La camera a gas, la luce, la gioia
Nella riunione di ieri, meditando sul
brano del libro di Isaia che sarà letto durante la Messa di domenica prossima
(Is. 49,3.5-6):
"Il Signore mi ha detto «Mio
servo tu sei, Israele, su quale manifesterò la mia
gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele -poiché ero stato
onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza- e ha detto «E'
troppo poco che tu sia mio servo per
restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti
d'Israele. Io ti renderò luce delle
nazioni, perché porti la mia salvezza
fino all'estremità della terra".
e, in particolare, cercando di capire il senso della
missione di illuminazione di cui si
tratta nella lettura biblica, ci è
stata spiegata la spiritualità seguita
da un'altra esperienza di gruppo presente nella nostra parrocchia. E' stata una
cosa molto positiva, perché in genere si ha la sensazione che tra gruppi ci si
conosca poco e, anzi, ci si guardi con un po' di diffidenza reciproca. La
differenza, a volte abbastanza sensibile, tra le diverse tradizioni di
spiritualità seguite viene vista talvolta come una minaccia; non si ha insomma
una concezione positiva del pluralismo che c'è tra noi e si preferirebbe forse
un orientamento più uniforme.
Dunque, ci è stato
detto che in quell'altra esperienza collettiva si concepisce l'illuminazione
come via di salvezza in questo modo: è
come se si fosse in una stanza completamente buia, con un'unica porta, e, ad un
certo punto, cominciasse a filtrare nella stanza un gas letale. Come fuggire e
sottrarsi alla morte se non si riesce a vedere la porta? Ognuno di noi
cambiando vita e, in particolare, seguendo gli stili di vita proposti nella
nostra collettività religiosa, viene a comporre una nuova entità sociale che fa
luce e indica agli altri la via di fuga e di salvezza. Questo
richiede però di sottomettersi alla visione collettiva rinunciando alle idee
religiose che uno si è costruito da sé: in un certo senso bisogna distruggere completamente per ricostruire da
capo. In questo modo la nostra collettività diventa luce e attira gli altri verso la salvezza. La nostra
missione nel mondo non è di portare la
luce, ma di essere luce e di
esserlo collettivamente, non secondo
le idee personali di ciascuno. Non dobbiamo essere noi a ritenerci luce per il mondo, ma devono essere gli
altri a deciderlo, giudicandoci in base alla nostra vita e vedendo la nostra
luce. La nostra missione non è di cercare di interpretare il mondo in cui
viviamo secondo le idealità di fede, ma di difenderci
dalle idee malvagie che in esso circolano, al modo di gas letali.
Indubbiamente il tipo
di spiritualità che ho sintetizzato è piuttosto diversa da quella seguita in
Azione Cattolica, anche se, ovviamente, la comune ispirazione religiosa genera
importanti punti di contatto. Essa ricalca, e in un certo senso estremizza
alquanto, l'esperienza della prime nostre
collettività di fede, dal primo al quarto secolo della nostra era,
quando ancora, nell'impero mediterraneo in cui si era diffusa, la nostra
religione non aveva soppiantato l'antica fede politeistica come ideologia dello
stato. Viene ad esprimere una sorta di nazionalismo
religioso che trova un forte aggancio biblico veterotestamentario nel
modello della ricostituzione di una nazione
santa dal popolo che è disperso, esiliato, in mezzo a nazioni infedeli, da
attuare mediante la conversione dai costumi dissoluti assimilati durante
l'esilio.
Nel libro di Isaia è
presente però anche un'altra idea religiosa che connota molto la spiritualità
dell'Azione Cattolica, tutta tesa, in questo senso, su quello che Giorgio La
Pira (1904-1977 - intellettuale e politico cattolico) definiva il sentiero di Isaia:
"Noi
crediamo nella «visione biblica profetica» della storia del
mondo. Crediamo, cioè, che la storia ha
- come un fiume - un senso, una direzione; che
in essa perciò si svolge un «disegno» … Crediamo che la
storia del mondo è irresistibilmente
avviata verso l'epoca di pace, di unità, di civiltà, di grazia intravista dai Profeti dell'Antico e del Nuovo
Testamento (da Isaia a San Giovanni, a
San Paolo, sino - ci si permetta l'estensione - a Giovanni 23°: quest'epoca costituisce come il "porto"
verso il quale è irresistibilmente orientata
la navigazione storica dei popoli imbarcati nel nostro piccolo pianeta"
(estratto da uno scritto di Giorgio La Pira citato in
Giorgio La Pira, Il sentiero di Isaia.
Scritti e discorsi: 1965-1977, Edizioni Paoline, €16,58].
Questa spiritualità
si basa su un'intuizione profetica, vale a dire, appunto, nell'interpretare
alla luce della fede il senso della storia del mondo non come quello di un essere
rinchiusi in una camera a gas dalla
quale occorra fuggire per salvarsi,
ma come un navigare verso un'epoca di
pace, unità, civiltà e di grazia. Naturalmente gli stili di vita sono
importanti nell'esperienza religiosa, ma in quest'ottica si è luce se si mantiene la capacità profetica di scoprire nel corso della
storia quel senso, quella direzione, di cui scriveva La Pira.
E' chiaro che sono
evidenti i motivi di contrasto tra molte delle idee che sono diffuse nella
nostra società e quelle nostre religiose, per cui effettivamente una parte del
nostro impegno di fede è costituita dal resistervi, ma, mi chiedo, centrare tutto su questo aspetto non ci fa
perdere quella fiducia nel futuro che in fondo costituisce il fondamento della gioia della fede?
Gli anni '70 furono
tempi bui, un'epoca di fatti molto
dolorosi per la nostra nazione, tanto che La Pira, pur animato sempre dalla
tensione profetica di quella visione del corso della storia espressa nel brano
che ho riportato, nel 1976, di fronte a certi rivolgimenti politici e sociali
di quell'epoca, disse: "Vedo buio,
vedo tutto buio". E tuttavia, pur ammettendo realisticamente ciò che
nel mondo non va, non riuscirei personalmente a seguire la spiritualità della camera a gas, essendomi formato fin da ragazzo
in quella dei tempi di Isaia e avendo
assaporato la gioia che essa può
dare. E tuttavia vedo che nella società intorno a me non c'è, come ci fu in quei
tremendi anni '70, un movimento di idee e di persone che condivida
quell'anelito profetico, tanto che il nostro gruppo parrocchiale di AC rimane
ancora, in fondo, presidiato dalle
persone che, come me, si sono formate in tempi passati, in cui le aspre
difficoltà del presente non avevano ancora fatto perdere la speranza collettiva.
Forse gli altri ci hanno giudicati e pensano che la fede religiosa non sia più
utile nel mondo di oggi, né come via di fuga né come metodo di interpretazione del
corso della storia e orientamento di civiltà. Probabilmente ci sono anche
quelli che temono, accostandosi a un'esperienza religiosa, di dover pagare un prezzo troppo alto in termini di libertà
personale, di pensiero e di azione, rispetto ai benefici che si prospettano
loro. Non sono molti, in fondo, ad
accettare che tutto nella loro vita deve essere distrutto e ricostruito da capo in base a criteri altrui,
tenendo conto che in quel tutto c'è
anche molto di quello che consente l'integrazione nella società in cui si vive.
Ma siamo sicuri che la fede esiga proprio questo? Che non si sia spazio, nella
fede, per la creatività e il
discernimento personali? E come faremo a collaborare, in democrazia, con
tutte le genti del mondo ad ordinare il
mondo secondo i principi di fede, come ci è stato richiesto a partire dagli
scorsi anni Sessanta nel Concilio Vaticano 2° (1962/1965), se concepiamo il
mondo al di fuori della nostra
collettività religiosa solo come una camera a gas, un'esperienza mortifera?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli