Collettività che deludono
Fin dalle origine del
pensiero filosofico dell'Occidente si ebbe consapevolezza che noi siamo esseri viventi sociali e che quindi la
nostra umanità non può essere né
intesa né realizzarsi pienamente al di fuori delle nostre collettività. Il modo
in cui stiamo insieme ci definisce, ci potenzia come individui, ma anche ci
limita. Non solo, quindi, non riusciremmo a sopravvivere separati da una
collettività (lo stesso personaggio Robinson
Cruose del romanzo di Daniel Defoe -
modello dell'uomo separato dalla civiltà, riusciva resistere solo grazie a ciò che della civiltà
era rimasto dal naufragio che lo aveva separato dalle collettività umane) e
nulla di ciò che ci proponiamo di realizzare nella vita può venire alla luce
senza una collaborazione con gli altri, ma è vero anche che i nostri progetti sono fortemente condizionati
dal contesto sociale in cui li costruiamo idealmente e in cui cerchiamo di
attuarli. Insomma, sebbene sicuramente siamo esseri sociali, l'esserlo finisce
sempre, alla fine, per deluderci. Questo, secondo la mia esperienza, è vero
anche in religione.
Per quanto si
supponga che come esseri umani siamo per
natura capaci di esperienze religiose, quindi di cogliere intorno a noi
qualcosa o qualcuno che va oltre le cose del mondo come ci appaiono e come le
sperimentiamo, e questo è un punto tanto importante della nostra fede da
costituirne un dogma, una verità
essenziale e irrinunciabile, la fede intesa come modi di pensare, di fare e di
vivere ci viene insegnata in società
e richiede poi un nostro assenso personale e interiore, una accettazione personale. Una volta all'interno del fatto religioso come
esperienza collettiva, accade che, in misura più o meno importante a seconda
del ruolo che abbiamo nella società in cui viviamo, partecipiamo alla creazione delle parole e degli esempi della
fede che abbiamo ricevuto, interpretandola
nella nostra vita e, in particolare, facendola reagire con essa. Ciò accade
in modo molto evidente in famiglia, nella trasmissione della fede ai nostri
figli. Tuttavia noi pensiamo anche di poter individuare un nucleo centrale di
concezioni e modelli di vita che si sottrae all'incessante mutamento che
caratterizza ogni fatto umano e lo leghiamo a un modo di intendere la nostra
esperienza collettiva di fede per cui essa è insieme qualcosa che fa parte del
nostro mondo e qualcosa che non ne a parte, ma è condotta da potenze
soprannaturali e da esse sottratte alla caducità naturale. Noi stessi, infatti,
pur essendo moltitudine, nelle
concezioni di fede pensiamo di costituire una collettività talmente coesa da
essere assimilabile ad un unico corpo soprannaturale,
a cui pensiamo anche di poter dare un nome, un nome santo perché esprime l'unità indissolubile con l'origine, il
fondamento e la destinazione soprannaturali. Questo comporta che, quando portiamo la fede verso gli altri, portiamo non solo un'ideologia, in
sistema di concezioni, ma noi stessi come collettività unita a quel fondamento soprannaturale,
cercando di coinvolgere gli altri. Ma anche le nostre collettività religiose,
come tutte quelle umane, finiscono
sempre per deludere e ciò anche se incessantemente cerchiamo di capire ciò che
in esse mantiene un legame con il soprannaturale e quindi, sottraendosi al
corso fatale delle cose umane, giustifica le nostre speranze di fede.
Nelle società
contemporanee che sono molto più complesse di quelle in cui è originata e si è
sviluppata la nostra ideologia religiosa, non possiamo dare per scontato che i
modelli sociali secondo i quali storicamente viviamo la nostra fede siano in
assoluto i migliori e gli unici per attuare le nostre idealità religiose. Essi
infatti, sotto diversi aspetti, deludono, creano problemi, e sono in ciò
destinati ad essere superati, come molti altri del passato. Mi riferisco, ad
esempio, al nostro mondo di organizzarci, e innanzi tutto di concepirci, come
collettività di fede. Storicamente, nei duemila anni della nostra esperienza di
collettività religiosa, non c'è stato un unico modello di organizzazione, ma
molti, alcuni coesistenti in certe epoche e altri susseguitisi nella storia. L'aggiornamento
alle esigenze dei tempi nuovi fu la
parola d'ordine che guidò, all'inizio degli anni Sessanta, importanti
cambiamenti nella nostra collettività religiosa.
Ma il nostro vero
problema, come collettività fede, nell'epoca in cui viviamo è che sta venendo
meno, come dire, la materia prima di
cui è fatta la nostra esperienza sociale religiosa. Lo stiamo sperimentando nel
nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, in cui l'adesione delle
generazioni più giovani si sta facendo più difficoltosa, e non da ora ma almeno
da quarant'anni. Questo è un altro dei modi in cui una collettività può deludere.
Gli appelli rimangono inascoltati. A volte pensiamo che ciò dipenda da noi
stessi, dal nostro essere stati poco attivi nel proporci agli altri o troppo
poco perspicaci nel capire le esigenze dei tempi nuovi. Ma nei momenti più cupi
arriviamo a pensare che ciò che accade abbia ragioni più profonde e che, in
particolare, sia la società in cui viviamo che ha perso la capacità e il
desiderio del soprannaturale. La recente esortazione del nostro vescovo e padre
universale, intitolata alla gioia del Vangelo, vuole convincerci che non è
così.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli