Crescere per attrazione (3)
Riprendo il discorso dall'osservazione che in
Italia in genere il modo di vivere dei fedeli laici non è, per quanto ho potuto sperimentare, particolarmente attraente per chi non ha più o non ha
mai avuto una appartenenza cordiale (uso
il termine che si legge nella recente esortazione)
e questo per vari motivi, fondamentalmente riassumibili nella sua
problematicità a causa di una certa tensione tra i modelli proposti come
conformi alle esigenze di fede dai nostri capi religiosi e quelli che
nell'esperienza pratica risultano concretamente sostenibili. Di fatto queste
difficoltà sono superate nei casi concreti, perché c'è un consistente distanza
tra le affermazioni di teologia morale
che si insegnano da parte delle autorità religiose e la cosiddetta prassi pastorale, vale a dire il modo in
cui il clero con cura d'anime tratta i fedeli.
Il campo in cui, al
contrario, una parte dei fedeli laici ha ancora in Italia una notevole
credibilità è quello che potremmo definire il
lavoro di Giuseppe, intendo quello proposto nel racconto biblico di
Giuseppe figlio di Giacobbe, il quale ebbe successo in Egitto come
amministratore a vari livelli, della casa di un funzionario del Faraone, di una
prigione, dello stato. Le vicende contemporanee sembrano infatti di dimostrare
che non si possa fare a meno dei cattolico-democratici
nella gestione della cosa pubblica. Tuttavia la loro particolare abilità non
sta propriamente in una particolare competenza per così dire tecnica nell'amministrare, ma nella
capacità di tessere una rete di legami sociali, al di là delle fratture tra
gruppi, ceti e fazioni, considerando anche
quello che nella dottrina sociale della
nostra collettività religiosa viene definito il bene comune ed anzi assegnando a questo valore un posto
preminente. Non si tratta quindi di una particolare attitudine al compromesso, settore questo in cui gli
esempi più eclatanti, per ciò che riguarda la nostra confessione religiosa, ci
sono venuti dai nostri capi religiosi, i quali abitualmente vi ricorrono. Essa
consiste invece di una particolare capacità di dialogo e di interazione con le altre formazioni sociali in cui
ognuna delle parti non ha l'impressione di rinunziare a qualcosa di suo per
arrivare ad un accordo visto come il male
minore, ma ha, al contrario, la sensazione di crescere, di acquistare
qualcosa, per la collaborazione che si è attivata. Questo modo di procedere è
in genere visto con sospetto dai nostri capi religiosi, i quali ne diffidano.
In effetti esso si discosta sensibilmente dall'atteggiamento intollerante che,
purtroppo sin dalle origini, ha caratterizzato spesso la storia del pensiero in materia di fede. Se ne è fatta
esperienza e ne è maturata una ideologia più o meno dalla metà dell'Ottocento,
nel confronto con le nuove idee democratiche che da quell'epoca hanno
iniziato a diffondersi in Europa e in
altri parti del mondo in cui si erano stanziate popolazioni europee. La
necessità di collaborare con altre formazioni sociali nella gestione collettiva
del potere, sulla base del principio della pari dignità umana, ha insegnato a mediare i principi di fede proponendoli
con linguaggio non dogmatico, in modo da farne risaltare la bontà in base
all'esperienza comune a tutti gli esseri umani, credenti o non credenti o
credenti di altre fedi. Questo lavoro ha avuto un successo straordinario, tanto
che molti dei principi ideali sui quali si fonda la nostra nuova Europa ne sono
il frutto, non ultimo quello di sussidiarietà
(i livelli superiori delle autorità non intervengono dove i livelli inferiori
funzionano bene) che è di espressa ideazione cattolica e quello dell'uguaglianza intesa come pari dignità sociale,
che è uno sviluppo dell'idea religiosa della comune paternità divina.
L'opera che si fa
nelle istituzioni pubbliche solo molto di recente è stata riconosciuta come
manifestazione della fede (la più alta
forma di carità, secondo un'espressione del papa Paolo 6°). Non di rado,
per altro, i vertici della nostra confessione religiosa, nel trattare in Italia
su varie questioni, hanno preferito il compromesso
con portatori di altre idealità, piuttosto che trarre le conseguenze dal
successo avuto dai fedeli laici nel lavoro in democrazia. Questo perché hanno
avvertito, e temuto, che la democrazia prima o poi avrebbe fatto capolino nelle
richieste e proposte che i fedeli laici fanno alla gerarchia. I nostri capi
religiosi non perdono infatti occasione di precisare che la nostra confessione non è una democrazia. Essi quindi preferiscono
portare come vetrina della vita di
fede l'esperienza della vita in famiglia secondo principi religiosi, che
sostanzialmente presenta un modello di tipo autoritario e organicista (la vita
sociale vista come organizzata sul modello di un organismo umano, con una
specializzazione per natura di funzioni e organi) che è più vicino a quello attuale
della nostra collettività religiosa (in cui ci sono molti padri e tutti gli altri sono figli).
Ma quello della famiglia è proprio uno
dei settori maggiormente problematici, nel senso che ho sopra precisato, per i
fedeli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli