La nostra famiglia
vale di più in quanto religiosa?
Nel giornale di ieri
era data la notizia che in una nazione europea, in un'occasione pubblica, era
stato sostenuto che una famiglia della nostra fede "valesse" quanto
tre famiglie di un'altra fede religiosa. Questa sciocchezza non risalta tanto per la
sua arrogante presunzione e per la sua palese infondatezza, quanto per il suo
potenziale di discriminazione sociale a base religiosa. Quest'ultimo è tanto
più grave in quanto non si riferisce a una comparazione tra modelli ideali, ma a quella tra realtà di fatto, alle famiglie
della nostra fede così come sono. Non
manifesta quindi solo una distorsione ideologica della realtà, ma addirittura
una cecità verso di essa. Avendo sempre vissuto in una famiglia della nostra fede, sia come figlio, sia come
coniuge, sia come genitore, e tra famiglie
della nostra fede, devo riconoscere che in religione noi non possediamo la
ricetta della famiglia perfetta, che
unisca la fedeltà agli ideali di fede, così come storicamente ci vengono
proposti e accettiamo di farli nostri, e la felicità. Posso solo riconoscere
che la fede ci spinge a cercare di realizzare, caso per caso, volta per volta, una
famiglia in cui certe asprezze che derivano dalla durezza di certe relazioni
procreative su base fisiologica e sociale vengono temperate da sentimenti di
amorevole e benevola sollecitudine verso l'altro. E non è poco. Ma sentimenti
analoghi animano anche persone che vivono la propria fede secondo altre religioni
e ciò è tanto più vero per quelle fedi che si riconoscono idealmente
imparentate per via di Abramo.
Mi riesce incomprensibile
come si possa giungere a sostenere, da persone di fede, una fede che si vuole
fondata su sentimenti benevoli su scala universale, una velenosa cattiveria
come quella che ho sopra riferito, che sembra quasi invocare una reazione
analoga altrui e che appare quindi come una provocazione. Infatti, come
reagiremmo se fossimo vittime di una analoga discriminazione? "Non fare agli altri ciò che non
vorresti che fosse fatto a te": la regola
d'oro non è stata osservata in questo caso.
I modelli ideali di famiglia che, nella nostra confessione di fede, ci vengono proposti presentano
diversi problemi, come chiunque vive
in famiglia in genere non ha difficoltà ad ammettere. Essi riguardano tutte le
posizioni in cui si può vivere in famiglia, quelle di figli, di coniugi e di
genitori. Solo un temperamento di
quei modelli nella pratica li rende sostenibili:
nella loro versione ideologicamente pura generano di solito varie forme di
infelicità. In particolare ciò riguarda la condizione femminile. Ma anche le
faccende procreative sono coinvolte. E, dal punto di vista giuridico, c'è una
esagerata considerazione dell'importanza dell'atto per così dire contrattuale da cui scaturisce il
vincolo coniugale, a scapito delle vicende del rapporto tra i coniugi.
Ci sono due modi di
impostare lo sforzo di realizzare
nelle propria vita gli ideali religiosi: uno è quello di cercare di attuare un modello predefinito corrente
in religione, l'altro è quello sforzarsi di creare
un modello pratico che impersoni una
nostra interpretazione di quegli ideali, sinceramente e onestamente perseguiti.
Il primo è il modo fondamentalista,
il secondo è quello della mediazione.
Il primo cerca di adattare la realtà
agli ideali, il secondo cerca di fecondare
la realtà con i medesimi ideali o, espresso con altra metafora, di agire nella
realtà al modo di fermento. Nella
pratica della vita famigliare il primo modo genera prima o poi attriti e
infelicità, l'altro si presta meglio a soddisfare le esigenze di tolleranza che consentono ad ogni corpo sociale di
funzionare senza incepparsi ad ogni momento per un puntiglio qualunque.
L'ho osservato altre
volte: mi ha sempre stupito l'importanza che si dà a certi precetti di tipo in
fondo fondamentalista che riguardano la famiglia, tenendo conto del rilievo scarsissimo
che le questioni sulla famiglia hanno nelle Scritture sacre originate dalla
vita delle nostre prime comunità di fede, tanto che, ad esempio, quasi nulla o
nulla del tutto sappiamo delle famiglie degli apostoli, Paolo di Tarso
compreso. La gran parte della nostra ideologia di fede sulla famiglia la
ricaviamo, mi pare di aver capito, da quella parte delle Scritture che abbiamo
acquisito dall'antico giudaismo. Ma naturalmente non si spingiamo a prendere
per modello la poligamia che era praticata dagli antichi israeliti. E, quanto a
quella parte delle Scritture che riflette l'esperienza delle nostre prime
comunità di fede, cerchiamo di solito di dare un'interpretazione per così dire evolutiva di certi brani paolini che, con la sensibilità
contemporanea, ci appaiono abbastanza misogini. Insomma, la rudezza
fondamentalista non mi pare, in genere, caratterizzare le nostre collettività
di fede. Essa emerge più che altro quando viene in questione la teologia normativa della nostra fede,
che senz'altro non mi pare rifletta più la nostra effettiva pratica religiosa. Alcuni vedono in
questo, apocalitticamente, una sorta di grande
apostasia; personalmente tendo invece a vedervi solo una evoluzione del
costume alla quale, come è sempre accaduto nella nostra storia religiosa,
seguirà anche, prima o poi, un adattamento della corrispondente ideologia di
fede.
Concludo osservando
che, se vogliamo essere veramente Chiesa in uscita, secondo i recenti
auspici del nostro vescovo e padre universale, dovremmo cercare innanzi tutto
di evitare uscite come quella di cui
ho scritto all'inizio. Esse infatti, come ho osservato, sembrano essere
determinate non dall'intenzione di attrarre
e di coinvolgere, ma da quella di
provocare e di dividere, marcando presunte differenze e disprezzando i diversi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli