martedì 14 gennaio 2014

Un nuovo modello già c'è


Un nuovo modello già c'è

 
 Quando cerchiamo di pensare a un nuovo modello secondo cui ordinare le relazioni tra fede e società nel mondo contemporaneo in realtà non dobbiamo immaginare di doverlo rifondare e costruire dal nulla. Questo supererebbe le nostre capacità nell'era contemporanea, sia quelle del singolo individuo sia quelle collettive dei costruttori, e inoltre sarebbe inutile. Infatti, muovendosi in questa prospettiva, forse si troverebbe un qualche migliore aggancio con il presente, ma si finirebbe con il perdere quello con il passato e inoltre, in tal modo, con il privare il presente del  principio di unità che è dato dalla spiritualità biblica e dal pensiero che su di essa, nei due millenni della storia della nostra fede, si è sviluppato. Nella nostra religione fede e spiritualità sono molto legate e la spiritualità ha fondamento biblico, vale a dire che deriva dalle liturgie praticate e dal pensiero sviluppato intorno alle nostre Scritture sacre dalle origini fino ad oggi: è in virtù di questo che oggi riusciamo a concepire la nostra fede come un fenomeno unitario, dal primo al ventunesimo secolo, e, riconducendo ad unità la nostra storia di fede unifichiamo anche quella nostra personale, dell'umanità in cui viviamo e di quella che ci ha preceduti. Insomma, una visione veramente universale della storia, concepita come storia della salvezza, ci è possibile solo su fondamento biblico, che non significa solo che si debba preservare la Bibbia, come testo pervenutoci dall'antichità e formatosi secondo la nostra concezione fino ai primi decenni del primo secolo, ma che si debba tener conto di tutta l'esperienza liturgica e di riflessione sviluppatasi nei secoli successivi nell'interpretare storicamente gli ideali di fede. Non è quindi solo un testo che occorre preservare, ma un metodo, quello biblico, che ci porta a ragionare sulla storia alla ricerca di un suo significato, nel postulato che essa lo debba avere e, anzi, lo manifesti, se solo la si interroga come si deve, con animo puro, orecchio devoto, deponendo ogni superbia, con cuore amorevole, trattenendo ed esaminando con questo spirito l'intera esperienza umana. Questo metodo implica anche la rinuncia a dare coerenza artificiosa ai fatti e al pensiero umani (le nostre Scritture non appaiono come un insieme coerente: la loro coerenza è sempre stato un risultato in fondo contingente, nel senso che nella storia della fede su di esse si sono affiancate e susseguite numerosi concezioni dirette a cercare in esse una coerenza), quindi la rinuncia ad atteggiamenti pratici e di pensiero totalitari. L'unità della nostra esperienza di fede, pur nella diversità delle diverse mediazioni che storicamente ne sono state espressione, si fonda proprio su questo atteggiamento che rende la nostra fede perennemente attuale, per cui anche nella mia vita di ultracinquantenne posso pensare una unità della mia personale esperienza di fede e dire che la mia fede di oggi è ancora quella che mi fu insegnata da bambino, in questa stessa parrocchia di San Clemente papa, e quella che ho conservato attraverso tutte le stagioni della mia vita personale, pur con diverse metamorfosi e qualche crisi.
 In realtà il compito, sotto questo aspetto, ci è più facilitato perché, come in genere accade nelle esperienze della nostra fede, il nuovo che cerchiamo già c'è, già lo stiamo vivendo collettivamente e si tratta solo di prenderne coscienza e di discernere in esso, come singoli e come collettività, ciò che merita di essere mantenuto e ciò che non lo merita. Intendo dire che in questo lavoro il pensiero non precede l'azione, ma ne deriva. Non si tratta di costruire un nuovo mondo a cominciare dalle parole, ma di trovare parole nuove da dare a un nuovo mondo che già c'è. E quando scrivo di nuovo mondo intendo riferirmi a un certo modo di vivere la nostra fede oggi, per il quale ai tempi nostri, pur pensando la nostra fede in continuità con quella storica ricevuta dal passato, la viviamo in modi nuovi e, ad esempio, non accetteremmo più di farla finita con un dissenziente facendo seguire la condanna al rogo, ad essere bruciato vivo, a quella teologica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli