giovedì 30 gennaio 2014

Collettività che deludono


Collettività che deludono

 
 Fin dalle origine del pensiero filosofico dell'Occidente si ebbe consapevolezza che noi  siamo esseri viventi sociali e che quindi la nostra umanità non può essere né intesa né realizzarsi pienamente al di fuori delle nostre collettività. Il modo in cui stiamo insieme ci definisce, ci potenzia come individui, ma anche ci limita. Non solo, quindi, non riusciremmo a sopravvivere separati da una collettività (lo stesso personaggio Robinson Cruose  del romanzo di Daniel Defoe - modello dell'uomo separato dalla civiltà, riusciva  resistere solo grazie a ciò che della civiltà era rimasto dal naufragio che lo aveva separato dalle collettività umane) e nulla di ciò che ci proponiamo di realizzare nella vita può venire alla luce senza una collaborazione con gli altri, ma è vero anche che  i nostri progetti sono fortemente condizionati dal contesto sociale in cui li costruiamo idealmente e in cui cerchiamo di attuarli. Insomma, sebbene sicuramente siamo esseri sociali, l'esserlo finisce sempre, alla fine, per deluderci. Questo, secondo la mia esperienza, è vero anche in religione.
 Per quanto si supponga che come esseri umani siamo per natura capaci di esperienze religiose, quindi di cogliere intorno a noi qualcosa o qualcuno che va oltre le cose del mondo come ci appaiono e come le sperimentiamo, e questo è un punto tanto importante della nostra fede da costituirne un dogma, una verità essenziale e irrinunciabile, la fede intesa come modi di pensare, di fare e di vivere ci viene insegnata in società e richiede poi un nostro assenso  personale e interiore, una accettazione personale. Una volta all'interno del fatto religioso come esperienza collettiva, accade che, in misura più o meno importante a seconda del ruolo che abbiamo nella società in cui viviamo, partecipiamo alla creazione delle parole e degli esempi della fede che abbiamo ricevuto, interpretandola nella nostra vita e, in particolare, facendola reagire con essa. Ciò accade in modo molto evidente in famiglia, nella trasmissione della fede ai nostri figli. Tuttavia noi pensiamo anche di poter individuare un nucleo centrale di concezioni e modelli di vita che si sottrae all'incessante mutamento che caratterizza ogni fatto umano e lo leghiamo a un modo di intendere la nostra esperienza collettiva di fede per cui essa è insieme qualcosa che fa parte del nostro mondo e qualcosa che non ne a parte, ma è condotta da potenze soprannaturali e da esse sottratte alla caducità naturale. Noi stessi, infatti, pur essendo moltitudine, nelle concezioni di fede pensiamo di costituire una collettività talmente coesa da essere assimilabile ad un unico corpo soprannaturale, a cui pensiamo anche di poter dare un nome, un nome santo perché esprime l'unità indissolubile con l'origine, il fondamento e la destinazione soprannaturali. Questo comporta che, quando portiamo la fede verso gli altri, portiamo non solo un'ideologia, in sistema di concezioni, ma noi stessi come collettività unita a quel fondamento soprannaturale, cercando di coinvolgere gli altri. Ma anche le nostre collettività religiose, come tutte quelle umane,  finiscono sempre per deludere e ciò anche se incessantemente cerchiamo di capire ciò che in esse mantiene un legame con il soprannaturale e quindi, sottraendosi al corso fatale delle cose umane, giustifica le nostre speranze di fede.
 Nelle società contemporanee che sono molto più complesse di quelle in cui è originata e si è sviluppata la nostra ideologia religiosa, non possiamo dare per scontato che i modelli sociali secondo i quali storicamente viviamo la nostra fede siano in assoluto i migliori e gli unici per attuare le nostre idealità religiose. Essi infatti, sotto diversi aspetti, deludono, creano problemi, e sono in ciò destinati ad essere superati, come molti altri del passato. Mi riferisco, ad esempio, al nostro mondo di organizzarci, e innanzi tutto di concepirci, come collettività di fede. Storicamente, nei duemila anni della nostra esperienza di collettività religiosa, non c'è stato un unico modello di organizzazione, ma molti, alcuni coesistenti in certe epoche e altri susseguitisi nella storia.  L'aggiornamento  alle esigenze dei tempi nuovi fu la parola d'ordine che guidò, all'inizio degli anni Sessanta, importanti cambiamenti nella nostra collettività religiosa.
 Ma il nostro vero problema, come collettività fede, nell'epoca in cui viviamo è che sta venendo meno, come dire, la materia prima di cui è fatta la nostra esperienza sociale religiosa. Lo stiamo sperimentando nel nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica, in cui l'adesione delle generazioni più giovani si sta facendo più difficoltosa, e non da ora ma almeno da quarant'anni. Questo è un altro dei modi in cui una collettività può deludere. Gli appelli rimangono inascoltati. A volte pensiamo che ciò dipenda da noi stessi, dal nostro essere stati poco attivi nel proporci agli altri o troppo poco perspicaci nel capire le esigenze dei tempi nuovi. Ma nei momenti più cupi arriviamo a pensare che ciò che accade abbia ragioni più profonde e che, in particolare, sia la società in cui viviamo che ha perso la capacità e il desiderio del soprannaturale. La recente esortazione del nostro vescovo e padre universale, intitolata alla gioia del Vangelo, vuole convincerci che non è così.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli