L'inizio di un'era nuova
A
Capodanno, nelle parti del mondo (la quasi totalità) che seguono il calendario
cristiano gregoriano, decretato dal
papa Gregorio 13° nel 1582, si inscena la festa civile per il nuovo inizio del tempo, che in realtà è determinato
solo sulla base una convenzione sociale e, in genere, non corrisponde a nulla
di veramente nuovo. Dal punto di vista
della liturgia religiosa quel modo di computo del tempo, affermatosi quasi
universalmente con valore giuridico anche in nazioni in cui prevalgono altre
fedi, vuole celebrare un nuovo inizio
avvenuto in un'epoca che, sempre convenzionalmente, si è deciso di situare 2014
anni fa. Non è tanto la precisione del computo ad essere importante (tanto che
si pensa che il Nazareno sia nato in un
qualche anno prima di Cristo, tra 6 e
il 4 a.C.), ma che in quell'epoca si sia compiuto ciò che i teologi hanno definito Incarnazione, quando Dio si è fatto
uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Ma prima non c'erano state delle
favole sul soprannaturale in cui un dio appariva come essere umano, uomo o donna che fosse? C'erano state. Ma noi
riteniamo che questa non sia stata una
favola, ma storia dell'umanità. Questa è una parte della nostra fede. L'altra è
che il Dio-uomo ci ha mostrato un volto benevolo. Egli ci ha rivelato di essere
venuto a salvarci da ciò che eravamo diventati, da ciò che, in fondo, ancora
siamo. Nella nostra fede riteniamo che per amore ci sia stato donato e che per
la nostra salvezza abbia affrontato la morte sulla croce. Questa è l'altra
parte della nostra fede. E' per questo, credo, che, ricordando quell'evento, si
festeggia. Anche se molti di quelli che festeggiano non sanno più o non hanno
mai saputo perché lo si fa.
Su quell'evento si è
molto ragionato nei due millenni della nostra confessione religiosa. Questa
riflessione ha prodotto alcune narrazioni dall'aspetto di miti, come se ne sono
sempre costruiti in cose analoghe, ed
ora ci riesce impossibile farne a meno, perché esse manifestano comunque delle
verità importanti, delle verità non delle favole. Comunque nei ragionamenti che
si sono fatti per comprendere ciò che in fondo non sarà mai pienamente
comprensibile, così ci dicono i teologi, finora hanno sempre prevalso coloro
che insegnavano a tenere saldamente legata l'Incarnazione alla storia umana,
all'umanità vera. La storia vera è
stata sempre molto importante per la nostra fede. Non si siamo mai appagati
solo di miti. Nella nostra attuale concezione religiosa, quella che ha prevalso
nei secoli, l'evento della nostra salvezza è scaturito dalla storia dell'antico
popolo ebraico, di un popolo che è veramente esistito e che ancora esiste, e ci
è impossibile capirne il senso e soprattutto credervi senza conservare il
patrimonio culturale che abbiamo acquisito dall'antico giudaismo, perché fu lo
stesso Nazareno a presentarlo in questo modo. Noi abbiamo appreso dall'antico
giudaismo a leggere il senso soprannaturale degli eventi storici e a parlare di
storia della salvezza. Nelle nostre
Scritture Sacre abbiamo compreso quelle dell'antico giudaismo e, con esse, la
sua lingua e il suo patrimonio culturale. Solo di recente però abbiamo anche
accettato, come collettività religiosa, di convivere pacificamente con
l'ebraismo che è stato contemporaneo
della nostra confessione religiosa, cercando di purificare le nostre concezioni
religiose e le nostre prassi dagli elementi di anti-ebraismo che, su precise
basi teologiche, avevano inquinato fin dai primi tempi il pensiero, i
propositi, le azioni della nostra fede. Ormai gli storici, liberati da
pregiudizi e divieti ideologici e teologici, hanno fatto piena luce su come si
sia potuto sviluppare storicamente l'anti-ebraismo cristiano e sui crimini efferati da esso prodotti:
questa storia, come tutto ciò che fa parte della storia vera, di ciò che non è
fantasia o immaginazione, non può essere cancellata, ma ce ne possiamo appunto purificare ripudiandola come esempio di
vita e di fede. E' ciò che nella nostra confessione religiosa abbiamo iniziato a fare dagli anni Sessanta del secolo scorso e
in particolare sotto la guida del papa Giovanni Paolo 2°, il quale ci ha
chiamati con l'autorità che gli competeva, in preparazione del Grande Giubileo
dell'Anno 2000 e durante il Giubileo stesso, alla purificazione della memoria, lavoro che è ancora in corso. Secondo
le concezioni attualmente largamente prevalenti nella nostra confessione
religiosa, l'attuale esistenza di un popolo ebraico avvalora la credibilità della
storicità delle origini della nostra confessione religiosa in collettività
dell'antico Israele, le quali, come risulta dalle Scritture sacre che sono
espressione delle prime narrazioni sulla vita del nostro primo Maestro e delle
prime aggregazioni collettive della nostra fede, manifestarono convinzioni
legate alla cultura dell'antico giudaismo, conservata fedelmente e sviluppata
dall'ebraismo nostro contemporaneo. E' per
questa connessione con la storia dell'antico giudaismo e dell'antico
popolo ebraico che siamo tuttora, sebbene con pretese molto diverse che nel
passato, legati alla geografia dell'antico Israele, che ancora è ben
riconoscibile nei luoghi contemporanei,
anche se, a parte il paesaggio, rimane poco che risalga alle origini della
nostra collettività religiosa, perché la storia ha molto lavorato e inciso, e
spesso tragicamente, in quella regione. Noi dunque crediamo che dalla storia
dell'antico Israele ci sia giunta una salvezza, destinata alla storia
universale e a tutti gli esseri umani. Riteniamo di aver avuto la missione di
manifestarla al mondo con la parole, l'esempio e le opere. E' un lavoro ancora
in corso e che, nella nostra attuale concezione religiosa, lo sarà sempre, fino
alla fine dei tempi. La fine della storia non è da ritenere prossima, come si
pensò agli inizi, anche se quello che riteniamo di poter dire su di essa è solo
che non sappiamo quando verrà. Di fatto nei due millenni della nostra fede che
sono trascorsi la storia ha continuato a fluire e su di essa hanno molto inciso
le nostre azioni collettive. Essa in genere non è stata lineare e prevedibile,
anche se, ragionandoci su, abbiamo sempre cercato di ricostruirne il senso
complessivo, ma a posteriori, e di intuirne la direzione futura.
Ripensando a ciò che,
nella nostra collettività religiosa, è accaduto nello scorso anno, alla nostra
storia recente, ci si può convincere che effettivamente si sia sulle soglie di
un nuovo inizio di qualcosa. Questo
Capodanno può dunque effettivamente essere
visto come tale, anche se il cambiamento ha cominciato a prodursi già
nel marzo scorso. Sarebbe però un errore pensare che tutto sia ormai finito,
compiuto, o che basti attendersi che dal
vertice romano della nostra confessione religiosa giungano le nuove
disposizioni organizzative ed esecutive, le indicazioni precise sul da farsi.
Sul primo aspetto bisogna convincersi che i mali che lo scorso anno hanno
determinato una delle più drammatiche crisi del vertice della nostra
organizzazione religiosa, e che sono anche il riflesso di ciò che c'è tra noi,
sono ancora tutti in essere, non sono stati sanati. Una giornalista stamattina
osservava, ad esempio, che prima del marzo scorso, su mezzi di comunicazione di
massa si trattava molto di preti pedofili e dell'atteggiamento poco
collaborativo con le autorità civili che le autorità religiose avevano avuto in
merito e poi invece non se ne è trattato
quasi più: non bisogna però ritenere che
il problema sia risolto. Lo stesso valga
per ogni altro male di quelli che, di recente, sono stati indicati
nell'Esortazione del nostro vescovo e padre universale. E di altri ancora che
ci sono e di cui si è comunque presa coscienza. Manifestare chiara
consapevolezza di un problema e delle sue cause non significa ancora averlo
risolto, anche se è certamente l'atteggiamento giusto per cominciare a farlo.
Sotto il profilo della cose da fare, bisogna prendere sul serio l'appello di
quell'Esortazione alla collaborazione di tutti.
Infatti non sono solo in questione i criteri dell'organizzazione gerarchica del
clero, ma i modi e le forme in cui noi, come collettività, noi popolo, attuiamo nel mondo la missione
che riteniamo di aver ricevuto dal nostro primo Maestro. Ci rivolgiamo ad
un'umanità che oggi si stima composta di circa sette miliardi di persone, a
ciascuna delle quali riteniamo di dover manifestare, con le parole e con la
nostra vita, la buona notizia, da noi creduta religiosamente, che la salvezza è tra noi. E lavoriamo in un
mondo che è divenuto estremamente complesso e, insieme, molto interconnesso:
quindi abbiamo sicuramente delle opportunità straordinarie, per la possibilità
di raggiungere più facilmente le moltitudini, ma anche la necessità di
potenziare la nostra capacità di produrre sforzi collettivi per ideare, non
solo per attuare sulla base di disposizioni altrui, modi nuovi di manifestare
alle genti il nostro messaggio religioso. Così come nelle scienze nessun
individuo è in grado, oggi, di dominare l'intero patrimonio culturale
dell'umanità, ma solo un campo molto ristretto di conoscenze specialistiche,
per cui il progresso deriva dalla capacità di interazione tra sapienti in
diverse discipline, così anche, in religione, non dobbiamo attenderci che un
solo uomo, benché fortemente ispirato, possa dare a ciascuno di noi, centinaia
di milioni quanti siamo, le precise istruzioni per fare bene ciò che si deve
verso tutti gli altri ai quali siamo stati mandati. Ecco dunque il senso
dell'appello alla creatività e all'audacia
che ci è venuto dal nostro vescovo. Per
certi versi la situazione che ci si presenta, in particolare a noi laici, è
veramente nuova, perché, in genere,
nel passato si è avuta più la sensazione di essere trattenuti dalle nostre
autorità religiose, piuttosto che lanciati.
Non è così? Anche noi, in Azione Cattolica, a cui pure è sempre piaciuto
buttare lo sguardo oltre le frontiere, dovremo sviluppare la nuova mentalità
che ci è richiesta. Una nuova mentalità per tempi veramente nuovi. Quello che noi laici di fede
possiamo invece attenderci in futuro da coloro che nella nostra collettività
religiosa esercitano l'autorità sono invece autorizzazioni
molto più estese di prima nel campo
dell'ideazione e della sperimentazione di soluzioni nuove per stabilire relazioni con le genti intorno a noi. E sarà
comunque una significativa inversione di tendenza rispetto ai tempi in fondo
dominati da paura e da sospetto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli