Ricomposizione o democratizzazione
Nell'attuale situazione storica della
nostra collettività religiosa, risalta l'importanza della presenza di
un'esperienza associativa come quella dell'Azione Cattolica, che fornisce un
modello vivo di ideazione e sperimentazione di uno stile laicale abbastanza
diverso da quello prevalente in Italia fino alla metà degli anni Sessanta del
secolo scorso, rivelatosi insufficiente sotto vari aspetti. La nostra attuale
ideologia associativa riflette l'esigenza di una maggiore partecipazione e di
una maggiore competenza dei laici nell'interpretazione e attuazione degli
ideali di fede nel mondo in cui essi vivono. In essa sono vitalmente
rappresentati i moventi del cattolicesimo democratico, sviluppatosi a partire
dall'ultimo decennio dell'Ottocento in base all'appello della nostra gerarchia
religiosa dell'epoca a un attivismo sociale che a quei tempi era inteso come
sostegno delle rivendicazioni di potere e delle pretese territoriali del
vertice romano della nostra confessione, uscito sconfitto militarmente e
politicamente nel processo di unificazione nazionale che aveva portato alla
costituzione del Regno d'Italia con capitale Roma. Dovendo incidere su una
società politica organizzata democraticamente, seppure con criteri diversi da
quelli che reggono in Italia l'attuale democrazia popolare, di massa, il
laicato cattolico italiano prese a sperimentare forme democratiche di
organizzazione e di azione, la democrazia significando in questo contesto
creatività e autonomia nell'ideazione e attuazione delle scelte di intervento
nella società e libero e aperto confronto, nel dialogo di idee, tra i diversi
orientamenti, nonché accettazione serena di un certo pluralismo ideale. Questo
orientamento, vivamente contrastato agli inizi del Novecento dal vertice romano
della nostra confessione, venne pian piano assimilato e accettato, con un
percorso non lineare ma caratterizzato da ricorrenti aneliti reazionari, fino
ad arrivare, all'inizio degli anni '90, cessata la minaccia ideologica e
politica del comunismo sovietico, ad essere proposta come via preferibile nella
dottrina sociale. Il cristianesimo democratico e, in esso, il cattolicesimo
democratico hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della nuova
Europa scaturita dal crollo dei regimi nazi-fascisti, dalla metà degli anni
Quaranta del secolo scorso. Tuttavia questo movimento, basato sull'idea della
conciliabilità tra fede religiosa e democrazia, che alla fede dovrebbe dare un supplemento d'anima (espressione usata
dal filosofo francese Emmanuel Mounier - 1905/1950), non ha mai coinvolto le
masse cattoliche, che sono rimaste sempre sotto un più stretto dominio
ideologico/religioso della nostra gerarchia religiosa, strutturata sulla base
di principi antidemocratici e fonte di un'ideologia esplicitamente
antidemocratica riguardante la concezione dell'organizzazione nostra
collettività di fede. Questa situazione non ha permesso di reggere, a partire
dagli anni '70 del secolo scorso, la sfida dei tempi, quando veloci cambiamenti
sociali avrebbero richiesto una maggiore capacità democratica di massa di
interpretarli e orientarli in senso compatibile con la fede religiosa, e ha
prodotto il progressivo allontanamento delle masse dalla pratica religiosa, caratterizzata, nella concezione comune,
dall'accostarsi ai preti, vale a dire al clero, visto da
allora come fonte di anacronistici divieti. Nello stesso periodo in Italia si
produsse la fine del compromesso degasperiano tra gerarchia religiosa e
movimento cattolico-democratico per il sostegno e lo sviluppo di una democrazia
di popolo italiana, in quanto un nuovo modello laicale, quello strutturato sul
modello polacco di integrazione forte tra gerarchia e laicato in funzione
resistenziale contro un regime politico attivamente ateo, venne diffondendosi
nella nostra collettività religiosa. Si trattava di uno schema che la gerarchia
preferiva a quello cattolico-democratico in quanto le riservava un ruolo di
vertice non suscettibile di apprezzamenti critici da parte dei sottoposti e
presentava le masse cattoliche come un forte blocco sociale, secondo l'ideologia che meglio aveva espresso da
sempre le esigenze della gerarchia nei confronti dei regimi politici scaturiti
dalla fine del predominio delle antiche dinastie sovrane civili con cui essa si
era storicamente federata. Si è poi
visto che quel modello, nella Polonia in cui esso era originato, si dissolse
come neve al solo dopo la fine della dittatura militare comunista e
l'instaurazione di un regime democratico: esso non era quindi adatto a
costruire una valida mediazione tra fede religiosa e democrazia.
Negli anni '80 del
secolo scorso, in Italia, preso atto della fine del compromesso degasperiano
che aveva sorretto la nuova democrazia di popolo fino ad allora, si cercò di ricostituire una unità ideale che mantenesse il
cattolicesimo democratico alla guida della società politica: si tentò quindi
una ricomposizione del mondo
cattolico italiano (l'espressione è del gesuita Bartolomeo Sorge).
L'esperienza, che ancora oggi sorregge orientamenti comuni di varie componenti
ideali del laicato cattolico a prescindere dalle formazioni politiche di
appartenenza, quando si tratta di prendere decisioni su temi che la nostra
gerarchia ritiene particolarmente rilevanti anche per la vita di fede,
sostanzialmente fallì per la insufficiente presa che, nelle masse cattoliche
italiane, avevano i principi di organizzazione democratica, per cui essi non
vennero mai a costituire in religione un fattore di unificazione, ma semmai di
divisione, e questo a causa fondamentalmente dell'ideologia antidemocratica
diffusa dalla gerarchia religiosa.
In particolare fu molto scarsa la capacità delle masse di
assimilare il principio che sta alla base delle democrazie popolari
contemporanee, vale a dire l'idea che vi sono ideali, in particolare quello
dell'uguaglianza intesa come pari dignità delle persone umane, quello della
libera manifestazione del pensiero e quello secondo il quale vi sono beni
collettivi che per essere conseguiti e conservati richiedono decisioni
collettive, che sono sottratti alla regola maggioritaria, devono essere
necessariamente condivisi per l'instaurazione di una democrazia politica
partecipativa e sono fonti di unità democratica di popolo. Per le masse
cattoliche l'adesione al metodo democratico è stata sempre abbastanza
opportunistica, vale a dire legata alla possibilità di ottenere specifici
vantaggi: si è sempre ritenuto che si potesse abbandonarla quando comportasse svantaggi,
in particolare quando la democrazia comportasse la critica dell'ideologia
sociale e politica proposta dalla gerarchia religiosa. La manifestazione più
eclatante e recente di questo orientamento, endemico nel mondo cattolico
italiano, vi fu nel 2005, con la scelta della nostra gerarchia religiosa,
condivisa e seguita dalla maggior parte del laicato italiano, di astenersi
nelle votazioni sul referendum sulla procreazione assistita: essa, sicuramente
legittima dal punto di vista costituzionale, ripropose sostanzialmente l'antico
divieto di prendere parte alle procedure democratiche (il cosiddetto non expedit = non conviene) che aveva travagliato l'evoluzione democratica del
Regno d'Italia, costituito dopo l'unità nazionale. In quella consultazione
referendaria si produsse una frattura seria tra gerarchia e
cattolicesimo-democratico italiano, parzialmente poi ricomposta dal processo di
preparazione del Convegno Ecclesiale di Verona del 2006 innescato dalla Lettera ai fedeli laici (marzo 2005) della
Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana, che
ripropose un forte appello all'autonomo e creativo impegno sociale del laicato
italiano (nella quale tuttavia manca qualsiasi accenno alla democrazia).
Ai tempi nostri è
ritornato improvvisamente d'attualità il tema, abbastanza trascurato negli anni
passati sotto l'assillo di altre emergenze, del ruolo autonomo del laicato
nella diffusione del messaggio di fede, quindi non inteso come mera esecuzione
di direttive venute dalla gerarchia. Si tratta di un impegno che, in quanto
deve essere attuato creativamente, collettivamente e, come si dice ai laici,
operando nel mondo profano, non può che essere attuato secondo principi
democratici. L'appello che ci è recentemente venuto in tal senso dal nostro
vescovo e padre universale coglie probabilmente impreparato il mondo cattolico
italiano, dico ciò che ne è residuato. Occorre riprendere a lavorare in direzioni verso le quali si era
piuttosto scoraggiati di andare. Non si può pensare che dopo decenni di atteggiamenti
reazionari su certi argomenti si possa di colpo cambiare registro e iniziare a
funzionare diversamente. Bisogna riannodare fili interrotti, recuperare la
memoria storica di esperienze feconde del passato e la consapevolezza del senso di un lavoro
che si è fatto dalla fine dell'Ottocento, riallacciare relazioni personali e di
gruppo. L'Azione Cattolica italiana ha conservato le risorse per poter
riprendere questo lavoro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli