Crescere per attrazione (2)
Quando, in religione, si parla di crescere per attrazione non si vuole
intendere che la nostra collettività di fede debba spettacolarizzarsi per attrarre più pubblico secondo i gusti
contemporanei della gente: la giusta dose di paranormale (apparizioni, prodigi); un teatro liturgico appropriato, dedicato ad ogni categoria di fedeli
(vuoi la Messa in latino? Eccotela. Vuoi quella meno conformista? Eccotela. Vuoi
la Messa sontuosa all'uso medievale? Pronta. Vuoi una liturgia più intima, in
cui sentirsi uno dei Dodici? A ciascuno la sua); l'occasione per fare un po' di
beneficienza, per sentirsi più buoni; una giusta dose di giustizia, intesa però come punizione degli avversari, di chi ci
vuol male; un pizzico di sesso, inteso come discorsi pruriginosi sul tema; robuste
grida sui costumi decaduti della società
accompagnate da cicliche e rituali indulgenze plenarie, perché così fan tutti; occuparsi poco delle
questioni patrimoniali, per lasciare a
Cesare quel che è di Cesare, e poi, naturalmente, sempre abbastanza Papa,
un padre terreno e universale buono in cui rispecchiarsi.
L'idea è che, invece,
si debba strutturare più fedelmente la propria vita, personale, familiare e
sociale, secondo i principi etici insegnati dai vescovi sulla base della loro
interpretazione, storicamente situata, delle implicazioni morali della nostra
fede e, in tal modo, costruendo e manifestando vite buone si costituiscano poli
di attrazione per gli altri, ancora non coinvolti in questo sforzo, i
quali, vedendo i risultati dell'opera
religiosa sarebbero spinti ad imitarli. Per quanto riguarda specificamente noi
laici c'è però che il modello di vita
buona proposto dai vescovi, molto
dettagliato ed esigente sotto alcuni
specifici aspetti che però incidono notevolmente sull'esistenza delle persone e
molto meno su altri, è piuttosto problematico, nel senso che vi sono
generalmente varie e serie difficoltà ad attuarlo, per cui il nostro clero di
solito è scontento di noi. Analoghe difficoltà incontra anche il clero nella
sua vita ed è perciò scontento anche di se stesso. Questa almeno è la mia
esperienza, la quale però è pur sempre limitata, quindi non escludo che da
qualche parte, e anche in molte parti, le cose stiano diversamente. Di fatto io
non l'ho constatato.
Dunque, quello che
appare di noi a chi non è coinvolto nello sforzo di attuare una vita di fede è spesso
una collettività che cerca di vivere modelli
assai problematici è che pertanto soffre ed è scontenta di sé. Essa
dunque, in genere non attrae.
Per quanto riguarda la
situazione dei laici, essi sono ancora poco ascoltati, benché quelli che sono
stati considerati nella nostra confessione i maggiori progressi culturali e
sociali da almeno due secoli siano stati indotti dalla loro autonoma iniziativa,
spesso duramente contrastata, ad esempio la concezione della vita matrimoniale
come basata sull'uguaglianza, intesa come pari dignità, pari diritti e pari
doveri, tra i coniugi, o l'accettazione conciliabilità della fede con i
principi della democrazia contemporanea, e sono colpiti da asprezze dogmatiche di vario
genere, ideate in ambito teologico e
fondamentalmente da intellettuali del clero, e ritenute materia non negoziabile.
Essi, i laici, si trovano già nel mondo per la parte
prevalente della loro vita e, quindi, sostanzialmente hanno già accolto
l'appello del vescovo ad essere collettività in uscita. Ma nel mondo non
sono legittimati, secondo l'ordine gerarchico che regola la nostra collettività
religiosa, a parlare di fede, se non ripetendo insegnamenti ricevuti dal clero,
e anche nelle materie in cui è stata riconosciuta, recentemente, dagli anni
'60, una loro specifica competenza, le loro opinioni e, soprattutto, le
narrazioni delle loro esperienze di vita sono viste con sospetto. Il loro ruolo
di agenti pastorali (l'espressione
usata nell'esortazione del vescovo) è ancora configurato oggi, mi pare, essenzialmente
come quello di chi, con l'esempio di vita, attrae
gli altri verso lo spazio liturgico dominato dal clero, per ricevervi dal
clero ammaestramenti di fede, un indottrinamento.
E' chiaro che si
tratta di una situazione migliore di quella che in passato si è vissuta, quando
l'adesione alla fede era frutto di coercizione sociale o addirittura giuridica.
Ma si tratta di una condizione che è insufficiente anche solo a tamponare le
emorragie di fedeli, gli abbandoni, fin dai tempi del dopo Cresima dei ragazzi.
Laici condannati al mutismo sociale in materia di fede, al di là di ciò che
comunicano come meri megafoni della gerarchia, e travagliati nello sforzo di
seguire stili di vita assai problematici non sono agenti veramente credibili nel mondo in cui vivono. L'evangelizzazione esplicita, il proporre agli altri le verità di fede, non è quindi ancora
realmente alla loro portata, spesso, per la verità, anche per carenze di
formazione, per conoscenze troppo superficiali
e non di rado risalenti alla prima iniziazione religiosa, rimane cosa da
preti, ed essi devono limitarsi ad esercitare quel lavoro di mediazione culturale che pure è stato veramente
molto importante e che può agevolare l'evangelizzazione.
Costituisce però un
elemento interessante l'idea, contenuta nell'esortazione del vescovo, che
qualcosa di nuovo possa essere sperimentato:
La pastorale in chiave
missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto
sempre così”. Invito tutti ad essere audaci
e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo
stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei
fini senza un’adeguata ricerca comunitaria
dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. [Esortazione apostolica Evangelii
Gaudium (=la gioia del Vangelo), n.33].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli