lunedì 9 dicembre 2013

Crescere per attrazione (1)


Crescere per attrazione (1)

 
  Nella sua Esortazione  del mese scorso, il nostro vescovo, citando una omelia tenuta dal suo predecessore nel 2007 nel santuario di Aparecida in Brasile, in occasione della 5° Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, sostiene che la nostra collettività religiosa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.
Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione».
 Citando poi il documento conclusivo di quella Conferenza generale afferma che «non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» [ed] è necessario passare «da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria». Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa".
  Gli obiettivi che ci propone sono: far crescere  i credenti, quelli cioè che hanno mantenuto una fede cattolica intensa e sincera, in essi compresi anche coloro che non partecipano frequentemente al culto; restituire la gioia della fede e  il desiderio di impegnarsi per il Vangelo  ai battezzati che non hanno più un'appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede; proclamare  il Vangelo  a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato.  Citando l'enciclica Redemptoris Missio [=la missione del Redentore] del papa Giovanni Paolo 2°, del 1990, dichiara:
Giovanni Paolo II ci ha invitato a riconoscere che «bisogna, tuttavia, non perdere la tensione per l’annunzio» a coloro che stanno lontani da Cristo, «perché questo è il compito primo della Chiesa». L’attività missionaria «rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa» e «la causa missionaria deve essere la prima».
  Nella nostra confessione religiosa, non appena, grosso modo dal sesto secolo, cominciò a differenziarsi significativamente, almeno nell'Europa occidentale, dai regimi politici, l'evangelizzazione diventò un mestiere per personale specializzato, vale a dire per i preti, inquadrati in un'organizzazione che si fece sempre più rigida ed autoritaria. Ciò dipese da due fattori: innanzi tutto l'elevata complessità della teologia, della comprensione razionale delle questioni di fede, che non era alla portata di un popolo poco alfabetizzato e, comunque, poco propenso allo studio, anche quando, con l'invenzione della stampa, i libri divennero disponibili in grande quantità, in secondo luogo per l'inclinazione sempre molto polemica che denotò, fin dagli scritti paolini, incorporati in quelli sacri  per la nostra fede, la nostra teologia, con la conseguente preoccupazione di impedire lo sviluppo di varianti, viste come uno straziare il corpo del nostro popolo, concepito come un unico organismo con a capo il Risorto, anche nella sua dimensione soprannaturale. Un genere letterario molto diffuso tra gli antichi scrittori che consideriamo come Padri, vale a dire come i fondatori della nostra teologia, fu quello della controversia, contro varianti ideate da coloro che vennero definiti eretici, parola che deriva da un vocabolo del greco antico che significava scegliere e che venne utilizzata in senso negativo come per definire persone e gruppi che avevano fatto un scelta non in linea con quella dei capi religiosi  e che quindi avevano deciso o accettato di rompere arbitrariamente, per ribellione e superbia, l'unità religiosa. Le controversie patristiche, anche molto aspre, vennero condotte contro chi la pensava diversamente su argomenti di fede o sull'organizzazione della collettività religiosa, contro gli ebrei, contro i pagani, vale a dire i credenti della antiche religioni politeistiche greco-romane o altre religioni che vennero viste come una minaccia. L'aggressività controversistica fu sempre molto forte nella nostra fede religiosa e risale ai tempi della prima strutturazione delle nostre collettività religiose, dopo la morte del Maestro. Essa contrasta con l'immagine di persone miti che viene in genere proposta con riferimento ai nostri fedeli.
  In definitiva, solo a clero, alla cui formazione, anche sotto il profilo disciplinare, venne dedicata una cura particolare, venne permesso di predicare esplicitamente la fede e quindi di evangelizzare.
  Nelle confessioni religiose scaturite dalla riforma luterana le cose cambiarono un po', ma rimasero sempre molto forti quelle due caratteristiche della nostra fede che avevano comportato l'accentramento tendenziale della predicazione in un corpo di personale altamente specializzato. In particolare, per quello che ritengo di aver capito, rimase sempre molto viva la tendenza a un certo autoritarismo nella definizione dei principi teologici, che, in quanto definiti con una notevole complessità concettuale, erano al di fuori della portata della gran parte del popolo dei fedeli. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi e  al massimo, avevano accesso fondamentalmente alla creazione di una spiritualità personale e ad un'adesione più informata e consapevole all'etica insegnata da maestri specializzati.
 Quando è cambiata, se è veramente cambiata, la situazione nella nostra confessione religiosa? Grosso modo ha iniziato a cambiare dopo la metà degli anni Sessanta. Nell'epoca successiva a quei tempi si iniziò in particolare a concedere più autonomia ai laici, il cui ruolo nella società era divenuto molto più importante di un tempo in vari campi e, in particolare, in quello politico, di governo delle società, con riflessi importanti sulla condizione sociale ed economica dell'apparato del clero, dei maestri specializzati. I laici iniziarono ad informarsi meglio delle questioni della fede e, addirittura, a studiare teologia. Negli anni '70 mia madre fu una delle prime tre laiche sposate,  quindi non appartenenti ad ordini religiosi, ad essere ammesse ad un corso universitario in Scienze dell'educazione nell'Università salesiana di Roma in cui c'erano anche insegnamenti di teologia.
 Quando però i  laici iniziarono qualcosa che assomigliava a una predicazione  della fede spesso lo fecero con spirito di proselitismo, vale a dire richiedendo l'adesione ai vari movimenti laicali  in cui si erano formati culturalmente, quindi, secondo una significativa espressione che ho sentito qualche tempo fa, pescando di frodo, vale a dire non  facendosi pescatori di persone umane nell'esclusivo interesse generale della nostra organizzazione religiosa, ma innanzi tutto per accrescere il numero degli aderenti ai loro movimenti. Questa tendenza non riguardò l'Azione Cattolica, in tutte le sue articolazioni, e i  movimenti che in qualche modo erano ad essi coordinati e ne seguivano il metodo. Tuttavia l'Azione Cattolica, per quanto riguarda l'azione verso l'esterno, preferì in genere la via della diffusione non esplicita  dei principi di fede, vale a dire quella della mediazione culturale, che significa tradurre in linguaggio comune, senza la sofisticata concettuologia esplicitamente religiosa, i principi di fede, in modo da consentire l'interazione tra persone di fede e persone non credenti o credenti in altre fedi nella costruzione di società migliori, secondo le opportunità offerte dalla democrazia popolare contemporanea. Il lavoro di esplicita evangelizzazione dell'Azione Cattolica si è rivolto quindi essenzialmente verso la prima categoria di persone verso le quali il nostro vescovo ci esorta  ad agire, vale a dire quella dei credenti. Il riserbo verso le altre due categorie fu, ed è ancora, determinato dall'esigenza del rispetto della libertà di coscienza, nel ricordo dei fatti atroci del passato, dell'epoca della millenaria guerra dura alle eresie e agli  infedeli. Perché infatti, ci si chiede, dovremmo insistere con discorsi esplicitamente religiosi tipo "Pentiti, fratello!"  o " Dio ti ama!"  o "Gesù ti salverà!" verso persone che, per vari motivi, sono consapevolmente divenute indifferenti alla nostra fede o l'hanno addirittura rifiutata? Il discorso si fa anche più serio per l'evangelizzazione verso i credenti di altre fedi, per le quali la nostra azione esplicita di predicazione è vista come una grave minaccia.
  Dagli anni '70 è sorto il tema, nuovo in Europa, delle persone che non hanno mai conosciuto la nostra fede né appartengono ad altre fedi religiose. Esso è  particolarmente attuale nelle nazioni dell'Europa orientale, dove regimi in varia misura ateistici avevano privato la gran parte della popolazione del contatto cordiale, secondo l'espressione del nostro vescovo, con le storiche organizzazioni religiose. Ma si presenta con sempre maggiore forza anche nell'Europa occidentale e addirittura anche in Italia, uno delle nazioni più cattolicizzate  del globo, anche per la presenza vicina, fattasi sempre più popolare, del padre universale terreno  della nostra confessione religiosa, con grande visibilità mediatica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli