martedì 31 dicembre 2013

Comunicare meglio la verità del Vangelo


Comunicare meglio la verità del Vangelo



34. Se intendiamo porre tutto in chiave missionaria, questo vale anche per il modo di comunicare il messaggio. Nel mondo di oggi, con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari. Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo.
35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni,  l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario.
36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.
39…  Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo.
43. Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita.
45. Vediamo così che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa «debole con i deboli […] tutto per tutti» (1 Cor 9,22) [Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinti, capitolo 9, versetto 22]. Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada.
[Dall'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del papa Francesco, diffusa il 24-11-13]
 
 La lunga citazione dal recente documento esortativo del nostro vescovo e padre universale si giustifica fondamentalmente con la necessità di disporre di un'autorizzazione  per scrivere ciò che segue.  Infatti le idee che sono esposte nell'Esortazione nei brani che ho sopra riportato non sono nuove, anzi  sono già alla base, in genere,  delle prassi quotidiane delle relazioni vive tra il clero con "cura d'anime" e i fedeli e tra i fedeli tra di loro; ciò che è nuovo  è stato il proporle in un atto formale del sovrano religioso della nostra confessione, il che costituisce appunto una autorevole autorizzazione di quelle prassi che in precedenza hanno presentato sempre un qualche rischio disciplinare, specialmente per il personale del clero e per i religiosi (monaci e monache; frati e suore).
 L'incredibile asprezza di talune affermazioni della corrente dottrina della fede in ciò che specificamente riguarda la vita dei laici di fede è infatti correntemente temperata e resa sopportabile in concreto da un modo di intendere quelle idee che non la fa gravare veramente sui fedeli. C'è quindi una significativa differenza tra alcune dichiarazioni della teologia, in particolare di quella morale, e il modo in cui di fatto viene esercitato il potere religioso nella stessa materia. Questa che può essere vista come una flessibilità di chi comanda nella nostra collettività religiosa riempie ancora di fedeli le nostra chiese, ma finora è scarsamente rifluita nel campo della teologia, contaminando (secondo la visione di alcuni) solo quella di tipo pastorale, che definisce appunto, nei casi concreti, nei vari specifici ambienti e situazioni, i criteri contingenti di esercizio del potere religioso e dell'attività di educazione religiosa e di ammaestramento delle masse, vale a dire dell'edificazione religiosa, nel senso di costruzione concreta di collettività religiose.
  L'Esortazione  del nostro vescovo e padre universale non cambia quindi la situazione attuale, se non in un aspetto piuttosto importante: essa libera chi nella nostra collettività religiosa esercita funzioni pastorali, di cura d'anime, dal rischio di conseguenze disciplinari. Esso era infatti sempre latente. C'era sempre la possibilità che da teologi sedicenti ortodossi  (vale a dire ansiosi di ristabilire la verità vera)  o da gruppi di tendenza reazionaria giungessero accuse di eresia e richieste di sconfessione e di punizione. Si tratta di una vera e propria inversione di tendenza nell'orientamento del nostro vertice romano, il quale, dal 1993, da quando cioè venne pubblicato quell'atto normativo che venne denominato Catechismo della Chiesa Cattolica, ma che è molto più che è un catechismo, intese invece esercitare una forte azione di normalizzazione, per ridurre la distanza tra dottrina teologica e prassi pastorali e ostacolare il riflusso teologico  di quelle prassi. Quel catechismo normativo viene citato solo due volte nel lungo recente documento esortativo, la prima, testualmente, nel n.44, per limitare il rilievo disciplinare delle azioni dei fedeli comuni, e l'altra, con un rimando non testuale, al n. 240, per ricordare i compiti dello Stato nella promozione del bene comune della società. In base all'Esortazione, d'ora in avanti ci si può attendere che coloro i quali, teologi e non, ragioneranno di fede in materie che abbiano un rilievo pastorale, vale a dire che riguardino le modalità di diffusione della nostra fede nel mondo contemporaneo e di edificazione delle nostre collettività religiose, non debbano più temere punizioni disciplinari. Non dovrebbe più ripetersi un caso doloroso come quello costituito, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dalla spietata persecuzione disciplinare del sacerdote Lorenzo Milani, una delle figure che nel Novecento ha più influito positivamente per l'inculturazione della fede nell'Italia del suo tempo e che ancora suscita grande ammirazione anche al di fuori della nostra collettività religiosa, il quale, incredibilmente, fu duramente, spietatamente e lungamente punito dai suoi superiori ecclesiastici appunto solo per aver ragionato in tema di teologia pastorale; uno spreco sconsiderato di una preziosa risorsa scaturita da un periodo di grande vitalità della Chiesa fiorentina. Una ferita ancora aperta nel cuore della nostra collettività religiosa.
 Preso atto dell'inversione di tendenza di cui ho parlato, ci si può chiedere naturalmente se sia veramente indispensabile nella nostra collettività religiosa il mantenere, al centro, una sofisticata burocrazia di polizia ideologica che, pur impedita di arrivare alle estreme conseguenze per i limiti che ai tempi nostri le concezioni democratiche degli Stati in cui opera le impongono e pur ristrutturata in modo da non confliggere con le idee umanitarie di quelle concezioni, è ancora, in fondo, strutturata sulla base di principi imposti nei primi tre secoli dello scorso millennio, caratterizzati dalla volontà di creare un impero religioso romano  e da una marcatissima, crudele e violenta aggressività su basi teologiche verso nuove esperienze religiose, generatrice di fatti che, con la sensibilità contemporanea e in sede di purificazione della memoria, riteniamo gravissimi e inaccettabili, come la stragista crociata teologica indetta e attuata nel meridione della Francia contro le comunità catare (1207-1213).
 Indubbiamente, è storicamente dimostrato che l'immaginazione religiosa, lasciata a sé stessa e inquinata da concezioni di tipo magico, può condurre i fedeli lontano da centro del messaggio evangelico così come l'abbiamo ricevuto. L'esercizio di un magistero religioso, di un'autorità nell'insegnamento della fede, ha quindi ancora un senso e, in effetti, è stata mantenuta in quasi tutte le altre confessioni della nostra fede. In proposito si osserva che  "il gregge senza pastore si disperde" e ciò è effettivamente confermato dall'esperienza comune. Il problema quindi consiste nelle modalità di esercizio di quell'autorità, ma, ancor prima, nelle concezioni fondamentali di quella parte della teologia che fornisce il linguaggio a quell'autorità  e che dovrebbero forse essere da un lato meno autoritarie, nel senso di esserlo solamente quando veramente indispensabile per conservare il nucleo centrale e irrinunciabile  della nostra fede, e dall'altro meno ossessionate dalla coerenza logica di sistema, riconoscendo, come si fa nell'Esortazione del nostro vescovo e papa universale che: "non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione. Vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possano cogliere le ragioni e gli argomenti." (n.42).
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli