Effetti speciali
Nel cinema gli effetti
speciali sono quegli artifici tecnologici che consentono di ottenere delle
immagini che non si potrebbe mai riprendere nella realtà, con telecamere o
cineprese puntate su un paesaggio dal vero nel quale si muovono veramente
attori dal vivo. Essi consentono di dare aspetto realistico all'immaginario. Ricordo che ne fui particolarmente
colpito quando, sul grande schermo di un cinema romano, con mio fratello
assistetti al primo film della saga di Guerre
stellari: le astronavi e i paesaggi di altri mondi sembravano veri. In particolare le astronavi, al contrario di
quando era accaduto sino ad allora nei film di fantascienza, recavano evidenti
sugli scafi i segni del tempo e dell'usura, come accade nei veri aeroplani, in particolari in quelli utilizzati
in operazioni belliche. Da allora (si era nell'autunno del 1977) la tecnologia
degli effetti speciali è andata molto oltre, in particolare da quando si è
iniziato ad utilizzare le risorse digitali, e i film di oggi hanno effetti
speciali che fanno apparire quelli di Guerre
Stellari addirittura obsoleti, come
lo sembravano rispetto a questo film quelli della cinematografia precedente, ad
esempio dei primi film della saga di Star
Trek. Gli effetti speciali di oggi fanno
sembrare ancora estremamente più vere le sequenze che hanno ad oggetto
l'immaginario. Ma, per quanto ci piaccia assistere alla rappresentazione del
fantastico, fin dai tempi in cui nell'antico teatro greco gli dei delle
religioni politeistiche dell'epoca venivano fatti apparire in scena appesi a
corde calati da macchine rudimentali, conserviamo la capacità di distinguere la
realtà dall'immaginario rappresentato,
allestito e recitato.
Questo può non accadere sempre di fronte agli effetti speciali costruiti dalle
narrazioni e nelle liturgie religiose, anche se la loro apparenza è molto meno
realistica di quelli della cinematografia di oggi. La gente è piuttosto
propensa a scambiarli per realtà e, quindi, a confidare in una realtà immaginaria, costruendosi una rappresentazione realistica del
soprannaturale, che invece, se è veramente tale, nella sua realtà vera (sebbene non tangibile), non
immaginaria, non può mai essere visto
né toccato, ma solo intuito ed evocato. Anche la nostra religione utilizza narrazioni e liturgie che,
sotto certi aspetti, mettono in scena dei modi di esprimersi e delle azioni
collettive che possiamo considerare un po' degli effetti speciali e che
catturano molto l'emotività dei fedeli. E tuttavia, per la gran parte, non li
possiamo considerare veramente rappresentazioni dell'immaginario, ma modi, appunto, per evocare e far intuire il soprannaturale che realmente permea l'esistenza umana, così
da squarciare la tenebra che ce ne separa: in questo senso essi vengono
considerati una illuminazione di
vera luce, non artefatti scenici. E, nella pedagogia dell'iniziazione
religiosa, più si avanza nel cercare di produrre la comprensione di ciò che
nella fede viene definito mistero,
perché si distanzia sempre dalle nostre capacità di comprensione, più,
avvicinandosi a quella che viene definita mistica,
lo stare personalmente e senza intermediazione di fronte ai misteri della nostra fede, si insegna a
fare a meno dell'assistenza dell'immaginazione,
nella quale si tenta di rappresentarsi realisticamente,
vale a dire secondo ciò che abitualmente ci appare
nel mondo, il soprannaturale. I vertici dell'esperienza mistica sono stati anche descritti come una notte oscura attraversata solo dalla luce della fede.
Come al cinema, quelli che in religione
possiamo considerare effetti speciali
attirano la gente, in particolare le persone le quali per varie ragioni si
trovano in difficoltà nella vita o nel comprendere come va il mondo intorno a
loro. Così, se noi nel proporre la nostra fede agli altri vi mettiamo qualche effetto speciale otteniamo un risultato
che sotto certi aspetti è migliore, nel senso che, ad esempio, la gente viene
in chiesa. Una certa dose di immaginario è presente, ad esempio, nei movimenti
religiosi basati sulle apparizioni e miracoli, sulle feste popolari e sui
santuari, che attirano masse di fedeli. Le nostre autorità religiose non li
reprimono in ciò che non corrisponde, o non corrisponde più, alla dottrina
contemporanea della fede, perché, una volta che le moltitudini sono convenute, si
lavora poi per raffinare e meglio indirizzare le visioni di fede
con l'opera di formatori altamente specializzati, in particolare del clero e
dei religiosi, mantenendo l'immaginario a livello di intuizione e di evocazione del soprannaturale in cui
crediamo e indirizzando il gregge verso l'ovile sicuro,
raccogliendo coloro che si erano dispersi.
Si è comunque sempre tentati, quando le cose
vanno male e la gente si allontana, di sorreggere la nostra missione religiosa
verso il mondo con effetti speciali. Ad
esempio estendendo il concetto di salvezza
soprannaturale a quello di salvezza mondana, facendo intendere che
se uno aderisce o ritorna alla nostra fede poi tutti i suoi problemi magicamente, a questo punto nel vero
senso della parola, saranno risolti: la salute tornerà, l'unità e la serenità
familiare saranno ritrovate, il lavoro, l'amore e l'amicizia trovati o
recuperati. Nei casi in cui le cose non vanno così come si era prospettato, si
può sempre replicare, alle proteste dei proseliti fatti con quelle promesse, che
le cose sono in realtà molto migliorate nelle loro vite, che è avvenuto il loro bene, ma che essi, per la loro
fede difettosa e insufficiente, non riescono ad intenderlo. In definitiva uno,
nella fede, dovrebbe convincersi che il male gli sarà cambiato sicuramente in
bene e, quando ciò non gli accade, dovrebbe sforzarsi di considerare un bene il
male che ancora lo affligge, chiamando
bene il male. Questa però non è mai
stata la via che si è seguita in Azione Cattolica e penso che il nostro metodo di
presentare la fede agli altri sia, oltre che onesto e maggiormente in linea con
gli insegnamenti ricevuti, quello che preserva, nel lungo periodo, dagli
abbandoni dei delusi e fortifica la
resistenza del popolo impegnato nella missione di fede. Perché non è vero che se uno è religioso le
cose gli vanno sempre bene. Le vite
dei santi proclamati pubblicamente come tali ne sono la dimostrazione eclatante:
esse, per come ho inteso, non esemplari in quanto vittoria sul male, anche se
qualche battaglia può essere stata
effettivamente vinta, ma come resistenza
pervicace al male e come volontà
strenua di combattere il male con il bene, secondo gli insegnamenti
ricevuti.
Ci è stato insegnato
senz'altro a pregare anche per la
nostra salvezza terrena e per quella dei nostri cari, della nostra nazione, del
mondo intero. E riteniamo che effettivamente un amorevole disegno provvidenziale si dispieghi nella storia dell'umanità. Ma non
pensiamo che il fatto di essere religiosi, e anche molto religiosi, ci preservi automaticamente dal male che c'è in
noi e intorno a noi, al mondo di ciò che si attribuisce ai talismani. Di fronte al male che c'è nel mondo la nostra fede ci
spinge a soccorrere, consolare, risanare e a cercare di
individuarne le fonti per disseccarle e costruire
un mondo nuovo, in attesa del compimento finale che verrà alla fine dei
tempi e che però (a consolazione dei nostri insuccessi) non dipenderà
dall'opera nostra (per questo sarà propriamente un compimento, la conclusione definitiva della storia umana nel
disvelamento del soprannaturale). Non invece a popolare la fantasia dei
sofferenti con sogni fantastici di nostra produzione, con effetti speciali. L'insegnamento religioso ricevuto ci mette in
guardia dal cercare, richiedere, e ancor più dal produrre, segni, intesi come manifestazioni
immaginifiche eclatanti del soprannaturale nelle nostre vite e in quelle degli
altri, che avvalorino definitivamente le verità di fede. Da ciò derivano, ad
esempio, le approfondite istruttorie canoniche
richieste per accertare eventi
prodigiosi che sono tuttora richiesti per convincersi a proclamare
pubblicamente la santità di una persona di fede trapassata. Del resto la fede
fondata sugli effetti speciali in genere non va molto lontano, si assuefà rapidamente ai prodigi e ne richiede di sempre
più prodigiosi; non ottenendoli, rimane delusa e si allontana.
Nel racconto Il
miracolo di padre Malachia, dello scrittore scozzese Bruce Marshall,
disponibile in commercio edito da Jaka Book, si narra di un prete e monaco
scozzese che, per aver ragione con i
fatti su un pastore protestante, riesce, con la sua preghiera, a far trasportare
prodigiosamente su un'isola sperduta al centro di un golfo marittimo, una sala
da ballo moto frequentata dalla gente e sede di costumi ritenuti licenziosi. Il
miracolo
avviene, ma la gente continua a dubitare delle verità religiose, perché nessuna realtà
mondana, anche quella dall'apparenza più prodigiosa, riesce mai a manifestare
pienamente il soprannaturale e a costringere
a credere, imponendosi alla ragione umana. La fede, pur evocando
realtà soprannaturali, rimane una scelta libera.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli