giovedì 19 dicembre 2013

L'illusione del ritorno alle origini


L'illusione del ritorno alle origini

 
Una delle vie che si seguono quando si vuole liberare la nostra vita religiosa collettiva dalle incrostazioni lasciate dai molti compromessi che si raggiungono con la società del tempo in cui si vive è quella del ritorno alle origini, ai primi tempi delle nostre collettività di fede o, addirittura, ai tempi in cui il Nazareno viveva nell'umanità, come essere umano tra gli altri esseri umani. Per come la vedo io, ciò è impossibile. Non è guardando al passato che si potrà rigenerare la nostra esperienza religiosa.
 Innanzi tutto su quei tempi che si vorrebbe prendere a modello sappiamo troppo poco e quello che sappiamo è stato mediato da una ideologia teologica che è posteriore da alcuni decenni ad alcuni secoli.
 In secondo luogo la teologia contenuta nella Tradizione, che è al fondamento della nostra attuale dottrina, si è formata in gran parte tra il quarto e il quinto secolo della nostra era (con i concili ecumenici di Nicea - 325-, Costantinopoli - 381, Efeso -431- e Calcedonia - 451) quando la nostra fede diventò il fondamento dell'impero mediterraneo, in particolare dopo l'editto di Tessalonica (380 degli imperatori Teodosio, Graziano e Valentiniano 2°, che impose la nostra fede come unica religione e come ideologia dell'impero, vietandone la variante ariana (da Ario, monaco del 3° secolo: sosteneva che la natura di Cristo fosse inferiore a quella di Dio Padre e che Cristo fosse la prima della creature di Dio)  e vietando gli antichi e preesistenti culti politeistici greco-romani. Non disponiamo quindi di una dottrina in grado di consentirci di vivere la fede come ai primi tempi.
 In terzo luogo, le concezioni religiose dei primi tempi, in particolare l'attesa di una imminente fine del mondo e di un giudizio finale prossimo, contrastano con la lunga esperienza storica della nostra collettività di fede, la quale, a partire dal secondo/terzo secolo, costruì teologie che davano una giustificazione della situazione così come si era venuta presentando, del fatto che il mondo non finiva, e che, evolvendosi, videro nella nuova civiltà derivata dall'assunzione della nostra fede come ideologia civile dell'impero la manifestazione dei tempi nuovi. Questa teologia è al fondo della dottrina che ancora oggi è insegnata e ha influenzato profondamente la struttura organizzativa della nostra collettività religiosa, nella quale, specialmente nel suo vertice romano, sono ancora evidentissimi i richiami all'autorità imperiale al modo in cui essa si manifestava nel quinto secolo.
 Si tratta di problemi che non riguardano solo i teologi. Vanno risolti nella concretezza della vita di ciascun fede e di ciascuna collettività. I teologi, per varie ragioni, oggi non ci possono dare soluzioni valide. Essi saranno chiamati a posteriori, quindi dopo,  a dare una spiegazione razionale, secondo il metodo loro proprio, di quelle esperienze che le nostre collettività religiose attueranno per mantenere viva la fede nelle nostre società e che saranno considerate compatibili con l'idea di una continuità dell'unica fede, quindi che non si presenteranno come una rottura della tradizione apostolica. Nella nostra esperienza religiosa, contrariamente a ciò che solitamente si ritiene, la pratica è sempre venuta prima della teoria, il fare prima del pensare. Nel caso specifico della nostra confessione religiosa, il pensiero teologico soffre inoltre di vari impedimenti formali derivanti da divieti dell'autorità, che sono particolarmente efficaci per i teologi che appartengono al clero,  i quali sono molta parte (anche se non più la quasi totalità) dei teologi. Questi divieti formali, impartiti con atti d'autorità, hanno inciso molto negativamente nello sviluppo del moto di riforma attuato a partire dalla metà degli scorsi anni Sessanta. La situazione attuale è che non disponiamo di una cultura teologica, diffusa nelle masse dei fedeli, che consenta di rendere ragione della grande influenza che ancora la nostra fede ha nella società del nostro tempo e che, ad esempio, ha portato all'inclusione di principi specificamente religiosi nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. E che consenta di spiegare e giustificare il passaggio della nostra fede dalle mani dei sovrani civili federati con quelli religiosi a quelle dei popoli, almeno nelle società di democrazia popolare avanzata. Di fatto tutti i  discorsi che in Occidente si fanno sulla dignità della persona umana hanno, a ben vedere, specifico, anche se non esplicito, fondamento nella nostra fede religiosa. Eppure, nella considerazione di larga parte della teologia approvata dalla nostre autorità religiose, viviamo in un mondo secolarizzato  e anti-religioso. L'esperienza propriamente religiosa dei popoli non viene più riconosciuta come tale dall'autorità religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli.