mercoledì 18 dicembre 2013

Capire per crescere


Capire per crescere

  Quando in religione ci si propone di essere missionari significa che si vuole far crescere la nostra collettività di fede: infatti la missione, come la si intende tra di noi, consiste propriamente in questo, non tanto nel produrre certezze, o comunque convinzioni, intellettuali sul soprannaturale e sul suo influsso sulle cose umane. L'aspetto sociale è dunque molto importante per quel lavoro che si vuole fare. E' per questo che si sottolinea tanto che l'annuncio di fede deve essere dato da testimoni credibili. Non è però tanto noi stessi che nell'annunciare proponiamo agli altri a prova della bontà di ciò che proclamiamo, dico noi come singole persone, ma noi in quanto, aderendo a certi imperativi etici che originano dalla collettività in cui si sono formati le nostre convinzioni di fede, dimostriamo che la  nostra fede sorregge una vita collettiva  "buona", che in quanto tale è desiderabile, perché non lascia più soli con sé medesimi, con le angosce della propria esistenza e, innanzi tutto, con quella dell'inevitabile declino personale e della propria fine come individui. Tutto il resto viene dopo e intendo riferirmi in particolare alla dottrina  della fede. Essa infatti, nei due millenni della nostra confessione religiosa, ha subito moltissimi adattamenti, ma c'è di più, per come la vedo io: essa può essere vista realisticamente come un prodotto sociale, innanzi tutto per come è stata ideata e imposta.
 Del resto la realtà soprannaturale che la dottrina intende spiegare non è nella nostra disponibilità (altrimenti sarebbe essa stessa una nostra creazione): si tenta di parlarne sulla base dell'esperienza di fede che collettivamente ne abbiamo fatto, in questo consiste in sostanza la tradizione di fede, ma sempre si deve riconoscere ed in effetti si riconosce l'insufficienza del linguaggio umano, perché essa è, in fondo, ineffabile, vale a dire che non può mai essere totalmente, definitivamente e compiutamente espressa con parole umane.  E, in effetti, le principali verità della nostra fede sono anche dette misteri.
 Pensare di ottenere risultati missionari limitandosi ad annunciare o a proclamare, pubblicamente enunciati della nostra dottrina di fede, ad esempio "Dio ti ama!" o "Gesù ti salva!", è illusorio.  Possiamo serenamente riconoscere di avere avuto conferme per così dire sperimentali di ciò. In un certo senso però  è abbastanza facile organizzare un'attività missionaria "proclamatoria", ma i risultati poi non vengono o, comunque, sono molto inferiori alle attese, anche se la proclamazione dà indubbiamente una certa gratificazione collettiva a chi la fa. Essa può servire a cementare l'identità sociale degli annunciatori, perché indubbiamente è bello fare insieme le cose della nostra fede: il fascino delle nostre liturgie religiose consiste proprio in questo.
  Naturalmente si può anche pensare che, fatto l'annuncio, poi subentri una qualche azione soprannaturale per cui alla gente che l'ha ricevuto si aprano gli occhi e le orecchie ed essa rimanga effettivamente coinvolta, a prescindere da ogni nostro altro sforzo. Penso che qualcosa del genere realmente avvenga e questo spiega tante conversioni e ritorni inattesi. Però, se è vero che in fin dei conti siamo stati mandati, direi lanciati,  verso tutte le genti del mondo, verso tutto il genere umano, quindi non solo nello spazio ma anche nella storia, per radunarlo in un solo popolo animato da principi e sentimenti religioso, penso che il nostro ruolo debba essere qualcosa di più del farsi megafoni dottrinari, ed in effetti così, qualcosa di più di questo,  è stato sempre inteso. Infatti i grandi annunciatori religiosi della nostra fede hanno sempre proposto, impersonandoli, esempi di vita di fede: pensiamo, ad esempio, a Francesco d'Assisi.
 L'aspetto  sociale del lavoro missionario rende indispensabile, credo, tre azioni preparatorie: la prima consiste nel cercare di capire realisticamente la società destinataria del messaggio di fede, la seconda  strutturare una vita collettiva che si manifesti come buona per quella società, la terza è di disporre di una dottrina che esprima l'esperienza di fede che si traduce in quella vita buona.
 In un certo senso, in Italia siamo attualmente un po' carenti in tutti e tre quegli aspetti propedeutici al lavoro missionari vero e proprio.
 Nei confronti della società del nostro tempo, talvolta, o si dispera di poterla redimere, assumendo quindi un atteggiamento di pregiudiziale rifiuto e richiedendo a chi si avvicina alla nostra collettività di separarsene, o si ha troppa fiducia nelle sue potenzialità religiose, a prescindere da un lavoro di mediazione e di inculturazione che storicamente bisogna sempre riprendere da capo di generazione in generazione e di ambiente in ambiente, ritenendo che essa sia giù pronta, così com'è, a ricevere il nostro messaggio di fede, perché gli esseri umani sono, in fondo, tutti buoni, come noi intendiamo che si possa e si debba esserlo.
 Per quanto poi riguarda gli esempi di vita buona collettiva, tendiamo a proporre modelli molto distanti da quelli correntemente attuati nelle loro vite dai fedeli, con il risultato di apparire ipocriti.
 Per quanto infine riguarda la dottrina, nella nostra confessione religiosa sappiamo bene che essa è prodotta, ideata e diffusa come legge,  dalle nostre autorità religiose, così come  è stato fin da epoca molto prossima alle origini, dallo strutturarsi in un episcopato monarchico, costituendo questo un tratto fortemente caratterizzante della nostra esperienza religiosa, e non solo della nostra confessione, ma anche in altre confessioni che si richiamano all'insegnamento del Nazareno, ed essa, la dottrina, tende prevalentemente a imporsi sull'esperienza religiosa dei fedeli, appunto al modo di una legge,  invece che esserne anche vivificata e in qualche modo addirittura illuminata.  Non è solo cosa dei nostri giorni: più  o meno è stato sempre così e ciò spiega i problemi di tipo dottrinario che ebbero molte figure di rilievo della nostra religione alle quali, ma a posteriori, venne riconosciuta la santità, quindi l'esemplarità di vita.
 Risolvere i problemi ai quali ho accennato non è alla nostra portata, come collettività religiosa di prossimità stanziata in un quartiere periferico della Roma di oggi.
 Quando il nostro vescovo e padre universale, nel suo recente documento sulla gioia della fede e quindi anche sulla gioia della missione, ha accennato alla necessità di una riforma della nostra collettività di fede, ha manifestato chiaramente che il lavoro che c'è da fare è molto, molto impegnativo. E non è, la sua,  una estemporanea intuizione personale, ma, per le drammatiche circostanze che hanno determinato la sua elezione al supremo ministero, una gravissima crisi al vertice romano della nostra organizzazione religiosa, attualmente ancora molto centralizzata intorno a tale struttura, e per l'approfondito dibattito che, come è trapelato, ha coinvolto i componenti di quella sorta di senato di esponenti di vertice del nostro clero venuti da tutto il mondo che è il Conclave, deve ritenersi una convinzione largamente condivisa dalle nostre autorità religiose, dalla gerarchia.
 Quello su cui si può lavorare nella nostra dimensione di quartiere è di cercare di farci una rappresentazione realistica della società in cui viviamo, e in particolare delle persone e dei gruppi che riteniamo destinatario del nostro messaggio; poi di cercare di capire quali modelli di vita buona, concretamente da noi attuati a prescindere dalle asprezze dottrinarie che scaturiscono dalla teologia, vale a dire in quella realtà che in ecclesialese definiamo pastorale,  abbiamo da proporre agli altri che vogliamo siano nostri interlocutori; infine di cercare di illuminare le espressioni dottrinarie della fede che utilizziamo nell'attività propriamente missionaria, con le nostre migliori concrete esperienza di vita di fede (questo lavoro è quello della mediazione culturale, che significa farci strumento di comunicazione, con la nostra vita e  sulla base della comune umanità che ci unisce ai destinatari del nostro messaggio di fede, per far intendere nella società del nostro tempo i principi e i valori della nostra fede, senza limitarsi a farci megafoni della dottrina).
 Qualche volta si ha come l'impressione che, nei discorsi e nelle attività esplicitamente religiosi, si cerchi talvolta di mettere in scena un modo diverso da quello in cui si vive, sul quale così si perde ogni possibilità di presa sociale, di modo che, quando poi si rientra nella realtà concreta, si vive un po' nella nostalgia di quell'altro mondo che abbiamo evocato, ma che però non c'è mai stato se non nelle nostre rappresentazioni religiose, per cui esso è effettivamente e totalmente un nostro prodotto sociale, ma di una società che vuole evadere dalla realtà in cui vive, invece che cercare di cambiarla per non lasciarla così com'è, una realtà sulla quale sogna, nel vero senso della parola, di incidere per redimerla.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli