giovedì 12 dicembre 2013

Crescere per attrazione (3)


Crescere per attrazione (3)

 
  Riprendo il discorso dall'osservazione che in Italia in genere il modo di vivere dei fedeli laici non è, per quanto ho potuto sperimentare, particolarmente attraente per chi non ha più o non ha mai avuto una appartenenza cordiale (uso il termine che si legge nella recente esortazione) e questo per vari motivi, fondamentalmente riassumibili nella sua problematicità a causa di una certa tensione tra i modelli proposti come conformi alle esigenze di fede dai nostri capi religiosi e quelli che nell'esperienza pratica risultano concretamente sostenibili. Di fatto queste difficoltà sono superate nei casi concreti, perché c'è un consistente distanza tra le affermazioni  di teologia morale che si insegnano da parte delle autorità religiose e la cosiddetta prassi pastorale, vale a dire il modo in cui il clero con cura d'anime tratta i fedeli.
 Il campo in cui, al contrario, una parte dei fedeli laici ha ancora in Italia una notevole credibilità è quello che potremmo definire il lavoro di Giuseppe, intendo quello proposto nel racconto biblico di Giuseppe figlio di Giacobbe, il quale ebbe successo in Egitto come amministratore a vari livelli, della casa di un funzionario del Faraone, di una prigione, dello stato. Le vicende contemporanee sembrano infatti di dimostrare che non si possa fare a meno dei cattolico-democratici nella gestione della cosa pubblica. Tuttavia la loro particolare abilità non sta propriamente in una particolare competenza per così dire tecnica nell'amministrare, ma nella capacità di tessere una rete di legami sociali, al di là delle fratture tra gruppi, ceti e fazioni, considerando anche quello che nella dottrina sociale della  nostra collettività religiosa viene definito il bene comune ed anzi assegnando a questo valore un posto preminente. Non si tratta quindi di una particolare attitudine al compromesso, settore questo in cui gli esempi più eclatanti, per ciò che riguarda la nostra confessione religiosa, ci sono venuti dai nostri capi religiosi, i quali abitualmente vi ricorrono. Essa consiste invece di una particolare capacità di dialogo e di interazione con le altre formazioni sociali in cui ognuna delle parti non ha l'impressione di rinunziare a qualcosa di suo per arrivare ad un accordo visto come il male minore, ma ha, al contrario, la sensazione di crescere, di acquistare qualcosa, per la collaborazione che si è attivata. Questo modo di procedere è in genere visto con sospetto dai nostri capi religiosi, i quali ne diffidano. In effetti esso si discosta sensibilmente dall'atteggiamento intollerante che, purtroppo sin dalle origini, ha caratterizzato spesso la storia del  pensiero in materia di fede. Se ne è fatta esperienza e ne è maturata una ideologia più o meno dalla metà dell'Ottocento, nel confronto con le nuove idee democratiche che da quell'epoca hanno iniziato  a diffondersi in Europa e in altri parti del mondo in cui si erano stanziate popolazioni europee. La necessità di collaborare con altre formazioni sociali nella gestione collettiva del potere, sulla base del principio della pari dignità umana, ha insegnato a mediare i principi di fede proponendoli con linguaggio non dogmatico, in modo da farne risaltare la bontà in base all'esperienza comune a tutti gli esseri umani, credenti o non credenti o credenti di altre fedi. Questo lavoro ha avuto un successo straordinario, tanto che molti dei principi ideali sui quali si fonda la nostra nuova Europa ne sono il frutto, non ultimo quello di sussidiarietà (i livelli superiori delle autorità non intervengono dove i livelli inferiori funzionano bene) che è di espressa ideazione cattolica e quello dell'uguaglianza intesa come pari dignità sociale, che è uno sviluppo dell'idea religiosa della comune paternità divina.
 L'opera che si fa nelle istituzioni pubbliche solo molto di recente è stata riconosciuta come manifestazione della fede (la più alta forma di carità, secondo un'espressione del papa Paolo 6°). Non di rado, per altro, i vertici della nostra confessione religiosa, nel trattare in Italia su varie questioni, hanno preferito il compromesso con portatori di altre idealità, piuttosto che trarre le conseguenze dal successo avuto dai fedeli laici nel lavoro in democrazia. Questo perché hanno avvertito, e temuto, che la democrazia prima o poi avrebbe fatto capolino nelle richieste e proposte che i fedeli laici fanno alla gerarchia. I nostri capi religiosi non perdono infatti occasione di precisare che la nostra confessione non  è una democrazia. Essi quindi preferiscono portare come vetrina della vita di fede l'esperienza della vita in famiglia secondo principi religiosi, che sostanzialmente presenta un modello di tipo autoritario e organicista (la vita sociale vista come organizzata sul modello di un organismo umano, con una specializzazione per natura di funzioni e organi) che è più vicino a quello attuale della nostra collettività religiosa (in cui ci sono molti padri e tutti gli altri sono figli). Ma quello della famiglia  è proprio uno dei settori maggiormente problematici, nel senso che ho sopra precisato, per i fedeli.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli