domenica 5 gennaio 2014

Ricomposizione o democratizzazione

Ricomposizione o democratizzazione
 

 Nell'attuale situazione storica della nostra collettività religiosa, risalta l'importanza della presenza di un'esperienza associativa come quella dell'Azione Cattolica, che fornisce un modello vivo di ideazione e sperimentazione di uno stile laicale abbastanza diverso da quello prevalente in Italia fino alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, rivelatosi insufficiente sotto vari aspetti. La nostra attuale ideologia associativa riflette l'esigenza di una maggiore partecipazione e di una maggiore competenza dei laici nell'interpretazione e attuazione degli ideali di fede nel mondo in cui essi vivono. In essa sono vitalmente rappresentati i moventi del cattolicesimo democratico, sviluppatosi a partire dall'ultimo decennio dell'Ottocento in base all'appello della nostra gerarchia religiosa dell'epoca a un attivismo sociale che a quei tempi era inteso come sostegno delle rivendicazioni di potere e delle pretese territoriali del vertice romano della nostra confessione, uscito sconfitto militarmente e politicamente nel processo di unificazione nazionale che aveva portato alla costituzione del Regno d'Italia con capitale Roma. Dovendo incidere su una società politica organizzata democraticamente, seppure con criteri diversi da quelli che reggono in Italia l'attuale democrazia popolare, di massa, il laicato cattolico italiano prese a sperimentare forme democratiche di organizzazione e di azione, la democrazia significando in questo contesto creatività e autonomia nell'ideazione e attuazione delle scelte di intervento nella società e libero e aperto confronto, nel dialogo di idee, tra i diversi orientamenti, nonché accettazione serena di un certo pluralismo ideale. Questo orientamento, vivamente contrastato agli inizi del Novecento dal vertice romano della nostra confessione, venne pian piano assimilato e accettato, con un percorso non lineare ma caratterizzato da ricorrenti aneliti reazionari, fino ad arrivare, all'inizio degli anni '90, cessata la minaccia ideologica e politica del comunismo sovietico, ad essere proposta come via preferibile nella dottrina sociale. Il cristianesimo democratico e, in esso, il cattolicesimo democratico hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della nuova Europa scaturita dal crollo dei regimi nazi-fascisti, dalla metà degli anni Quaranta del secolo scorso. Tuttavia questo movimento, basato sull'idea della conciliabilità tra fede religiosa e democrazia, che alla fede dovrebbe dare un supplemento d'anima (espressione usata dal filosofo francese Emmanuel Mounier - 1905/1950), non ha mai coinvolto le masse cattoliche, che sono rimaste sempre sotto un più stretto dominio ideologico/religioso della nostra gerarchia religiosa, strutturata sulla base di principi antidemocratici e fonte di un'ideologia esplicitamente antidemocratica riguardante la concezione dell'organizzazione nostra collettività di fede. Questa situazione non ha permesso di reggere, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, la sfida dei tempi, quando veloci cambiamenti sociali avrebbero richiesto una maggiore capacità democratica di massa di interpretarli e orientarli in senso compatibile con la fede religiosa, e ha prodotto il progressivo allontanamento delle masse dalla pratica religiosa, caratterizzata, nella concezione comune, dall'accostarsi  ai preti, vale a dire al clero, visto da allora come fonte di anacronistici divieti. Nello stesso periodo in Italia si produsse la fine del compromesso degasperiano tra gerarchia religiosa e movimento cattolico-democratico per il sostegno e lo sviluppo di una democrazia di popolo italiana, in quanto un nuovo modello laicale, quello strutturato sul modello polacco di integrazione forte tra gerarchia e laicato in funzione resistenziale contro un regime politico attivamente ateo, venne diffondendosi nella nostra collettività religiosa. Si trattava di uno schema che la gerarchia preferiva a quello cattolico-democratico in quanto le riservava un ruolo di vertice non suscettibile di apprezzamenti critici da parte dei sottoposti e presentava le masse cattoliche come un forte blocco sociale, secondo l'ideologia che meglio aveva espresso da sempre le esigenze della gerarchia nei confronti dei regimi politici scaturiti dalla fine del predominio delle antiche dinastie sovrane civili con cui essa si era storicamente federata. Si  è poi visto che quel modello, nella Polonia in cui esso era originato, si dissolse come neve al solo dopo la fine della dittatura militare comunista e l'instaurazione di un regime democratico: esso non era quindi adatto a costruire una valida mediazione tra fede religiosa e democrazia.
 Negli anni '80 del secolo scorso, in Italia, preso atto della fine del compromesso degasperiano che aveva sorretto la nuova democrazia di popolo fino ad allora, si cercò di ricostituire  una unità ideale che mantenesse il cattolicesimo democratico alla guida della società politica: si tentò quindi una ricomposizione del mondo cattolico italiano (l'espressione è del gesuita Bartolomeo Sorge). L'esperienza, che ancora oggi sorregge orientamenti comuni di varie componenti ideali del laicato cattolico a prescindere dalle formazioni politiche di appartenenza, quando si tratta di prendere decisioni su temi che la nostra gerarchia ritiene particolarmente rilevanti anche per la vita di fede, sostanzialmente fallì per la insufficiente presa che, nelle masse cattoliche italiane, avevano i principi di organizzazione democratica, per cui essi non vennero mai a costituire in religione un fattore di unificazione, ma semmai di divisione, e questo a causa fondamentalmente dell'ideologia antidemocratica diffusa dalla gerarchia  religiosa.
  In particolare fu molto scarsa la capacità delle masse di assimilare il principio che sta alla base delle democrazie popolari contemporanee, vale a dire l'idea che vi sono ideali, in particolare quello dell'uguaglianza intesa come pari dignità delle persone umane, quello della libera manifestazione del pensiero e quello secondo il quale vi sono beni collettivi che per essere conseguiti e conservati richiedono decisioni collettive, che sono sottratti alla regola maggioritaria, devono essere necessariamente condivisi per l'instaurazione di una democrazia politica partecipativa e sono fonti di unità democratica di popolo. Per le masse cattoliche l'adesione al metodo democratico è stata sempre abbastanza opportunistica, vale a dire legata alla possibilità di ottenere specifici vantaggi: si è sempre ritenuto che si potesse abbandonarla quando comportasse svantaggi, in particolare quando la democrazia comportasse la critica dell'ideologia sociale e politica proposta dalla gerarchia religiosa. La manifestazione più eclatante e recente di questo orientamento, endemico nel mondo cattolico italiano, vi fu nel 2005, con la scelta della nostra gerarchia religiosa, condivisa e seguita dalla maggior parte del laicato italiano, di astenersi nelle votazioni sul referendum sulla procreazione assistita: essa, sicuramente legittima dal punto di vista costituzionale, ripropose sostanzialmente l'antico divieto di prendere parte alle procedure democratiche (il cosiddetto non expedit = non conviene) che aveva travagliato l'evoluzione democratica del Regno d'Italia, costituito dopo l'unità nazionale. In quella consultazione referendaria si produsse una frattura seria tra gerarchia e cattolicesimo-democratico italiano, parzialmente poi ricomposta dal processo di preparazione del Convegno Ecclesiale di Verona del 2006 innescato dalla Lettera ai fedeli laici (marzo 2005) della Commissione episcopale per il laicato della Conferenza Episcopale Italiana, che ripropose un forte appello all'autonomo e creativo impegno sociale del laicato italiano (nella quale tuttavia manca qualsiasi accenno alla democrazia).
 Ai tempi nostri è ritornato improvvisamente d'attualità il tema, abbastanza trascurato negli anni passati sotto l'assillo di altre emergenze, del ruolo autonomo del laicato nella diffusione del messaggio di fede, quindi non inteso come mera esecuzione di direttive venute dalla gerarchia. Si tratta di un impegno che, in quanto deve essere attuato creativamente, collettivamente e, come si dice ai laici, operando nel mondo profano, non può che essere attuato secondo principi democratici. L'appello che ci è recentemente venuto in tal senso dal nostro vescovo e padre universale coglie probabilmente impreparato il mondo cattolico italiano, dico ciò che ne è residuato. Occorre riprendere  a lavorare in direzioni verso le quali si era piuttosto scoraggiati di andare. Non si può pensare che dopo decenni di atteggiamenti reazionari su certi argomenti si possa di colpo cambiare registro e iniziare a funzionare diversamente. Bisogna riannodare fili interrotti, recuperare la memoria storica di esperienze feconde del passato  e la consapevolezza del senso di un lavoro che si è fatto dalla fine dell'Ottocento, riallacciare relazioni personali e di gruppo. L'Azione Cattolica italiana ha conservato le risorse per poter riprendere questo lavoro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli