Crescere per attrazione (1)
Nella sua Esortazione
del mese scorso, il nostro vescovo,
citando una omelia tenuta dal suo predecessore nel 2007 nel santuario di Aparecida in Brasile, in occasione della
5° Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, sostiene
che la nostra collettività religiosa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.
Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I
cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi
impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un
orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per
proselitismo ma «per attrazione».
Citando poi il documento conclusivo di quella
Conferenza generale afferma che «non possiamo
più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» [ed] è necessario passare «da una pastorale di
semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria». Questo compito
continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa".
Gli obiettivi che ci propone sono: far crescere i credenti, quelli cioè che hanno mantenuto
una fede cattolica intensa e sincera, in essi compresi anche coloro che non
partecipano frequentemente al culto; restituire
la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi per il Vangelo ai battezzati che non hanno più
un'appartenenza cordiale alla Chiesa
e non sperimentano più la consolazione della fede; proclamare il Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo
hanno sempre rifiutato. Citando
l'enciclica Redemptoris Missio [=la
missione del Redentore] del papa Giovanni Paolo 2°, del 1990, dichiara:
Giovanni Paolo II ci ha
invitato a riconoscere che «bisogna, tuttavia, non perdere la tensione per
l’annunzio» a coloro che stanno lontani da Cristo, «perché questo è il compito primo della Chiesa».
L’attività missionaria «rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa» e «la causa missionaria deve
essere la prima».
Nella nostra confessione religiosa, non
appena, grosso modo dal sesto secolo, cominciò a differenziarsi
significativamente, almeno nell'Europa occidentale, dai regimi politici,
l'evangelizzazione diventò un mestiere per personale specializzato, vale a dire
per i preti, inquadrati in un'organizzazione che si fece sempre più rigida ed
autoritaria. Ciò dipese da due fattori: innanzi tutto l'elevata complessità
della teologia, della comprensione razionale delle questioni di fede, che non
era alla portata di un popolo poco alfabetizzato e, comunque, poco propenso
allo studio, anche quando, con l'invenzione della stampa, i libri divennero
disponibili in grande quantità, in secondo luogo per l'inclinazione sempre
molto polemica che denotò, fin dagli scritti paolini, incorporati in quelli
sacri per la nostra fede, la nostra
teologia, con la conseguente preoccupazione di impedire lo sviluppo di varianti, viste come uno straziare il
corpo del nostro popolo, concepito come un unico organismo con a capo il
Risorto, anche nella sua dimensione soprannaturale. Un genere letterario molto
diffuso tra gli antichi scrittori che consideriamo come Padri, vale a dire come
i fondatori della nostra teologia, fu quello della controversia, contro varianti
ideate da coloro che vennero definiti eretici,
parola che deriva da un vocabolo del greco antico che significava scegliere e che venne utilizzata in
senso negativo come per definire persone e gruppi che avevano fatto un scelta non in linea con quella dei capi
religiosi e che quindi avevano
deciso o accettato di rompere arbitrariamente,
per ribellione e superbia, l'unità religiosa. Le controversie patristiche, anche molto aspre, vennero
condotte contro chi la pensava diversamente su argomenti di fede o
sull'organizzazione della collettività religiosa, contro gli ebrei, contro i pagani, vale a dire i credenti della
antiche religioni politeistiche greco-romane o altre religioni che vennero
viste come una minaccia. L'aggressività controversistica
fu sempre molto forte nella nostra fede religiosa e risale ai tempi della prima strutturazione delle nostre collettività
religiose, dopo la morte del Maestro. Essa contrasta con l'immagine di persone miti che viene in genere
proposta con riferimento ai nostri fedeli.
In definitiva, solo a clero, alla cui
formazione, anche sotto il profilo disciplinare, venne dedicata una cura
particolare, venne permesso di predicare esplicitamente
la fede e quindi di evangelizzare.
Nelle confessioni religiose
scaturite dalla riforma luterana le cose cambiarono un po', ma rimasero sempre
molto forti quelle due caratteristiche della nostra fede che avevano comportato
l'accentramento tendenziale della predicazione in un corpo di personale
altamente specializzato. In particolare, per quello che ritengo di aver capito,
rimase sempre molto viva la tendenza a un certo autoritarismo nella definizione
dei principi teologici, che, in quanto definiti con una notevole complessità
concettuale, erano al di fuori della portata della gran parte del popolo dei
fedeli. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi e al massimo, avevano accesso fondamentalmente
alla creazione di una spiritualità personale e ad un'adesione più informata e
consapevole all'etica insegnata da maestri specializzati.
Quando è cambiata, se è veramente
cambiata, la situazione nella nostra confessione religiosa? Grosso modo ha iniziato a cambiare dopo la metà degli
anni Sessanta. Nell'epoca successiva a quei tempi si iniziò in particolare a
concedere più autonomia ai laici, il cui ruolo nella società era divenuto molto
più importante di un tempo in vari campi e, in particolare, in quello politico,
di governo delle società, con riflessi importanti sulla condizione sociale ed
economica dell'apparato del clero, dei maestri specializzati. I laici
iniziarono ad informarsi meglio delle questioni della fede e, addirittura, a
studiare teologia. Negli anni '70 mia madre fu una delle prime tre laiche
sposate, quindi non appartenenti ad
ordini religiosi, ad essere ammesse ad un corso universitario in Scienze dell'educazione nell'Università
salesiana di Roma in cui c'erano anche insegnamenti di teologia.
Quando però i laici iniziarono qualcosa che assomigliava a
una predicazione della fede spesso lo fecero
con spirito di proselitismo, vale a
dire richiedendo l'adesione ai vari movimenti
laicali in cui si erano formati
culturalmente, quindi, secondo una significativa espressione che ho sentito
qualche tempo fa, pescando di frodo,
vale a dire non facendosi pescatori
di persone umane nell'esclusivo interesse generale della nostra
organizzazione religiosa, ma innanzi tutto per accrescere il numero degli
aderenti ai loro movimenti. Questa tendenza non riguardò l'Azione Cattolica, in
tutte le sue articolazioni, e i
movimenti che in qualche modo erano ad essi coordinati e ne seguivano il
metodo. Tuttavia l'Azione Cattolica, per quanto riguarda l'azione verso l'esterno, preferì in genere la
via della diffusione non esplicita dei principi di fede, vale a dire quella della
mediazione culturale, che significa
tradurre in linguaggio comune, senza la sofisticata concettuologia
esplicitamente religiosa, i principi di fede, in modo da consentire
l'interazione tra persone di fede e persone non credenti o credenti in altre
fedi nella costruzione di società migliori, secondo le opportunità offerte
dalla democrazia popolare contemporanea. Il lavoro di esplicita evangelizzazione
dell'Azione Cattolica si è rivolto quindi essenzialmente verso la prima
categoria di persone verso le quali il nostro vescovo ci esorta ad agire, vale a dire
quella dei credenti. Il riserbo verso
le altre due categorie fu, ed è ancora, determinato dall'esigenza del rispetto
della libertà di coscienza, nel
ricordo dei fatti atroci del passato, dell'epoca della millenaria guerra dura
alle eresie e agli infedeli. Perché infatti, ci si chiede,
dovremmo insistere con discorsi esplicitamente religiosi tipo "Pentiti, fratello!" o "
Dio ti ama!" o "Gesù ti salverà!" verso persone
che, per vari motivi, sono consapevolmente divenute indifferenti alla nostra
fede o l'hanno addirittura rifiutata?
Il discorso si fa anche più serio per l'evangelizzazione verso i credenti di altre fedi, per le quali la nostra
azione esplicita di predicazione è vista come una grave minaccia.
Dagli anni '70 è sorto il tema,
nuovo in Europa, delle persone che non
hanno mai conosciuto la nostra fede né
appartengono ad altre fedi religiose. Esso è particolarmente attuale nelle nazioni
dell'Europa orientale, dove regimi in varia misura ateistici avevano privato la
gran parte della popolazione del contatto cordiale,
secondo l'espressione del nostro vescovo, con le storiche organizzazioni
religiose. Ma si presenta con sempre maggiore forza anche nell'Europa
occidentale e addirittura anche in Italia, uno delle nazioni più cattolicizzate del globo, anche per la presenza vicina, fattasi
sempre più popolare, del padre universale terreno della nostra confessione religiosa, con grande
visibilità mediatica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli