Crescere per attrazione (4)
La particolare
abilità di quella parte del mondo dei fedeli laici, riconducibile all'ideologia
cattolico-democratica, di costituire relazioni
di collaborazione nella società al fine di perseguire interessi delle masse
e quindi di governare la complessità
dell'umanità contemporanea, tanto diversa, innanzi tutto nel numero delle
persone che la compongono (tra i sei e gli otto miliardi), da quella
delle origini della nostra fede religiosa (all'epoca si stima che in Europa vivessero poche decine di milioni
di individui), non ha sostanzialmente precedenti nella storia dell'umanità ed è
manifestazione di una teologia inespressa, anonima,
che si distacca marcatamente da quella dei quasi due millenni precedenti. Dico
che è espressione di una teologia
innanzi tutto perché è effettivamente anche una manifestazione di fede e come
tale viene compresa e narrata da chi opera
nella società per costituirvi quel particolare tipo di relazioni a cui ho
accennato, ed inoltre perché, proprio per la sua relazione con la fede vissuta si cerca di trovarle, ragionando, un fondamento biblico.
Quest'ultimo non è un lavoro semplice, perché nelle Scritture la democrazia non c'è, come tante altre cose dell'era
nostra, ma non solo: le Scritture sono pervase, ad eccezione di alcune parti di quelle che narrano della vita del nostro primo Maestro, di
sentimenti di ostilità, e addirittura di aggressività, verso gli altri gruppi
sociali del mondo antico in cui le popolazioni che ne espressero i racconti
erano immerse, sentimenti che collidono con i principi democratici di inclusione sociale. Questo però non ha impedito all'ebraismo che è stato contemporaneo delle
nostre collettività di fede negli ultimi due millenni, e che condivide con noi larga parte di un
patrimonio culturale dell'antichità, di produrre il miracolo di Giuseppe (il Giuseppe,
figlio di Giacobbe, dei cui successi
nell'Egitto dei Faraoni si racconta in Genesi), vale a dire figure che
hanno capito la società del loro tempo meglio di altri e
che hanno indicato vie nuove senza esprimere alcuna intolleranza o violenza
politica, almeno fino a tempi molto recenti, in cui le pressanti esigenze di difesa del
nuovo stato di cultura ebraica in Palestina hanno richiesto di organizzare una
forza militare: ma anche in quest'ultimo caso si tratta pur sempre di uno stato
organizzato su principi democratici, tendenzialmente aperto alla partecipazione di altre componenti
culturali, etniche e religiose. Le cose purtroppo (lo dico con il senno di poi
e con la sensibilità contemporanea) sono andate molto diversamente in quella
che viene definita civiltà cristiana.
Oggi tutto è molto cambiato, naturalmente. Lo spirito del passato permane molto
forte solamente in una branca del
pensiero, che però è molto importante perché costituisce la lingua in cui
parlano le nostra autorità religiosa e su cui queste ultime intendono ancora
dettare legge, ed essa è la teologia, intendo quella espressa, scritta come tale, riflessa. Questo nonostante che, dopo
la Seconda Guerra Mondiale, si siano avvertiti anche in questo campo
significativi mutamenti di orientamento nel senso di una maggiore apertura e di una minore
aggressività sociale. Per come la vedo io, il campo della teologia rimane
però quello in genere più problematico ai tempi nostri, se non altro perché il metodo di larga parte della teologia è
sostanzialmente quello di marcare le
differenze, per cui ad esempio ci si illude se si pensa di affidare solo ai teologi il successo del processo ecumenico
- quello che dovrebbe portare al superamento delle differenze tra le confessioni che si richiamano all'insegnamento
del nostro primo Maestro-, mentre per governare
la complessità del nostro mondo è
necessario mediare le differenze, non
nel senso di venire a compromessi in cui ciascuno debba rinunciare a qualcosa di importante venendo a patti con le forze ostili con cui è costretto a convivere, ma nel
senso di individuare ciò che è comune perché deriva dalla comune
umanità e proprio in quanto comune si vuole vivere insieme, per cui, ad esempio, ai tempi nostri si è deciso di non considerare
rilevanti, per far convivere pacificamente le moltitudini nel processo democratico, le differenze di etnia, di colore di
pelle, di cultura, lingua, religione, sesso, opinioni politiche, condizioni
personali e sociali (art.2 della nostra Costituzione,nella cui stesura hanno
avuto un ruolo rilevantissimo esponenti del cattolicesimo democratico).
Paradossalmente (perché ispirato a concezioni opposte a quelle delle teologie
prevalenti, basate sul marcare le differenze, le diversità), il risultato di
questa opera di mediazione, che porta a ipotizzare addirittura una cittadinanza comune universale, proprio
nella sua universalità assume un senso propriamente religioso, perché è il
correlativo dell'idea che tutti gli esseri umani abbiano un comune Padre
celeste, al di là degli innumerevoli padri terreni, e quindi delle molte patrie, che invece definiscono, secondo natura, le divisioni, e le fratture, dell'umanità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli