Perché proprio il Nazareno?
In Hanna e le sue sorelle (1986), un film del regista statunitense Woody
Allen, il protagonista, dopo aver temuto di essere affetto dal cancro e dopo
aver saputo, dall'esito di una TAC, di non esserlo, si confronta con il
problema, comunque sempre presente, del suo destino mortale e decide di
chiedere aiuto a una religione. Cresciuto in una famiglia ebraica, è diventato agnostico (indifferente rispetto
alle questioni religiose e non convinto dell'esistenza del soprannaturale):
decide di rivolgersi al cattolicesimo, che gli sembra costituire un porto più
sicuro di altre organizzazioni meno strutturate. Si rivolge a un prete, scelto
in una chiesa in cui è entrato per caso, il quale cerca di indagare le ragioni
della sua richiesta di conversione, ricevendone risposte vaghe. Il protagonista
del film vorrebbe sicurezze, ma riceve richieste di impegno e di
approfondimento e, in particolare, un mucchio di libri da leggere. Si reca poi
in un emporio di articoli religiosi, come quelli che ci sono a Roma nelle
vicinanze di piazza S. Pietro e compra un crocifisso con gli occhi che si
muovono, una marmellata prodotta da un convento di frati e altre cose così. Parla con i genitori del
suo progetto ed essi, ancora fedeli all'ebraismo sono costernati: crederà nel
Nazareno? Risponde loro di sì. "Ma
perché proprio nel Nazareno?!", sbotta la madre, piangendo. Nel film il piano
di conversione non ha poi seguito e il protagonista ritorna a invischiarsi
nella sua complessa situazione familiare e di lavoro.
Qualcosa di simile
può accadere anche nell'Italia di oggi, alle persone che hanno perso o non
hanno mai avuto familiarità con le questioni della religione. Da noi poi c'è la
questione della grande rilevanza che si attribuisce al vertice romano e al suo
capo, in termini di carisma, vale a dire di capacità di fascinazione delle
persone e di fonte di unità emotiva. Così da noi uno può ritenersi una persona
religiosa perché vuole bene al Papa.
Per quanto poi in
religione sia effettivamente molto importante cercarsi un maestro, e questa è una cosa che ci deriva di costumi
dell'ebraismo del quale abbiamo accettato molti presupposti culturali e,
innanzi tutto, le scritture sacre, seguire un maestro non significa ancora
essere religiosi, nel senso di
persone di fede.
Seguire la nostra
fede comune comporta il conoscere e assimilare una tradizione culturale e una
storia ed essere consapevoli delle caratteristiche e dei problemi della nostra
collettività religiosa, ma, raggiunto questo traguardo, ancora non si può dire
di essere arrivati alla meta. L'altro giorno in televisione ho assistito ad
un'intervista ad un noto scrittore italiano antireligioso: la giornalista che
gli faceva domande ha notato che la sua biblioteca era zeppa di libri sulla
nostra religione!
Alcuni ricordano che
al centro della nostra esperienza religiosa c'è la Parola e questo è certamente vero. Quando però ci cerca di capirla,
questa Parola, non si sa bene dove trovarla. La Parola è quello che dice il
prete a Messa nell'omelia? Lui ci dice di no: la Parola gli preesiste e lui se
ne fa solo tramite, spiegandola al popolo. La Parola è la vocina interiore che sentiamo dentro e che ci fa esitare quando
violiamo regole comunitarie, come mi spiegarono da bambino ai tempi del
catechismo per la Prima Comunione? Da grande mi hanno detto che non era proprio
così.
La Parola si trova nella
Bibbia, ci insegnano, ma, nella concezione cattolica, ci giunge anche da una
fonte al di fuori della Bibbia come è ciò che definiamo Tradizione e che
riteniamo risalire all'antico insegnamento orale degli apostoli. Ma la Bibbia è
un insieme di scritti assai difficile da interpretare, spesso contraddittori,
nei quali ognuno, se proprio vuole, può trovare giustificazione sacrale ad ogni
suo proposito. E, guardandola un po' più da vicino la Tradizione appare in
realtà come un insieme di Tradizioni,
non tutte di pari autorevolezza. Di fatto anche i fondatori del Ku Klux Klan, un gruppo razzista ancora
diffuso negli Stati Uniti d'America meridionali si avvale di una certa
interpretazione della Bibbia e su diverse interpretazioni della Bibbia si
fondarono e si fondano civiltà e gruppi violenti, razzisti e xenofobi che non
hanno nulla a che fare con il cattolicesimo contemporaneo. E, infine, nella
storia del cattolicesimo, i peggiori crimini contro l'umanità, secondo la
concezione contemporanea, furono giustificati
su fondamento biblico.
Infine: seguire il
nostro antico Maestro, il Nazareno. Questo sembra risolvere ogni dubbio. Ma poi
si ricade nell'obiezione dei genitori del protagonista del film di Allen: perché proprio lui? Egli è tra noi, riteniamo
religiosamente, nella prospettiva della fede, non come le altre persone ci
vedono accanto. Non lo vediamo. Se pensiamo di aver udito interiormente la sua
voce, dobbiamo stare attenti a non esserci ingannati, perché l'emotività, e lo
spirito umano ne è pieno, gioca brutti scherzi.
A volte mi pare che
si pretenda dalla fede religiosa un effetto per così dire magico, di risoluzione di tutti i problemi per azione dall'alto. Ma
non è così che accade. Confidare nel
nostro soprannaturale non aumenta statisticamente le possibilità di farcela. Noi possiamo stampare "In God we trust" (=confidiamo in
Dio), sulle banconote, come nel dollaro statunitense, o incidere "Gott mit uns" (=Dio è con noi)
sui cinturoni delle truppe, come si fece nella Germania nazista, o farne il
motto di una dinastia sovrana, come fecero gli imperatori tedeschi, ma ciò non
darà automaticamente successo ad ogni
nostra impresa e ad ogni nostro proposito.
La fede religiosa,
nella nostra concezione, per come ritengo di aver capito, nasce da un movente interiore a contatto con una
collettività che custodisce una tradizione con una storia e uno sviluppo. Ad un
certo momento ci si sente come chiamati,
ma questo è solo l'inizio. Tutto è più facile quando si cresce da piccoli in un
ambiente religioso e non si perdono i contatti con esso. Ma anche in questo
caso viene il momento in cui si approfondisce la fede ricevuta, riscoprendola
nelle varie età della vita e a seconda dei livelli di conoscenza raggiunti. Nella
mia esperienza la fede richiede impegno e un certo numero di atti di coraggio,
innanzi tutto per sviluppare nella propria interiorità una sguardo
soprannaturale, un senso delle realtà ultime, che si acquisisce e si perfeziona
a contatto con gli altri intorno a noi, sviluppando quell'amore/agàpe (la
benevolenza che c'è in un convito festoso) che è essenziale nella nostra
concezione religiosa. Non si tratta di un farsi trascinare o illudere dagli altri, perché, in religione, viene
richiesto di sviluppare quella abilità particolare che si chiama discernimento e che si attua nella
propria coscienza. E' un lavoro, quello del discernimento,
di individuare ciò che è bene e ciò che è male, che non conosce sosta nella
vita di una persona di fede e si esercita sia su se stessi, sia riguardo a chi
ci sta intorno, sia riguardo a ciò che apprendiamo della storia e del mondo e,
infine, anche riguardo alla nostra stessa religiosità personale e collettiva.
Fondare le basi interiori e culturali della capacità di discernimento è il
principale obbiettivo della formazione specificamente religiosa. Questa
capacità è assolutamente indispensabile e non può essere sostituita, ad
esempio, dalla disponibilità all'obbedienza
ai superiori. Infatti in coscienza siamo tenuti ad obbedire solamente ai comandi che sono manifestazione del bene e
questo richiede una scelta con responsabilità personale basata, appunto,
quel lavoro di discernimento.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli