Crescere per attrazione (5)
Ricordo che negli
anni '70 c'era chi riteneva che l'era delle religioni fosse finita, perché gli
dei erano stati scacciati dal mondo reale e strappati dal cuore degli esseri
umani ed era stata svelata la loro natura di impostura sociale, escogitata per
asservire le genti ai loro dominatori terreni con la minaccia di una punizione
celeste. In realtà mi pare che le cose siano andate molto diversamente. Nella
nostra civiltà, profondamente penetrata dalla sofistica tecnologia
contemporanea, è divenuto sempre più difficile per le persone capire come va, come funziona, il mondo
e l'approccio di tipo magico-superstizioso-religioso
è molto spesso al fondo delle ideologie che larghe masse utilizzano anche nei
tempi nostri per orientarsi nell'ambiente in cui vivono, divenuto altrimenti
incomprensibile. Di ciò hanno beneficiato anche alcune religioni storiche,
diffuse da millenni, che però, al di là delle loro teologie esplicite, hanno
profondamente mutato la loro natura, accentuando molto le loro dimensioni universalistica e collettivistica, slegandosi dalle caratterizzazioni etniche e dal
controllo delle politiche nazionali e diventando l'ideologia dei semplici,
della gente comune, in questa metamorfosi assumendo a volte una valenza di
liberazione sociale e politica. In questi casi l'aspetto magico-superstizioso sta
nella convinzione che seguire le regole religiose serva a cambiare il corso
delle cose. Come ho letto di recente, si è osservato che il principio che
orienta la religione magico-superstiziosa
è quello del "sia fatta la
nostra volontà" rivolto agli dei, nella convinzione di poter cosi
asservire le potenze soprannaturali che reggono la natura e la storia umana. La nostra
fede, in cui pure si è avuta quell'accentuazione universalistica e collettivistica di cui dicevo (espressa
dall'idea di dover radunare tutto il genere umano in un unico popolo nel
segno della benevolenza reciproca), non ha avuto questa evoluzione e in
questo campo la teologia tradizionale ha svolto indubbiamente un ruolo
positivo, contrastando lo sviluppo delle credenze magico-superstiziose, che comunque sono state sempre piuttosto
diffuse anche nella nostra religione fin da quando, più o meno dal quarto
secolo, soppiantò gli antichi culti greco-romani come ideologia politica e
sociale. La nostra religione è rimasta orientata sul principio del "sia fatta la tua volontà", nelle
relazioni con il soprannaturale.
Il confronto/scontro
con le idee nuove dell'Illuminismo, dal Settecento in avanti, sviluppatesi poi
in varie forme di ideologie politiche, ha portato i nostri capi religiosi, fondamentalmente
per mantenere il loro ruolo politico nella nuova Europa che si stava
delineando, ad accettare la sfida di capire
meglio il mondo e ad assecondare in questo alcune delle iniziative che i fedeli laici andavano esprimendo nella
società, cercando anche di dar loro una sistemazione teologica insegnata con
autorità, come legge della nostra collettività religiosa. Non si è trattato di
uno sviluppo lineare, pacifico, incontrastato, ma di un processo caratterizzato
da ricorrenti crisi, tensioni, cicliche tendenze reazionarie e riprese del moto
in avanti, contrasti accesi di vario tipo, intellettuali, sociali e politici,
recriminazioni, paure, dure punizioni disciplinari, finanche da moti
persecutori (come quelli nei confronti del modernismo,
all'inizio del Novecento, che con la sensibilità contemporanea ci appaiono
assurdi), e storici ripensamenti, il tutto in una dinamica piuttosto rapida. Il
risultato è stato che concezioni di origine specificamente religiosa, della
nostra religione, sono oggi alla base dell'ideologia della nuova Europa, in
particolare di quella espressa nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
Europea, che dal 1 dicembre 2009 è divenuta suprema legge civile negli stati
membri dell'Unione. E' un esempio di quello che ho chiamato il miracolo di Giuseppe (il Giuseppe biblico, figlio di Giacobbe, di cui si narra in
Genesi, che ebbe successo nel ruolo di amministratore, nell'Egitto del
Faraone). La nuova Europa basata su quei principi è un corpo sociale verso il
quale tendono a convergere rapidamente e
impetuosamente i popoli intorno, come in questi giorni sta accadendo in
Ucraina e come dagli anni '90 sta avvenendo nei flussi migratori dall'Africa.
Essa è dunque una realtà fortemente attraente, non tanto per la sua potenza
economica, che è in declino su scala globale, ma per un'organizzazione sociale
che lascia sperare alle genti un futuro personale e sociale di dignità e
libertà. L'intera costruzione ideologica dell'Europa unita e la sua
realizzazione storica ha visto protagonisti politici di ispirazione ideale
correlata alla nostra fede, con spettacolari risultati nel processo di riunificazione
della Germania, governato nel 1990 dal
cristiano democratico Helmuth Khol, fino ad arrivare alla situazione dei nostri
giorni, con il ruolo determinante svolto dai cristiano democratici tedeschi e
dalla loro attuale leader Angela Merkel.
Questo storico successo
del lavoro di fedeli laici nella società del loro tempo tarda ad avere una
sistemazione teologica. In particolare, nella nostra confessione la teologia,
quindi la comprensione e razionalizzazione dell'esperienza vitale della fede
fatta nelle nostra collettività religiosa, è stata sempre vista come
un'attività governata dai nostri capi religiosi, ai quali fornisce il
linguaggio nel quale sono scritte le leggi che essi intendono promulgare al corpo
dei fedeli sottoposti. L'atteggiamento della gerarchia religiosa, intesa come
ordinamento che regola l'esercizio del potere nella nostra confessione e come
l'insieme dei nostri capi religiosi il cui potere è disciplinato da
quell'ordinamento, e quindi della teologia da essa autorizzata ed espressa, nei
confronti del processo democratico che ha visto come protagonisti laici di fede
è stato, fino ad epoca molto recente, diciamo fino al papato di Joseph A.
Ratzinger, di sospetto e timore. Essa si è in genere limitata, di volta in
volta, ad autorizzare o, per meglio
dire, a ratificare a posteriori alcune conquiste culturali che
erano state il prodotto anche dell'attività di movimenti laicali di fede, in
particolare del movimento cristiano democratico, il quale, iniziato nell'ultimo
decennio dell'Ottocento era stato duramente colpito dalla sconfessione, in senso propriamente religioso, contenuta
nell'enciclica Graves de communi re [=gravi (preoccupazioni] sulle questioni
pubbliche] promulgata nel 1902 dal papa Leone XIII, seguita a disposizioni di autorizzazione/ratifica emanate dallo
stesso Papa con la precedente enciclica Rerum
Novarum [=sulle novità] del 1891. Ed ha tenuto sempre a precisare la netta
distinzione tra l'ambito religioso e quello civile, affermando che la nostra collettività religiosa non è una
democrazia, respingendo sempre quindi, tendenzialmente, nella vita
religiosa i principi fondamentali delle democrazie popolari contemporanee che
sono la uguale dignità e la libertà di coscienza, di espressione del
pensiero e di scelte individuali, sociali,
politiche e religiose delle persone. Con ciò ha inteso respingere
l'idea che le conquiste culturali fatte nel campo civile potessero, come dire, rifluire in quello religioso, portando
anche ad una diversa organizzazione del potere del clero sui fedeli. Essa in
tal modo ha voluto preservare la propria sovranità,
questa l'espressione che troviamo anche nella Costituzione della nostra
Repubblica all'art.7, da ogni messa in discussione sulla base di ideologie
democratiche. Il corollario di questa presa di posizione è stato quello di
impedire, anche con provvedimenti disciplinari, ai teologi della nostra
confessione religiosa di razionalizzare l'esperienza di fede che i fedeli laici
avevano fatto, con successo, in democrazia, in vari ambiti, da quelli
personali, a quelli sociali, a quelli politici. Il risultato è che si è prodotto un disallineamento tra la nostra teologia confessionale e la cultura
sociale e politica espressa dai fedeli laici sulla base della loro esperienza
nella società contemporanea. Quindi ora si assiste al paradosso che, mentre
idee propriamente religiose, derivate da principi della nostra fede e fondate
sull'azione di laici nostri nel loro tempo, hanno avuto un rilevante successo
nella società, costituendo un potente fattore di attrazione, la nostra dottrina non ha le parole per comunicarle
alla gente e si trova nella stessa condizione di arretratezza culturale in cui
sono cadute altre religioni storiche, il cui attuale successo si fonda su un
atteggiamento di rottura a fondamento magico-superstizioso con le democrazie
popolari del nostro tempo.
Per rendere l'idea di
ciò che intendo dire, invito a leggere il numero 1645 del Catechismo della Chiesa cattolica:
"«L'unità del Matrimonio confermata dal Signore appare
in maniera lampante anche dalla
uguale dignità personale sia dell'uomo che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» [citazione dalla
Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la
gioia e la speranza), del Concilio
Vaticano 2° -1962/1965]. La poligamia è
contraria a questa pari dignità e
all'amore coniugale che è unico ed esclusivo".
Tutto l'eclatante processo democratico che ha
inciso profondamente sulle concezioni e sulla disciplina riguardanti la
famiglia, in particolare per l'affermazione della dignità della donna coniuge e
madre, trova nel testo dottrinale che si vuole guida anche per i teologi (!),
non solo per la prima iniziazione religiosa (come lascerebbe intendere il
titolo di Catechismo), solo quel
reticente richiamo, tre righe, per giunto subito dopo riferito alla poligamia che non è d'attualità nelle
società più avanzate in cui quel processo si è sviluppato. E questo in un
contesto impressionante di attenzione rivolta esclusivamente all'intangibilità
del contratto matrimoniale, tanto che il paragrafo sugli effetti del sacramento del Matrimonio
si apre con una citazione dal vigente Codice
di diritto canonico (!) che riguarda il sorgere di un vicolo perpetuo ed esclusivo dalla valida celebrazione del Matrimonio. Per come la vedo io, anche in
base alla mia lunga esperienza di un matrimonio religioso, si poteva fare di
meglio. In un articolo di Luisa e Paolo Benciolini, pubblicato sul n.3-4 del
2013 della rivista Coscienza, del M.E.I.C. - Movimento ecclesiale di impegno
culturale, trovo esposte le linee che vengono da una parte del laicato di
fede in materia:
"Vorremmo che si abbandonasse
definitivamente la visione giuridica canonistica del matrimonio, che il
linguaggio pastorale sostituisse il termine «indissolubilità» con quello di «fedeltà»,
accogliendo ed esprimendo una visione dinamica della relazione d'amore, la
quale, nella povertà dell'esperienza umana, tende a realizzarsi giorno per
giorno, nella speranza che possa proseguire per la vita intera; vorremmo, al
tempo stesso, che si abbandonasse il riferimento ad una concezione puramente biologistica,
come se invocare la «legge naturale» potesse ignorare il compito affidato dal Creatore
all'uomo e potesse prescindere dall'apporto della sua capacità di «coltivare»
le realtà terrene, capacità che nel tempo si storicizza".
E, voglio aggiungere, per quanto
l'esperienza e le concezioni di noi persone di legge sia senz'altro parziale,
esse si sono rivelate, nelle questioni
sociali, più aperte alle novità e più
capaci di comprenderle di quelle della teologia ufficiale della
nostra confessione religiosa, e ciò proprio per la natura di arte pratica della giurisprudenza,
quindi dei ragionamenti riguardanti il diritto, finalizzata al mantenimento
della pace sociale e quindi consapevole della necessità di un costante
rinnovamento per tenersi al passo con le dinamiche del corpo sociale di
riferimento, ad esempio quando ha ritenuto accoglibili (cito il defunto
cardinale Mario Francesco Pompedda, giurista) istanze di normazione civile di
forme di convivenza diverse dal matrimonio affermatesi di fatto nella società.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli