venerdì 3 gennaio 2014

Effetti speciali


Effetti speciali


  Nel cinema gli effetti speciali sono quegli artifici tecnologici che consentono di ottenere delle immagini che non si potrebbe mai riprendere nella realtà, con telecamere o cineprese puntate su un paesaggio dal vero nel quale si muovono veramente attori dal vivo. Essi consentono di dare aspetto realistico all'immaginario. Ricordo che ne fui particolarmente colpito quando, sul grande schermo di un cinema romano, con mio fratello assistetti al primo film della saga di Guerre stellari: le astronavi e i paesaggi di altri mondi sembravano veri. In particolare le astronavi, al contrario di quando era accaduto sino ad allora nei film di fantascienza, recavano evidenti sugli scafi i segni del tempo e dell'usura, come accade nei veri  aeroplani, in particolari in quelli utilizzati in operazioni belliche. Da allora (si era nell'autunno del 1977) la tecnologia degli effetti speciali è andata molto oltre, in particolare da quando si è iniziato ad utilizzare le risorse digitali, e i film di oggi hanno effetti speciali che fanno apparire quelli di Guerre Stellari  addirittura obsoleti, come lo sembravano rispetto a questo film quelli della cinematografia precedente, ad esempio dei primi film della saga di Star Trek.  Gli effetti speciali di oggi fanno sembrare ancora estremamente più  vere le sequenze che hanno ad oggetto l'immaginario. Ma, per quanto ci piaccia assistere alla rappresentazione del fantastico, fin dai tempi in cui nell'antico teatro greco gli dei delle religioni politeistiche dell'epoca venivano fatti apparire in scena appesi a corde calati da macchine rudimentali, conserviamo la capacità di distinguere la realtà dall'immaginario rappresentato, allestito  e recitato. Questo può non accadere sempre di fronte agli effetti speciali costruiti dalle narrazioni e nelle liturgie religiose, anche se la loro apparenza è molto meno realistica di quelli della cinematografia di oggi. La gente è piuttosto propensa a scambiarli per realtà e, quindi, a confidare in una realtà immaginaria, costruendosi una rappresentazione realistica del soprannaturale, che invece, se è veramente tale, nella sua realtà vera (sebbene non tangibile), non immaginaria, non può mai essere vistotoccato, ma solo  intuito ed evocato. Anche la nostra religione utilizza narrazioni e liturgie che, sotto certi aspetti, mettono in scena dei modi di esprimersi e delle azioni collettive che possiamo considerare un po' degli effetti speciali e che catturano molto l'emotività dei fedeli. E tuttavia, per la gran parte, non li possiamo considerare veramente rappresentazioni dell'immaginario, ma modi, appunto, per evocare  e far intuire il soprannaturale che realmente permea l'esistenza umana, così da squarciare la tenebra che ce ne separa: in questo senso essi vengono considerati una illuminazione  di vera luce, non artefatti scenici. E, nella pedagogia dell'iniziazione religiosa, più si avanza nel cercare di produrre la comprensione di ciò che nella fede viene definito mistero, perché si distanzia sempre dalle nostre capacità di comprensione, più, avvicinandosi a quella che viene definita mistica, lo stare personalmente e senza intermediazione di fronte ai misteri della nostra fede, si insegna a fare a meno dell'assistenza dell'immaginazione, nella quale si tenta di rappresentarsi realisticamente, vale a dire secondo ciò che abitualmente ci appare nel mondo, il soprannaturale. I vertici dell'esperienza  mistica sono stati anche descritti come una notte oscura attraversata solo dalla luce della fede.
  Come al cinema, quelli che in religione possiamo considerare effetti speciali attirano la gente, in particolare le persone le quali per varie ragioni si trovano in difficoltà nella vita o nel comprendere come va il mondo intorno a loro. Così, se noi nel proporre la nostra fede agli altri vi mettiamo qualche effetto speciale otteniamo un risultato che sotto certi aspetti è migliore, nel senso che, ad esempio, la gente viene in chiesa. Una certa dose di immaginario è presente, ad esempio, nei movimenti religiosi basati sulle apparizioni e miracoli, sulle feste popolari e sui santuari, che attirano masse di fedeli. Le nostre autorità religiose non li reprimono in ciò che non corrisponde, o non corrisponde più, alla dottrina contemporanea della fede, perché, una volta che le moltitudini sono convenute, si lavora poi per raffinare e meglio indirizzare le visioni di fede con l'opera di formatori altamente specializzati, in particolare del clero e dei religiosi, mantenendo l'immaginario a livello di intuizione  e di  evocazione del soprannaturale in cui crediamo  e indirizzando il gregge verso l'ovile sicuro, raccogliendo coloro che si erano dispersi.
 Si  è comunque sempre tentati, quando le cose vanno male e la gente si allontana, di sorreggere la nostra missione religiosa verso il mondo con effetti speciali. Ad esempio estendendo il concetto di salvezza soprannaturale  a quello di salvezza mondana, facendo intendere che se uno aderisce o ritorna alla nostra fede poi tutti i suoi problemi magicamente, a questo punto nel vero senso della parola, saranno risolti: la salute tornerà, l'unità e la serenità familiare saranno ritrovate, il lavoro, l'amore e l'amicizia trovati o recuperati. Nei casi in cui le cose non vanno così come si era prospettato, si può sempre replicare, alle proteste dei proseliti fatti con quelle promesse, che le cose sono in realtà molto migliorate nelle loro vite, che è avvenuto il loro bene, ma che essi, per la loro fede difettosa e insufficiente, non riescono ad intenderlo. In definitiva uno, nella fede, dovrebbe convincersi che il male gli sarà cambiato sicuramente in bene e, quando ciò non gli accade, dovrebbe sforzarsi di considerare un bene il male che ancora lo affligge, chiamando bene il male. Questa però non  è mai stata la via che si è seguita in Azione Cattolica e penso che il nostro metodo di presentare la fede agli altri sia, oltre che onesto e maggiormente in linea con gli insegnamenti ricevuti, quello che preserva, nel lungo periodo, dagli abbandoni dei delusi e fortifica la resistenza del popolo impegnato nella missione di fede. Perché non è vero che se uno è religioso le cose gli vanno sempre bene. Le vite dei santi proclamati pubblicamente come tali ne sono la dimostrazione eclatante: esse, per come ho inteso, non esemplari in quanto vittoria  sul male, anche se qualche battaglia  può essere stata effettivamente vinta, ma come resistenza pervicace al male e come volontà strenua di combattere il male con il bene, secondo gli insegnamenti ricevuti.
 Ci è stato insegnato senz'altro a pregare anche per la nostra salvezza terrena e per quella dei nostri cari, della nostra nazione, del mondo intero. E riteniamo che effettivamente un amorevole disegno provvidenziale  si dispieghi nella storia dell'umanità. Ma non pensiamo che il fatto di essere religiosi, e anche molto religiosi, ci preservi automaticamente dal male che c'è in noi e intorno a noi, al mondo di ciò che si attribuisce ai talismani. Di fronte al male che c'è nel mondo la nostra fede ci spinge a soccorrere, consolare, risanare  e a cercare di individuarne le fonti per disseccarle e costruire un mondo nuovo, in attesa del compimento finale che verrà alla fine dei tempi e che però (a consolazione dei nostri insuccessi) non dipenderà dall'opera nostra (per questo sarà propriamente un compimento, la conclusione definitiva della storia umana nel disvelamento del soprannaturale). Non invece a popolare la fantasia dei sofferenti con sogni fantastici di nostra produzione, con effetti speciali. L'insegnamento religioso ricevuto ci mette in guardia dal cercare, richiedere, e ancor più dal produrre,  segni, intesi come manifestazioni immaginifiche eclatanti del soprannaturale nelle nostre vite e in quelle degli altri, che avvalorino definitivamente le verità di fede. Da ciò derivano, ad esempio,  le approfondite istruttorie canoniche richieste per accertare eventi prodigiosi che sono tuttora richiesti per convincersi a proclamare pubblicamente la santità di una persona di fede trapassata. Del resto la fede fondata sugli effetti speciali in genere non va molto lontano, si assuefà  rapidamente ai prodigi e ne richiede di sempre più prodigiosi; non ottenendoli, rimane delusa e si allontana.
 Nel racconto  Il miracolo di padre Malachia, dello scrittore scozzese Bruce Marshall, disponibile in commercio edito da Jaka Book, si narra di un prete e monaco scozzese che, per aver ragione con i fatti su un pastore protestante, riesce, con la sua preghiera, a far trasportare prodigiosamente su un'isola sperduta al centro di un golfo marittimo, una sala da ballo moto frequentata dalla gente e sede di costumi ritenuti licenziosi. Il miracolo  avviene, ma la gente continua a dubitare delle  verità religiose, perché nessuna realtà mondana, anche quella dall'apparenza più prodigiosa, riesce mai a manifestare pienamente il soprannaturale e a costringere a credere, imponendosi  alla ragione umana. La fede, pur evocando realtà soprannaturali, rimane una scelta libera.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli