martedì 10 dicembre 2013

Crescere per attrazione (2)

Crescere per attrazione  (2)
 Quando, in religione, si parla di crescere per attrazione non si vuole intendere che la nostra collettività di fede debba spettacolarizzarsi  per attrarre più pubblico secondo i gusti contemporanei della gente: la giusta dose di paranormale (apparizioni, prodigi); un teatro liturgico appropriato, dedicato ad ogni categoria di fedeli (vuoi la Messa in latino? Eccotela. Vuoi quella meno conformista? Eccotela. Vuoi la Messa sontuosa all'uso medievale? Pronta. Vuoi una liturgia più intima, in cui sentirsi uno dei Dodici? A ciascuno la sua); l'occasione per fare un po' di beneficienza, per sentirsi più buoni; una giusta dose di giustizia, intesa però come punizione degli avversari, di chi ci vuol male; un pizzico di sesso, inteso come discorsi pruriginosi sul tema; robuste grida  sui costumi decaduti della società accompagnate da cicliche e rituali indulgenze plenarie, perché così fan tutti; occuparsi poco delle questioni patrimoniali, per lasciare a Cesare quel che è di Cesare, e poi, naturalmente, sempre abbastanza Papa, un padre terreno e universale buono in cui rispecchiarsi.
 L'idea è che, invece, si debba strutturare più fedelmente la propria vita, personale, familiare e sociale, secondo i principi etici insegnati dai vescovi sulla base della loro interpretazione, storicamente situata, delle implicazioni morali della nostra fede e, in tal modo, costruendo e manifestando vite buone si costituiscano poli di attrazione per gli altri, ancora non coinvolti in questo sforzo, i quali, vedendo i risultati dell'opera religiosa sarebbero spinti ad imitarli. Per quanto riguarda specificamente noi laici c'è però che il modello di vita buona proposto dai vescovi,  molto dettagliato ed esigente  sotto alcuni specifici aspetti che però incidono notevolmente sull'esistenza delle persone e molto meno su altri, è piuttosto problematico, nel senso che vi sono generalmente varie e serie difficoltà ad attuarlo, per cui il nostro clero di solito è scontento di noi. Analoghe difficoltà incontra anche il clero nella sua vita ed è perciò scontento anche di se stesso. Questa almeno è la mia esperienza, la quale però è pur sempre limitata, quindi non escludo che da qualche parte, e anche in molte parti, le cose stiano diversamente. Di fatto io non l'ho constatato.
 Dunque, quello che appare di noi a chi non è coinvolto nello sforzo di attuare una vita di fede è spesso una collettività che cerca di vivere modelli  assai problematici è che pertanto soffre ed è scontenta di sé. Essa dunque, in genere non attrae.
 Per quanto riguarda la situazione dei laici, essi sono ancora poco ascoltati, benché quelli che sono stati considerati nella nostra confessione i maggiori progressi culturali e sociali da almeno due secoli siano stati indotti dalla loro autonoma iniziativa, spesso duramente contrastata, ad esempio la concezione della vita matrimoniale come basata sull'uguaglianza, intesa come pari dignità, pari diritti e pari doveri, tra i coniugi, o l'accettazione conciliabilità della fede con i principi della democrazia contemporanea,  e sono colpiti da asprezze dogmatiche di vario genere, ideate in ambito teologico  e fondamentalmente da intellettuali del clero, e ritenute materia non negoziabile.
 Essi, i laici, si trovano già nel mondo per la parte prevalente della loro vita e, quindi, sostanzialmente hanno già accolto l'appello del vescovo ad essere collettività  in uscita. Ma nel mondo non sono legittimati, secondo l'ordine gerarchico che regola la nostra collettività religiosa, a parlare di fede, se non ripetendo insegnamenti ricevuti dal clero, e anche nelle materie in cui è stata riconosciuta, recentemente, dagli anni '60, una loro specifica competenza, le loro opinioni e, soprattutto, le narrazioni delle loro esperienze di vita sono viste con sospetto. Il loro ruolo di agenti pastorali (l'espressione usata nell'esortazione del vescovo) è ancora configurato oggi, mi pare, essenzialmente come quello di chi, con l'esempio di vita, attrae gli altri verso lo spazio liturgico dominato dal clero, per ricevervi dal clero ammaestramenti di fede, un indottrinamento.
 E' chiaro che si tratta di una situazione migliore di quella che in passato si è vissuta, quando l'adesione alla fede era frutto di coercizione sociale o addirittura giuridica. Ma si tratta di una condizione che è insufficiente anche solo a tamponare le emorragie di fedeli, gli abbandoni, fin dai tempi del dopo Cresima dei ragazzi. Laici condannati al mutismo sociale in materia di fede, al di là di ciò che comunicano come meri megafoni  della gerarchia, e travagliati nello sforzo di seguire stili di vita assai problematici non sono agenti veramente credibili nel mondo in cui vivono. L'evangelizzazione esplicita, il proporre agli altri le verità di fede, non è quindi ancora realmente alla loro portata, spesso, per la verità, anche per carenze di formazione, per conoscenze troppo superficiali  e non di rado risalenti alla prima iniziazione religiosa, rimane cosa da preti, ed essi devono limitarsi ad esercitare quel lavoro di mediazione culturale che pure è stato veramente molto importante e che può agevolare l'evangelizzazione.
 Costituisce però un elemento interessante l'idea, contenuta nell'esortazione del vescovo, che qualcosa di nuovo possa essere sperimentato:
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. [Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), n.33].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli