mercoledì 15 gennaio 2014

La camera a gas, la luce, la gioia


La camera a gas, la luce, la gioia

 Nella riunione di ieri, meditando sul brano del libro di Isaia che sarà letto durante la Messa di domenica prossima (Is. 49,3.5-6):
         "Il Signore mi ha detto «Mio servo tu sei, Israele, su quale manifesterò la        mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal       seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele -poiché ero       stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza- e ha detto «E' troppo     poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i   superstiti d'Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia       salvezza fino all'estremità della terra".
e, in particolare, cercando di capire il senso della missione di illuminazione di cui si tratta nella lettura biblica, ci è stata  spiegata la spiritualità seguita da un'altra esperienza di gruppo presente nella nostra parrocchia. E' stata una cosa molto positiva, perché in genere si ha la sensazione che tra gruppi ci si conosca poco e, anzi, ci si guardi con un po' di diffidenza reciproca. La differenza, a volte abbastanza sensibile, tra le diverse tradizioni di spiritualità seguite viene vista talvolta come una minaccia; non si ha insomma una concezione positiva del pluralismo che c'è tra noi e si preferirebbe forse un orientamento più uniforme.
 Dunque, ci è stato detto che in quell'altra esperienza collettiva si concepisce l'illuminazione come via di salvezza in questo modo:  è come se si fosse in una stanza completamente buia, con un'unica porta, e, ad un certo punto, cominciasse a filtrare nella stanza un gas letale. Come fuggire e sottrarsi alla morte se non si riesce a vedere la porta? Ognuno di noi cambiando vita e, in particolare, seguendo gli stili di vita proposti nella nostra collettività religiosa, viene a comporre una nuova entità sociale che fa luce e indica agli altri  la via di fuga e di salvezza. Questo richiede però di sottomettersi alla visione collettiva rinunciando alle idee religiose che uno si è costruito da sé: in un certo senso bisogna distruggere completamente per ricostruire da capo. In questo modo la nostra collettività diventa luce e attira gli altri verso la salvezza. La nostra missione nel mondo non è di portare la luce, ma di essere luce e di esserlo collettivamente, non secondo le idee personali di ciascuno. Non dobbiamo essere noi a ritenerci luce per il mondo, ma devono essere gli altri a deciderlo, giudicandoci in base alla nostra vita e vedendo la nostra luce. La nostra missione non è di cercare di interpretare  il mondo in cui viviamo secondo le idealità di fede, ma di difenderci dalle idee malvagie che in esso circolano, al modo di gas letali.  
 Indubbiamente il tipo di spiritualità che ho sintetizzato è piuttosto diversa da quella seguita in Azione Cattolica, anche se, ovviamente, la comune ispirazione religiosa genera importanti punti di contatto. Essa ricalca, e in un certo senso estremizza alquanto, l'esperienza della prime nostre  collettività di fede, dal primo al quarto secolo della nostra era, quando ancora, nell'impero mediterraneo in cui si era diffusa, la nostra religione non aveva soppiantato l'antica fede politeistica come ideologia dello stato. Viene ad esprimere una sorta di nazionalismo religioso che trova un forte aggancio biblico veterotestamentario nel modello della ricostituzione di una nazione santa dal popolo che è disperso, esiliato, in mezzo a nazioni infedeli, da attuare mediante la conversione dai costumi dissoluti assimilati durante l'esilio.
  Nel libro di Isaia è presente però anche un'altra idea religiosa che connota molto la spiritualità dell'Azione Cattolica, tutta tesa, in questo senso, su quello che Giorgio La Pira (1904-1977 - intellettuale e politico cattolico) definiva il sentiero di Isaia:
         "Noi crediamo nella «visione biblica  profetica» della storia del mondo.   Crediamo, cioè, che la storia ha - come un fiume - un senso, una direzione;   che in essa perciò si svolge un «disegno» … Crediamo che la storia del       mondo è irresistibilmente avviata verso l'epoca di pace, di unità, di civiltà, di         grazia intravista dai Profeti dell'Antico e del Nuovo Testamento (da Isaia a     San Giovanni, a San Paolo, sino - ci si permetta l'estensione - a Giovanni   23°: quest'epoca costituisce come il "porto" verso il quale è irresistibilmente   orientata la navigazione storica dei popoli imbarcati nel nostro piccolo       pianeta"
(estratto da uno scritto di Giorgio La Pira citato in Giorgio La Pira, Il sentiero di Isaia. Scritti e discorsi: 1965-1977, Edizioni Paoline, €16,58].
 Questa spiritualità si basa su un'intuizione profetica, vale a dire, appunto, nell'interpretare alla luce della fede il senso della storia del mondo non come quello di un essere rinchiusi in una camera a gas dalla quale occorra fuggire per salvarsi, ma come un navigare verso un'epoca di pace, unità, civiltà e di grazia. Naturalmente gli stili di vita sono importanti nell'esperienza religiosa, ma in quest'ottica si è luce se si mantiene la capacità profetica di scoprire nel corso della storia quel senso, quella direzione, di cui scriveva La Pira.
 E' chiaro che sono evidenti i motivi di contrasto tra molte delle idee che sono diffuse nella nostra società e quelle nostre religiose, per cui effettivamente una parte del nostro impegno di fede è costituita dal resistervi, ma, mi chiedo, centrare tutto su questo aspetto non ci fa perdere quella fiducia nel futuro che in fondo costituisce il fondamento della gioia della fede?
 Gli anni '70 furono tempi bui, un'epoca di fatti molto dolorosi per la nostra nazione, tanto che La Pira, pur animato sempre dalla tensione profetica di quella visione del corso della storia espressa nel brano che ho riportato, nel 1976, di fronte a certi rivolgimenti politici e sociali di quell'epoca, disse: "Vedo buio, vedo tutto buio". E tuttavia, pur ammettendo realisticamente ciò che nel mondo non va, non riuscirei personalmente a seguire la spiritualità della camera a gas, essendomi formato fin da ragazzo in quella dei tempi di Isaia e avendo assaporato la gioia che essa può dare. E tuttavia vedo che nella società  intorno a me non c'è, come ci fu in quei tremendi anni '70, un movimento di idee e di persone che condivida quell'anelito profetico, tanto che il nostro gruppo parrocchiale di AC rimane ancora, in fondo,  presidiato dalle persone che, come me, si sono formate in tempi passati, in cui le aspre difficoltà del presente non avevano ancora fatto perdere la speranza collettiva. Forse gli altri ci hanno giudicati e pensano che la fede religiosa non sia più utile nel mondo di oggi, né come via di fuga né come metodo di interpretazione del corso della storia e orientamento di civiltà. Probabilmente ci sono anche quelli che temono, accostandosi a un'esperienza religiosa, di dover pagare  un prezzo troppo alto in termini di libertà personale, di pensiero e di azione, rispetto ai benefici che si prospettano loro.  Non sono molti, in fondo, ad accettare che tutto  nella loro vita deve essere distrutto e ricostruito da capo in base a criteri altrui, tenendo conto che in quel tutto c'è anche molto di quello che consente l'integrazione nella società in cui si vive. Ma siamo sicuri che la fede esiga proprio questo? Che non si sia spazio, nella fede, per la creatività e il discernimento personali? E come faremo a collaborare, in democrazia, con tutte le genti del mondo ad ordinare il mondo secondo i principi di fede, come ci è stato richiesto a partire dagli scorsi anni Sessanta nel Concilio Vaticano 2° (1962/1965),  se concepiamo  il mondo  al di fuori della nostra collettività religiosa solo come una camera a gas, un'esperienza mortifera?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli