domenica 1 dicembre 2013

Impegno sociale, buone opere e giustificazione


Impegno sociale, buone opere e giustificazione
 
 Nel libretto di catechismo, una versione semplificata del Catechismo del papa Pio 10° (diffuso dal 1905) elaborata nel 1930, durante l'epoca della compromissione con il  regime fascista, sul quale mi preparai, negli anni '60, per la Prima Comunione e la Cresima, che all'epoca si facevano durante gli anni delle scuole elementari e insieme, non c'è traccia dell'impegno sociale che dalla fine dell'Ottocento aveva caratterizzato quel complesso di insegnamenti del magistero che chiamiamo dottrina sociale della Chiesa. Eppure l'azione di massa del laicato cattolico in Italia da tempo si era dispiegata con manifestazioni imponenti a sostegno della democrazia sorta dopo la caduta del regime mussoliniano. Ma questo veniva considerato parte dei doveri religiosi solo da una parte del laicato e del clero, in particolare da coloro che partecipavano all'Azione Cattolica. Non si riteneva, evidentemente, di dovervi accennare nel corso della prima iniziazione religiosa, che per la maggior parte delle persone rimaneva poi l'unica  iniziazione religiosa. Io capii che era importante non peccare, non trasgredire alle regole che erano scritte sul testo e confermate dai sacerdoti, perché altrimenti si rischiava un castigo eterno:
16. I cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale, che cosa meritano?
I  cattivi che non servono Dio e muoiono in peccato mortale meritano l'inferno.
19. Perche Dio Premia i  buoni e castiga i cattivi?
Dio premia i buoni e castiga i cattivi perché è la giustizia infinita.
[Si trattava di un catechismo a domande e riposte. Ogni domanda era distinta da un numero d'ordine. Nell'edizione per ragazzi aveva 179 domande].
  A lungo la prospettiva di doversi meritare il Paradiso fu presentata come il fine principale dell'agire del laico nella società del suo tempo. In teologia i discorsi che si facevano era naturalmente molto più raffinati, ma quest'argomento aveva un suo peso anche lì. Come ci si merita  la salvezza eterna? Lo spiega in termini semplice la preghiera Atto di speranza, la cui formulazione ho letto risalire alla teologia del Concilio di Trento - 1545/1563 (che tutti imparavano fin dalla prima iniziazione alla fede):
Mio Dio,
spero dalla tua bontà,
per le tue promesse
e per i meriti
di Gesù Cristo nostro Salvatore
la vita eterna
e le grazie necessarie per meritarla
con le buone opere che io debbo e voglio fare.
Signore, che io possa goderti in eterno.
 Questa idea che con le opere ci si dovesse meritare la beatitudine eterna fu oggetto di aspra controversia nel Cinquecento e portò addirittura allo scisma d'Occidente, tra i cattolici e le Chiese sorte dalla riforma luterana. L'occasione della disputa, che ebbe presto risvolti drammatici e successivamente assai sanguinosi, fu la pretesa della gerarchia cattolica di avere il potere di condonare le penitenze necessarie per riparare i peccati commessi e anche di sostituire opere di penitenza con un equivalente pecuniario, concedendo indulgenze, vale a dire sconti di opere di  penitenza, validi per i viventi e per i morti che si trovavano in Purgatorio. A Roma si aveva necessità di soldi per costruire la basilica di San Pietro in Vaticano e quindi si bandì questo tipo di indulgenza contro pagamento pecuniario. Presto le discussioni si estesero al problema più generale se ci si salvasse per decisione amorevole soprannaturale o per i meriti acquisiti con le proprie opere.
 I principi delle nuove idee di Martin Lutero e dei suoi seguaci vennero esposti in un documento detto Confessio Augustana (=il credo di Augusta - città della Baviera oggi denominata in tedesco Ausburg), nel 1530. Secoli di inimicizia e stragi e poi, il 31 ottobre del 1999, proprio ad Ausburg, la Federazione Luterana Mondiale e la Chiesa cattolica romana hanno firmato una dichiarazione nella quale si afferma un consenso tra le due Chiese sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione, di come avviene che ci si salvi e si acceda alla vita eterna. Nell'inviare a  Ginevra, sede della Federazione Luterana Mondiale, e  a Roma il  documento condiviso, i negoziatori delle due parti hanno scritto:
"E non solo lo abbiamo soltanto affermato, ce ne siamo rallegrati e lo abbiamo celebrato poiché, con l'aiuto di Dio, e sebbene non abbiamo ancora raggiunto la meta finale, ci è stato possibile pervenire ad una tappa importante nel nostro pellegrinaccio verso la piena unità visibile. Ci siamo tesi la mano, e non ci allontaneremo più gli uni dagli altri."
 Nella parte più importante di quel documento è scritto:
"…la giustificazione significa che Cristo stesso è la nostra giustizia, alla quale partecipiamo, secondo la volontà del Padre, per mezzo dello Spirito Santo. Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell'opera salvifica di Cristo, noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere".
 Il Concilio di Trento, poco dopo lo scisma, giunse praticamente alle stesse conclusioni. La tragica rottura, per quello che ho capito, non fu veramente determinata da differenze ideali, ma fondamentalmente  da questioni di potere e di prestigio. A Roma c'era in questione l'orgoglio principesco che ancora ci urla dal frontale della basilica vaticana, nell'epigrafe che ricorda uno dei sovrani romani che posero mano alla sua edificazione.
 Sistemata la questione per ciò che concerne il destino eterno, si pone il problema di che valore dare a ciò che si fa qui, durante la vita terrena. Ai laici oggi è richiesto qualcosa di più che non fare peccato, pregare e partecipare alle liturgie collettive. Si vuole che essi siano attivi nella società in cui vivono, in difesa della fede, ma non solo: anche per la promozione dei valori di fede nel mondo in cui vivono, per rinnovare il mondo in cui vivono. Durante la grande congregazione dei nostri capi religiosi della prima metà degli anni '60 è stata riconosciuta ai laici una specifica competenza in materia.  Nei secoli passati essa era riconosciuta solo alle dinastie sovrane con le quali i nostri capi religiosi stringevano accordi e alle quali, in virtù di questi accordi, veniva accordata, in vari modi e forme, una dignità particolare. In tempi di democrazia, quindi di sovranità popolare e di uguaglianza in dignità, quella competenza è stata riconosciuta, all'esito di un processo storico piuttosto travagliato durato più di un secolo, a tutti i fedeli laici, naturalmente nei vari campi e nei limiti in cui essa realmente si manifesta. Ciò che si fa nella società come laici di fede ha oggi un valore specificamente religioso. Non è più un campo che deve essere tenuto fuori delle nostre chiese nel quadro di una sorta di regolamento condominiale di competenze tra sovrani civili e sovrani religiosi per l'esercizio del potere sui popoli sottoposti. Ed è un lavoro che richiede una specifica preparazione, che non è solo quella professionale, profana, l'abilità nelle arti,  mestieri, tecniche, scienze e attività sociali in cui si articola la vita collettiva delle nazioni in cui si vive, ma è anche propriamente religiosa e in parte si costruisce nel dialogo con il magistero, recependone gli insegnamenti nei campi in cui si svolge la sua autorità,  e in altra parte nell'autoformazione tra credenti e nel dialogo nella e con la società in cui si vive. Tutto questo non si fa per meritare la vita eterna, ma per manifestare la propria fede e diffonderla radunando le genti nell'amore/agàpe, secondo la missione ricevuta: la nostra fede, se non si esprime anche in azione verso e per gli altri,  è come morta.
 "I laici devono assumere il rinnovamento dell'ordine temporale come compito proprio e, in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio" [Decreto Apostolicam actuositatem (=l'attività di apostolato) sull'apostolato del laici - approvata il 18-11-65 durante il Concilio Vaticano 2° - 1962/1966].
 L'Azione Cattolica, dalla fine degli anni '60, è particolarmente impegnata nell'opera di formazione per un lavoro come quello. Essa non è impegnata direttamente, come associazione di laici,  nel rinnovamento del mondo: lo sono i   laici che la compongono che già vivono e lavorano nell'ordine temporale. L'associazione è uno spazio di formazione e di dialogo, per aiutarsi insieme a capire i segni dei tempi, a discernere le opportunità di bene che l'epoca presente offre, a prendere impegni e ad acquisire e migliorare le competenze che sono richieste in relazione alla finalità che ci si propone di raggiungere.
 All'inizio della dottrina sociale della Chiesa, nell'Ottocento, ai laici veniva al più richiesto di attuare fedelmente  le direttive dei loro capi religiosi e, in particolare, quelle provenienti dal vertice romano. Riconoscere ai laici una speciale competenza nell'ideazione, oltre che nell'attuazione, dell'azione sociale ha richiesto alla nostra gerarchia religiosa una conquista culturale che infine è venuta, ma dopo una storia travagliata e dolorosa. Essa è stata coeva con l'accettazione dei valori democratici, quindi della democrazia non solo come metodo per prendere decisioni collettive su base maggioritaria, ma anche come sistema di principi fondato sulla pari dignità degli esseri umani e sulla libertà di coscienza e di manifestazione del pensiero. E' stata una conquista piuttosto recente per la Chiesa cattolica e di quando in quando viene ancora messa in discussione. Ogni nuova generazione la deve quindi fare propria, prendendo coscienza di ciò su cui  essa è fondata, del processo storico in cui essa si è inserita    e dei conseguenti impegni personali. Non è un lavoro che si può fare da soli: ecco il senso dell'associarsi nell'Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli