venerdì 13 dicembre 2013

Crescere per attrazione (4)


Crescere per attrazione (4)

 
 La particolare abilità di quella parte del mondo dei fedeli laici, riconducibile all'ideologia cattolico-democratica, di costituire relazioni di collaborazione nella società al fine di perseguire interessi delle masse e quindi di governare la complessità dell'umanità contemporanea, tanto diversa, innanzi tutto nel numero delle persone che la compongono (tra i sei e gli otto miliardi), da quella delle origini della nostra fede religiosa (all'epoca si stima che  in Europa vivessero poche decine di milioni di individui), non ha sostanzialmente precedenti nella storia dell'umanità ed è manifestazione di una teologia inespressa, anonima, che si distacca marcatamente da quella dei quasi due millenni precedenti. Dico che è espressione di una teologia innanzi tutto perché è effettivamente anche una manifestazione di fede e come tale viene compresa e narrata da chi opera nella società per costituirvi quel particolare tipo di relazioni a cui ho accennato, ed inoltre perché, proprio per la sua relazione con la fede vissuta  si cerca di trovarle, ragionando, un fondamento biblico. Quest'ultimo non è un lavoro semplice, perché nelle Scritture la democrazia non c'è, come tante altre cose dell'era nostra,   ma non solo: le Scritture sono  pervase, ad eccezione di alcune parti di quelle che narrano della vita del nostro primo Maestro, di sentimenti di ostilità, e addirittura di aggressività, verso gli altri gruppi sociali del mondo antico in cui le popolazioni che ne espressero i racconti erano immerse, sentimenti che collidono con i principi democratici di inclusione sociale. Questo però non ha impedito all'ebraismo che è stato contemporaneo delle nostre collettività di fede negli ultimi due millenni,  e che condivide con noi larga parte di un patrimonio culturale dell'antichità, di produrre il miracolo di Giuseppe (il Giuseppe, figlio di Giacobbe, dei cui successi  nell'Egitto dei Faraoni si racconta in Genesi), vale a dire figure che hanno capito  la società del loro tempo meglio di altri e che hanno indicato vie nuove senza esprimere alcuna intolleranza o violenza politica, almeno fino a tempi molto recenti, in cui le pressanti esigenze di difesa del nuovo stato di cultura ebraica in Palestina hanno richiesto di organizzare una forza militare: ma anche in quest'ultimo caso si tratta pur sempre di uno stato organizzato su principi democratici, tendenzialmente aperto alla partecipazione di altre componenti culturali, etniche e religiose. Le cose purtroppo (lo dico con il senno di poi e con la sensibilità contemporanea) sono andate molto diversamente in quella che viene definita civiltà cristiana. Oggi tutto è molto cambiato, naturalmente. Lo spirito del passato permane molto forte  solamente in una branca del pensiero, che però è molto importante perché costituisce la lingua in cui parlano le nostra autorità religiosa e su cui queste ultime intendono ancora dettare legge, ed essa è la teologia, intendo quella espressa, scritta come tale, riflessa. Questo nonostante che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si siano avvertiti anche in questo campo significativi mutamenti di orientamento nel senso di una maggiore apertura  e di una minore aggressività sociale. Per come la vedo io, il campo della teologia rimane però quello in genere più problematico ai tempi nostri, se non altro perché  il metodo di larga parte della teologia è sostanzialmente quello di marcare le differenze, per cui ad esempio ci si illude se si pensa di affidare solo  ai teologi il successo del processo ecumenico - quello che dovrebbe portare al superamento delle differenze tra le confessioni che si richiamano all'insegnamento del nostro primo Maestro-, mentre per governare la complessità  del nostro mondo è necessario mediare le differenze, non nel senso di venire a compromessi in cui ciascuno debba rinunciare a qualcosa di importante venendo a patti con le forze ostili con cui è costretto a convivere, ma nel senso di individuare ciò che  è comune perché deriva dalla comune umanità e proprio in quanto comune si vuole vivere insieme, per cui, ad esempio, ai tempi nostri si è deciso di non considerare rilevanti, per far convivere pacificamente le moltitudini nel processo democratico, le differenze di etnia, di colore di pelle, di cultura, lingua, religione, sesso, opinioni politiche, condizioni personali e sociali (art.2 della nostra Costituzione,nella cui stesura hanno avuto un ruolo rilevantissimo esponenti del cattolicesimo democratico). Paradossalmente (perché ispirato a concezioni opposte a quelle delle teologie prevalenti, basate sul marcare le differenze, le diversità), il risultato di questa opera di mediazione, che porta a ipotizzare addirittura una cittadinanza comune universale, proprio nella sua universalità assume un senso propriamente  religioso, perché è il correlativo dell'idea che tutti gli esseri umani abbiano un comune Padre celeste, al di là degli innumerevoli padri terreni, e quindi delle molte patrie, che invece definiscono, secondo natura, le divisioni, e le fratture, dell'umanità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli