioso del lavoro che a loro compete in questo campo.  Inoltre essi sono stati da lungo tempo abituati a dipendere dall'iniziativa dei loro vertici religiosi e, tutto sommato, si sono adattati bene a questa condizione. Data l'abbondanza di interventi delle loro autorità religiose, in particolare del vertice romano della nostra confessione, gran parte delle loro forze sono impiegate nel cercare di prenderne conoscenza. Non sembra pertanto strano che gran parte dei contributi culturali provenienti dai laici (anche i miei) siano pieni di citazioni di documenti delle autorità religiose e, anzi, siano costruiti intorno ad essi. In particolare, nell'epoca di una delle crisi più serie della nostra organizzazione gerarchica di vertice mai prodottasi nella storia,  noi laici ne siamo ancora piuttosto dipendenti in tutto, anche dove ci si aspetta da noi capacità di iniziativa autonoma. Pur mantenendo il costante riferimento all'insegnamento del magistero nelle cose di fede, dovremmo crescere molto nel lavoro che principalmente compete a noi e che deve essere svolto nella società intorno a noi, nello spazio profano, mettendo a frutto e integrando in un'opera collettiva le specifiche competenze di cui siamo portatori.
 La sfida dell'attuale crisi di civiltà è anche crisi della nostra fede religiosa, perché mette in questione idealità che hanno specifico fondamento religioso. Ciò che si fa per contrastarla ha quindi anche valore religioso e non riguarda solo la politica o l'economia, ma anche la nostra collettività di fede, che deve essere coinvolta nella ricerca di soluzioni. E' un lavoro che in Azione Cattolica si è sempre fatto, ma che non è comune al di fuori della nostra associazione, dove in genere ci si limita ad osservazioni e proposte in termini di morale personale, individuale. La crisi di civiltà, che è anche crisi di fede religiosa, richiede una liturgia  laicale, vale a dire un'azione corale del popolo di fede, per cercare di mantenere certi principi alla base dell'organizzazione sociale. E, come inizio di questo lavoro collettivo, deve esserci lo sforzo, in una società in cui ogni legame di solidarietà e di amicizia è minacciato, di mantenere e ristabilire, nonostante le diverse idee che si hanno sul mondo in cui si vive e su come si potrebbe tentare di modificarlo, relazioni benevole e solidali con tutti coloro che, pur in un legittimo pluralismo, condividono le medesime idealità della fede comune e si trovano ad affrontare, con la stessa sofferenza, gli stessi problemi sociali. Esso può cominciare proprio dalla parrocchia, dove spesso l'unico elemento di raccordo tra i fedeli è costituito dal clero, mentre per il resto ciascuno rimane confinato all'interno dei gruppi di riferimento, tra i quali non di rado c'è qualche attrito a causa delle diverse ideologie a base teologica seguite o di diverse tradizioni di spiritualità. Non siamo di solito ancora pronti a convivere con il pluralismo che è tipico delle nostre democrazie contemporanee, anche perché siamo stati cresciuti inculcandoci l'idea che unità significhi uniformità e che ogni differenza significhi lacerazione del corpo spirituale della nostra collettività religiosa. La metafora organicistica, secondo la quale come collettività ci pensiamo come un unico corpo biologico, ha fatto storicamente molti danni, assimilando le divergenze di opinioni e di tradizione culturali a malattia che deve essere sanata, se del caso rimuovendo chirurgicamente le parti divergenti. Dovremmo forse, in questo, prendere esempio dalla biologia delle specie viventi, in cui le diversità individuali, lo stupefacente pluralismo degli organismi, ha costituito il fattore che ha assicurato la sopravvivenza in condizioni critiche e addirittura estreme. Senza tuttavia imitare la crudele dinamica naturale, in cui, al contrario di quanto narrato idealisticamente in alcune nostre spiritualità, vige la dura e crudele legge della forza, per cui il pesce grande mangia il pesce piccolo. La convivenza pacifica e pacificata (dal punto di vista ideologico) delle differenze è la grande opportunità che le democrazie popolari contemporanee possono offrire anche come terreno fertile di diffusione della nostra fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli