Capire per crescere
Quando in religione ci si propone di
essere missionari significa che si
vuole far crescere la nostra collettività di fede: infatti la missione, come la si intende tra di noi,
consiste propriamente in questo, non tanto nel produrre certezze, o comunque
convinzioni, intellettuali sul soprannaturale e sul suo influsso sulle cose umane.
L'aspetto sociale è dunque molto importante per quel lavoro che si vuole fare. E' per questo che si
sottolinea tanto che l'annuncio di
fede deve essere dato da testimoni credibili. Non è però tanto noi stessi che
nell'annunciare proponiamo agli altri a prova della bontà di ciò che
proclamiamo, dico noi come singole persone, ma noi in quanto, aderendo a certi
imperativi etici che originano dalla collettività in cui si sono formati le
nostre convinzioni di fede, dimostriamo che la
nostra fede sorregge una vita collettiva "buona", che in
quanto tale è desiderabile, perché non lascia più soli con sé medesimi, con le
angosce della propria esistenza e, innanzi tutto, con quella dell'inevitabile
declino personale e della propria fine come individui. Tutto il resto viene
dopo e intendo riferirmi in particolare alla dottrina della fede. Essa
infatti, nei due millenni della nostra confessione religiosa, ha subito
moltissimi adattamenti, ma c'è di più, per come la vedo io: essa può essere
vista realisticamente come un prodotto sociale, innanzi tutto per come è stata
ideata e imposta.
Del resto la realtà
soprannaturale che la dottrina intende spiegare non è nella nostra disponibilità
(altrimenti sarebbe essa stessa una nostra creazione): si tenta di parlarne
sulla base dell'esperienza di fede che collettivamente ne abbiamo fatto, in
questo consiste in sostanza la tradizione
di fede, ma sempre si deve riconoscere ed in effetti si riconosce
l'insufficienza del linguaggio umano, perché essa è, in fondo, ineffabile, vale a dire che non può mai
essere totalmente, definitivamente e compiutamente espressa con parole umane. E, in effetti, le principali verità della
nostra fede sono anche dette misteri.
Pensare di ottenere
risultati missionari limitandosi ad annunciare o a proclamare, pubblicamente enunciati della nostra dottrina di fede,
ad esempio "Dio ti ama!" o "Gesù ti salva!", è illusorio.
Possiamo serenamente riconoscere di
avere avuto conferme per così dire sperimentali di ciò. In un certo senso
però è abbastanza facile organizzare
un'attività missionaria "proclamatoria",
ma i risultati poi non vengono o, comunque, sono molto inferiori alle attese,
anche se la proclamazione dà
indubbiamente una certa gratificazione collettiva a chi la fa. Essa può servire
a cementare l'identità sociale degli annunciatori,
perché indubbiamente è bello fare insieme le cose della nostra fede: il fascino
delle nostre liturgie religiose consiste proprio in questo.
Naturalmente si può anche pensare che, fatto
l'annuncio, poi subentri una qualche
azione soprannaturale per cui alla gente che l'ha ricevuto si aprano gli occhi
e le orecchie ed essa rimanga effettivamente coinvolta, a prescindere da ogni
nostro altro sforzo. Penso che qualcosa del genere realmente avvenga e questo
spiega tante conversioni e ritorni inattesi. Però, se è vero che in fin dei
conti siamo stati mandati, direi lanciati, verso tutte le genti del mondo, verso tutto il
genere umano, quindi non solo nello
spazio ma anche nella storia, per radunarlo
in un solo popolo animato da principi
e sentimenti religioso, penso che il nostro ruolo debba essere qualcosa di più
del farsi megafoni dottrinari, ed in
effetti così, qualcosa di più di questo,
è stato sempre inteso. Infatti i grandi annunciatori religiosi della nostra fede hanno sempre proposto,
impersonandoli, esempi di vita di fede: pensiamo, ad esempio, a Francesco
d'Assisi.
L'aspetto sociale
del lavoro missionario rende
indispensabile, credo, tre azioni preparatorie: la prima consiste nel cercare
di capire realisticamente la società destinataria del messaggio di fede, la seconda
strutturare una vita collettiva che si manifesti come buona per quella società, la terza è di
disporre di una dottrina che esprima
l'esperienza di fede che si traduce in quella vita buona.
In un certo senso, in
Italia siamo attualmente un po' carenti in tutti e tre quegli aspetti
propedeutici al lavoro missionari vero e proprio.
Nei confronti della
società del nostro tempo, talvolta, o si dispera di poterla redimere, assumendo
quindi un atteggiamento di pregiudiziale rifiuto e richiedendo a chi si
avvicina alla nostra collettività di separarsene, o si ha troppa fiducia nelle
sue potenzialità religiose, a prescindere da un lavoro di mediazione e di
inculturazione che storicamente bisogna sempre riprendere da capo di
generazione in generazione e di ambiente in ambiente, ritenendo che essa sia
giù pronta, così com'è, a ricevere il nostro messaggio di fede, perché gli
esseri umani sono, in fondo, tutti buoni,
come noi intendiamo che si possa e si debba esserlo.
Per quanto poi
riguarda gli esempi di vita buona
collettiva, tendiamo a proporre modelli molto distanti da quelli correntemente
attuati nelle loro vite dai fedeli, con il risultato di apparire ipocriti.
Per quanto infine
riguarda la dottrina, nella nostra confessione religiosa sappiamo bene che essa
è prodotta, ideata e diffusa come legge,
dalle nostre autorità religiose, così come è stato fin da epoca molto prossima alle
origini, dallo strutturarsi in un episcopato monarchico, costituendo questo un tratto fortemente caratterizzante
della nostra esperienza religiosa, e non solo della nostra confessione, ma
anche in altre confessioni che si richiamano all'insegnamento del Nazareno, ed
essa, la dottrina, tende prevalentemente a imporsi sull'esperienza religiosa dei
fedeli, appunto al modo di una legge, invece
che esserne anche vivificata e in qualche modo addirittura illuminata. Non è solo cosa dei nostri giorni: più o meno è stato sempre così e ciò spiega i
problemi di tipo dottrinario che ebbero molte figure di rilievo della nostra
religione alle quali, ma a posteriori, venne riconosciuta la santità, quindi l'esemplarità di vita.
Risolvere i problemi
ai quali ho accennato non è alla nostra portata, come collettività religiosa di
prossimità stanziata in un quartiere periferico della Roma di oggi.
Quando il nostro
vescovo e padre universale, nel suo recente documento sulla gioia della fede e quindi anche sulla gioia della missione, ha accennato alla
necessità di una riforma della nostra
collettività di fede, ha manifestato chiaramente che il lavoro che c'è da fare
è molto, molto impegnativo. E non è, la sua,
una estemporanea intuizione personale, ma, per le drammatiche
circostanze che hanno determinato la sua elezione al supremo ministero, una
gravissima crisi al vertice romano della nostra organizzazione religiosa,
attualmente ancora molto centralizzata intorno a tale struttura, e per
l'approfondito dibattito che, come è trapelato, ha coinvolto i componenti di
quella sorta di senato di esponenti
di vertice del nostro clero venuti da tutto il mondo che è il Conclave, deve ritenersi una convinzione
largamente condivisa dalle nostre autorità religiose, dalla gerarchia.
Quello su cui si può
lavorare nella nostra dimensione di quartiere è di cercare di farci una rappresentazione
realistica della società in cui
viviamo, e in particolare delle persone e dei gruppi che riteniamo destinatario
del nostro messaggio; poi di cercare di capire quali modelli di vita buona, concretamente da noi attuati
a prescindere dalle asprezze dottrinarie che scaturiscono dalla teologia, vale
a dire in quella realtà che in ecclesialese
definiamo pastorale, abbiamo da proporre agli altri che vogliamo
siano nostri interlocutori; infine di cercare di illuminare le espressioni
dottrinarie della fede che utilizziamo nell'attività propriamente missionaria, con le nostre migliori
concrete esperienza di vita di fede (questo lavoro è quello della mediazione culturale, che significa farci
strumento di comunicazione, con la nostra vita e sulla base della comune umanità che ci unisce
ai destinatari del nostro messaggio di fede, per far intendere nella società
del nostro tempo i principi e i valori della nostra fede, senza limitarsi a farci
megafoni della dottrina).
Qualche volta si ha
come l'impressione che, nei discorsi e nelle attività esplicitamente religiosi,
si cerchi talvolta di mettere in scena
un modo diverso da quello in cui si vive, sul quale così si perde ogni possibilità
di presa sociale, di modo che, quando poi si rientra nella realtà concreta, si
vive un po' nella nostalgia di
quell'altro mondo che abbiamo evocato, ma che però non c'è mai stato se non nelle nostre rappresentazioni religiose,
per cui esso è effettivamente e totalmente un nostro prodotto sociale, ma di
una società che vuole evadere dalla
realtà in cui vive, invece che cercare di cambiarla per non lasciarla così com'è, una realtà sulla quale sogna, nel vero senso della parola, di
incidere per redimerla.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli