venerdì 31 gennaio 2014

La nostra famiglia vale di più in quanto religiosa?


La nostra famiglia vale di più in quanto religiosa?

 
 Nel giornale di ieri era data la notizia che in una nazione europea, in un'occasione pubblica, era stato sostenuto che una famiglia della nostra fede "valesse" quanto tre famiglie di un'altra fede religiosa.  Questa sciocchezza non risalta tanto per la sua arrogante presunzione e per la sua palese infondatezza, quanto per il suo potenziale di discriminazione sociale a base religiosa. Quest'ultimo è tanto più grave in quanto non si riferisce a una comparazione tra modelli ideali, ma a  quella tra realtà di fatto, alle famiglie della nostra fede così come sono. Non manifesta quindi solo una distorsione ideologica della realtà, ma addirittura una cecità verso di essa. Avendo sempre vissuto in una famiglia della nostra fede, sia come figlio, sia come coniuge, sia come genitore, e tra famiglie della nostra fede, devo riconoscere che in religione noi non possediamo la ricetta della famiglia perfetta, che unisca la fedeltà agli ideali di fede, così come storicamente ci vengono proposti e accettiamo di farli nostri, e la felicità. Posso solo riconoscere che la fede ci spinge a cercare di realizzare, caso per caso, volta per volta, una famiglia in cui certe asprezze che derivano dalla durezza di certe relazioni procreative su base fisiologica e sociale vengono temperate da sentimenti di amorevole e benevola sollecitudine verso l'altro. E non è poco. Ma sentimenti analoghi animano anche persone che vivono la propria fede secondo altre religioni e ciò è tanto più vero per quelle fedi che si riconoscono idealmente imparentate per via di Abramo.
 Mi riesce incomprensibile come si possa giungere a sostenere, da persone di fede, una fede che si vuole fondata su sentimenti benevoli su scala universale, una velenosa cattiveria come quella che ho sopra riferito, che sembra quasi invocare una reazione analoga altrui e che appare quindi come una provocazione. Infatti, come reagiremmo se fossimo vittime di una analoga discriminazione?   "Non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te": la regola d'oro non è stata osservata in questo caso.
 I modelli ideali di famiglia che, nella nostra confessione di fede, ci vengono proposti presentano diversi problemi, come chiunque vive in famiglia in genere non ha difficoltà ad ammettere. Essi riguardano tutte le posizioni in cui si può vivere in famiglia, quelle di figli, di coniugi e di genitori. Solo un temperamento di quei modelli nella pratica li rende sostenibili: nella loro versione ideologicamente pura generano di solito varie forme di infelicità. In particolare ciò riguarda la condizione femminile. Ma anche le faccende procreative sono coinvolte. E, dal punto di vista giuridico, c'è una esagerata considerazione dell'importanza dell'atto per così dire contrattuale da cui scaturisce il vincolo coniugale, a scapito delle vicende del rapporto tra i coniugi.
 Ci sono due modi di impostare lo sforzo di realizzare nelle propria vita gli ideali religiosi: uno è quello di cercare di attuare un modello predefinito corrente in religione, l'altro è quello sforzarsi di creare un modello pratico che impersoni una nostra interpretazione di quegli ideali, sinceramente e onestamente perseguiti. Il primo è il modo fondamentalista, il secondo è quello della mediazione. Il primo cerca di adattare la realtà agli ideali, il secondo cerca di fecondare la realtà con i medesimi ideali o, espresso con altra metafora, di agire nella realtà al modo di fermento. Nella pratica della vita famigliare il primo modo genera prima o poi attriti e infelicità, l'altro si presta meglio a soddisfare le esigenze di tolleranza  che consentono ad ogni corpo sociale di funzionare senza incepparsi ad ogni momento per un puntiglio qualunque.
 L'ho osservato altre volte: mi ha sempre stupito l'importanza che si dà a certi precetti di tipo in fondo fondamentalista che riguardano la famiglia, tenendo conto del rilievo scarsissimo che le questioni sulla famiglia hanno nelle Scritture sacre originate dalla vita delle nostre prime comunità di fede, tanto che, ad esempio, quasi nulla o nulla del tutto sappiamo delle famiglie degli apostoli, Paolo di Tarso compreso. La gran parte della nostra ideologia di fede sulla famiglia la ricaviamo, mi pare di aver capito, da quella parte delle Scritture che abbiamo acquisito dall'antico giudaismo. Ma naturalmente non si spingiamo a prendere per modello la poligamia che era praticata dagli antichi israeliti. E, quanto a quella parte delle Scritture che riflette l'esperienza delle nostre prime comunità di fede, cerchiamo di solito di dare un'interpretazione per così dire evolutiva  di certi brani paolini che, con la sensibilità contemporanea, ci appaiono abbastanza misogini. Insomma, la rudezza fondamentalista non mi pare, in genere, caratterizzare le nostre collettività di fede. Essa emerge più che altro quando viene in questione la teologia normativa della nostra fede, che senz'altro non mi pare rifletta più la nostra effettiva pratica religiosa. Alcuni vedono in questo, apocalitticamente, una sorta di grande apostasia; personalmente tendo invece a vedervi solo una evoluzione del costume alla quale, come è sempre accaduto nella nostra storia religiosa, seguirà anche, prima o poi, un adattamento della corrispondente ideologia di fede.
 Concludo osservando che,  se vogliamo essere veramente Chiesa in uscita, secondo i recenti auspici del nostro vescovo e padre universale, dovremmo cercare innanzi tutto di evitare uscite come quella di cui ho scritto all'inizio. Esse infatti, come ho osservato, sembrano essere determinate non dall'intenzione di attrarre  e di coinvolgere,  ma da quella di provocare e di dividere, marcando presunte differenze e disprezzando i diversi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli