lunedì 2 dicembre 2013

Perché proprio il Nazareno?


Perché proprio il Nazareno?

 
 In Hanna e le sue sorelle  (1986), un film del regista statunitense Woody Allen, il protagonista, dopo aver temuto di essere affetto dal cancro e dopo aver saputo, dall'esito di una TAC, di non esserlo, si confronta con il problema, comunque sempre presente, del suo destino mortale e decide di chiedere aiuto a una religione. Cresciuto in una famiglia ebraica,  è diventato agnostico (indifferente rispetto alle questioni religiose e non convinto dell'esistenza del soprannaturale): decide di rivolgersi al cattolicesimo, che gli sembra costituire un porto più sicuro di altre organizzazioni meno strutturate. Si rivolge a un prete, scelto in una chiesa in cui è entrato per caso, il quale cerca di indagare le ragioni della sua richiesta di conversione, ricevendone risposte vaghe. Il protagonista del film vorrebbe sicurezze, ma riceve richieste di impegno e di approfondimento e, in particolare, un mucchio di libri da leggere. Si reca poi in un emporio di articoli religiosi, come quelli che ci sono a Roma nelle vicinanze di piazza S. Pietro e compra un crocifisso con gli occhi che si muovono, una marmellata prodotta da un convento di frati  e altre cose così. Parla con i genitori del suo progetto ed essi, ancora fedeli all'ebraismo sono costernati: crederà nel Nazareno? Risponde loro di sì. "Ma perché proprio nel Nazareno?!",  sbotta la madre, piangendo. Nel film il piano di conversione non ha poi seguito e il protagonista ritorna a invischiarsi nella sua complessa situazione familiare e di lavoro.
 Qualcosa di simile può accadere anche nell'Italia di oggi, alle persone che hanno perso o non hanno mai avuto familiarità con le questioni della religione. Da noi poi c'è la questione della grande rilevanza che si attribuisce al vertice romano e al suo capo, in termini di carisma, vale a dire di capacità di fascinazione delle persone e di fonte di unità emotiva. Così da noi uno può ritenersi una persona religiosa perché vuole bene al Papa.
 Per quanto poi in religione sia effettivamente molto importante cercarsi un maestro, e questa è una cosa che ci deriva di costumi dell'ebraismo del quale abbiamo accettato molti presupposti culturali e, innanzi tutto, le scritture sacre, seguire un maestro non significa ancora essere religiosi, nel senso di persone di fede.
 Seguire la nostra fede comune comporta il conoscere e assimilare una tradizione culturale e una storia ed essere consapevoli delle caratteristiche e dei problemi della nostra collettività religiosa, ma, raggiunto questo traguardo, ancora non si può dire di essere arrivati alla meta. L'altro giorno in televisione ho assistito ad un'intervista ad un noto scrittore italiano antireligioso: la giornalista che gli faceva domande ha notato che la sua biblioteca era zeppa di libri sulla nostra religione!
 Alcuni ricordano che al centro della nostra esperienza religiosa c'è la Parola e questo è certamente vero. Quando però ci cerca di capirla, questa Parola, non si sa bene dove trovarla. La Parola è quello che dice il prete a Messa nell'omelia? Lui ci dice di no: la Parola gli preesiste e lui se ne fa solo tramite, spiegandola al popolo. La Parola è la vocina interiore che sentiamo dentro e che ci fa esitare quando violiamo regole comunitarie, come mi spiegarono da bambino ai tempi del catechismo per la Prima Comunione? Da grande mi hanno detto che non era proprio così.
 La Parola si trova nella Bibbia, ci insegnano, ma, nella concezione cattolica, ci giunge anche da una fonte al di fuori della Bibbia come è ciò che definiamo Tradizione e che riteniamo risalire all'antico insegnamento orale degli apostoli. Ma la Bibbia è un insieme di scritti assai difficile da interpretare, spesso contraddittori, nei quali ognuno, se proprio vuole, può trovare giustificazione sacrale ad ogni suo proposito. E, guardandola un po' più da vicino la Tradizione appare in realtà come un insieme di Tradizioni, non tutte di pari autorevolezza. Di fatto anche i fondatori del Ku Klux Klan, un gruppo razzista ancora diffuso negli Stati Uniti d'America meridionali si avvale di una certa interpretazione della Bibbia e su diverse interpretazioni della Bibbia si fondarono e si fondano civiltà e gruppi violenti, razzisti e xenofobi che non hanno nulla a che fare con il cattolicesimo contemporaneo. E, infine, nella storia del cattolicesimo, i peggiori crimini contro l'umanità, secondo la concezione contemporanea, furono giustificati su fondamento biblico.
 Infine: seguire il nostro antico Maestro, il Nazareno. Questo sembra risolvere ogni dubbio. Ma poi si ricade nell'obiezione dei genitori del protagonista del film di Allen: perché proprio lui? Egli è tra noi, riteniamo religiosamente, nella prospettiva della fede, non come le altre persone ci vedono accanto. Non lo vediamo. Se pensiamo di aver udito interiormente la sua voce, dobbiamo stare attenti a non esserci ingannati, perché l'emotività, e lo spirito umano ne è pieno, gioca brutti scherzi.
 A volte mi pare che si pretenda dalla fede religiosa un effetto per così dire magico, di risoluzione di tutti i problemi per azione dall'alto. Ma non è così che accade. Confidare nel nostro soprannaturale non aumenta statisticamente le possibilità di farcela. Noi possiamo stampare "In God we trust" (=confidiamo in Dio), sulle banconote, come nel dollaro statunitense, o incidere "Gott mit uns" (=Dio è con noi) sui cinturoni delle truppe, come si fece nella Germania nazista, o farne il motto di una dinastia sovrana, come fecero gli imperatori tedeschi, ma ciò non darà automaticamente successo ad ogni nostra impresa e ad ogni nostro proposito.
 La fede religiosa, nella nostra concezione, per come ritengo di aver capito, nasce da un movente interiore a contatto con una collettività che custodisce una tradizione con una storia e uno sviluppo. Ad un certo momento ci si sente come chiamati, ma questo è solo l'inizio. Tutto è più facile quando si cresce da piccoli in un ambiente religioso e non si perdono i contatti con esso. Ma anche in questo caso viene il momento in cui si approfondisce la fede ricevuta, riscoprendola nelle varie età della vita e a seconda dei livelli di conoscenza raggiunti. Nella mia esperienza la fede richiede impegno e un certo numero di atti di coraggio, innanzi tutto per sviluppare nella propria interiorità una sguardo soprannaturale, un senso delle realtà ultime, che si acquisisce e si perfeziona a contatto con gli altri intorno a noi, sviluppando quell'amore/agàpe (la benevolenza che c'è in un convito festoso) che è essenziale nella nostra concezione religiosa. Non si tratta di un farsi trascinare o illudere  dagli altri, perché, in religione, viene richiesto di sviluppare quella abilità particolare che si chiama discernimento e che si attua nella propria coscienza. E' un lavoro, quello del discernimento, di individuare ciò che è bene e ciò che è male, che non conosce sosta nella vita di una persona di fede e si esercita sia su se stessi, sia riguardo a chi ci sta intorno, sia riguardo a ciò che apprendiamo della storia e del mondo e, infine, anche riguardo alla nostra stessa religiosità personale e collettiva. Fondare le basi interiori e culturali della capacità di discernimento  è il principale obbiettivo della formazione specificamente religiosa. Questa capacità è assolutamente indispensabile e non può essere sostituita, ad esempio, dalla disponibilità all'obbedienza ai superiori. Infatti in coscienza siamo tenuti ad obbedire solamente ai comandi che sono manifestazione del bene e questo richiede una scelta  con responsabilità personale basata, appunto, quel lavoro di discernimento.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli