L'illusione del ritorno alle origini
Una delle vie che si seguono quando si vuole liberare la
nostra vita religiosa collettiva dalle incrostazioni lasciate dai molti
compromessi che si raggiungono con la società del tempo in cui si vive è quella
del ritorno alle origini, ai primi tempi delle nostre collettività di fede o,
addirittura, ai tempi in cui il Nazareno viveva nell'umanità, come essere umano
tra gli altri esseri umani. Per come la vedo io, ciò è impossibile. Non è
guardando al passato che si potrà rigenerare la nostra esperienza religiosa.
Innanzi tutto su quei
tempi che si vorrebbe prendere a modello sappiamo troppo poco e quello che
sappiamo è stato mediato da una ideologia teologica che è posteriore da alcuni
decenni ad alcuni secoli.
In secondo luogo la
teologia contenuta nella Tradizione, che è al fondamento della nostra attuale
dottrina, si è formata in gran parte tra il quarto e il quinto secolo della
nostra era (con i concili ecumenici di Nicea - 325-, Costantinopoli - 381,
Efeso -431- e Calcedonia - 451) quando la nostra fede diventò il fondamento
dell'impero mediterraneo, in particolare dopo l'editto di Tessalonica (380
degli imperatori Teodosio, Graziano e Valentiniano 2°, che impose la nostra
fede come unica religione e come ideologia dell'impero, vietandone la variante ariana (da Ario, monaco del 3° secolo:
sosteneva che la natura di Cristo fosse inferiore a quella di Dio Padre e che
Cristo fosse la prima della creature di Dio)
e vietando gli antichi e preesistenti culti politeistici greco-romani.
Non disponiamo quindi di una dottrina in grado di consentirci di vivere la fede
come ai primi tempi.
In terzo luogo, le
concezioni religiose dei primi tempi, in particolare l'attesa di una imminente
fine del mondo e di un giudizio finale prossimo, contrastano con la lunga
esperienza storica della nostra collettività di fede, la quale, a partire dal
secondo/terzo secolo, costruì teologie che davano una giustificazione della
situazione così come si era venuta presentando, del fatto che il mondo non
finiva, e che, evolvendosi, videro nella nuova civiltà derivata dall'assunzione
della nostra fede come ideologia civile dell'impero la manifestazione dei tempi
nuovi. Questa teologia è al fondo della dottrina che ancora oggi è insegnata e
ha influenzato profondamente la struttura organizzativa della nostra
collettività religiosa, nella quale, specialmente nel suo vertice romano, sono
ancora evidentissimi i richiami all'autorità imperiale al modo in cui essa si
manifestava nel quinto secolo.
Si tratta di problemi
che non riguardano solo i teologi. Vanno risolti nella concretezza della vita
di ciascun fede e di ciascuna collettività. I teologi, per varie ragioni, oggi
non ci possono dare soluzioni valide. Essi saranno chiamati a posteriori,
quindi dopo, a dare una spiegazione razionale, secondo il
metodo loro proprio, di quelle esperienze che le nostre collettività religiose
attueranno per mantenere viva la fede nelle nostre società e che saranno
considerate compatibili con l'idea di una continuità dell'unica fede, quindi
che non si presenteranno come una rottura
della tradizione apostolica. Nella nostra esperienza religiosa, contrariamente a
ciò che solitamente si ritiene, la pratica è sempre venuta prima della teoria, il fare
prima del pensare. Nel caso specifico
della nostra confessione religiosa, il pensiero teologico soffre inoltre di
vari impedimenti formali derivanti da divieti dell'autorità, che sono
particolarmente efficaci per i teologi che appartengono al clero, i quali sono molta parte (anche se non più la
quasi totalità) dei teologi. Questi divieti formali, impartiti con atti
d'autorità, hanno inciso molto negativamente nello sviluppo del moto di riforma
attuato a partire dalla metà degli scorsi anni Sessanta. La situazione attuale
è che non disponiamo di una cultura teologica, diffusa nelle masse dei fedeli,
che consenta di rendere ragione della grande influenza che ancora la nostra
fede ha nella società del nostro tempo e che, ad esempio, ha portato
all'inclusione di principi specificamente religiosi nella Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione Europea. E che consenta di spiegare e giustificare il
passaggio della nostra fede dalle mani dei sovrani civili federati con quelli
religiosi a quelle dei popoli, almeno nelle società di democrazia popolare
avanzata. Di fatto tutti i discorsi che
in Occidente si fanno sulla dignità della
persona umana hanno, a ben vedere, specifico, anche se non esplicito,
fondamento nella nostra fede religiosa. Eppure, nella considerazione di larga
parte della teologia approvata dalla nostre autorità religiose, viviamo in un
mondo secolarizzato e anti-religioso.
L'esperienza propriamente religiosa dei popoli non viene più riconosciuta
come tale dall'autorità religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.