martedì 31 dicembre 2013

L'ordinamento economico come fonte di povertà sociale


L'ordinamento economico come fonte di povertà sociale

 
48. Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni . Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo»,  e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità [così nel testo italiano diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…"; quindi "disuguaglianza ingiusta".] diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.
No a un’economia dell’esclusione
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.
54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete.
La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci  sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.
No all’inequità che genera violenza
59. Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dal cosiddetto “fine della storia”, giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.
 La riflessione sulla povertà attuata dai teologi della nostra fede  non ha prodotto, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, nel magistero del vertice romano della nostra confessione  religiosa, che sul punto ha in genere chiesto uniformità dalle altri fonti del magistero, indicazioni per individuarne l'origine nelle strutture di governo delle società umane. Escludo intenzionalmente l'enciclica Rerum Novarum (=sulle cose nuove), del 1891, del papa Leone 13°, considerata come il primo documento della dottrina sociale della nostra collettività religiosa, nella quale la prima preoccupazione mi pare sia stata quella di contenere il potenziale di sovversione sociale e politica  espresso dalle idee del socialismo che all'epoca si andava diffondendo in Europa e in altre regioni del mondo sensibili all'influsso culturale degli europei (e che consideravano la religione un'impostura sociale per mantenere le classi più povere asservite al dominio di quelle più ricche). Ciò senza naturalmente togliere importanza ad un documento del supremo magistero che per primo indicò all'associazionismo cattolico la via del patrocinio e del soccorso  verso la classe operaia e agli stati la via dell'intervento pubblico "per sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose". Basti però pensare che una delle proposizioni di quel documento, nella parte dedicata ai rapporti tra le classi sociali, venne intitolato "i vantaggi della povertà". Nella Rerum Novarum  ci si mosse fondamentalmente  nel solco della tradizione del pensiero della nostra fede, individuando nell'avidità e nell'avarizia, quindi essenzialmente nel male morale, dei ricchi la causa delle sofferenze dei poveri, verso i quali non si andava in soccorso con il superfluo  del propri beni e ai quali, se lavoratori dipendenti, profittando della debolezza contrattuale dei lavoratori  non veniva data una sufficiente retribuzione e venivano imposte condizioni di lavoro inumane. Non si misero in questione invece le strutture economiche che reggevano la società del tempo, come si faceva da parte socialista, né si ritennero lecite rivendicazioni solidali di massa per opporsi alla dinamica ingiusta di quelle strutture, che era all'origine della povertà sociale, con particolare riferimento allo sciopero, la principale arma collettiva che i ceti operai avevano cominciato ad utilizzare a sostegno delle loro istanze. Anzi, sotto questo aspetto, si ritenne che gli operai dovessero essere convinti a rinsavire e, in spirito di fraternità, a proporsi  questo obiettivo: stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo (con i datori di lavoro, la loro controparte nelle questioni sindacali).
  Nell'esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (=riconciliazione e penitenza), del 1984, del papa Giovanni Paolo 2° si adottò il termine di peccato sociale, inteso a)come riflesso sugli altri del peccato personale, b)come peccato "contro la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora dalla comunità alla persona"  e c) come peccato contro l'ordinamento pacifico dei gruppi sociali (compreso lo sciopero) e delle nazioni del mondo. Con quel documento si autorizzò quindi ad esplorare la dimensione sociale del peccato, non solo quella morale e interpersonale. Ma è con l'enciclica Sollicitudo rei socialis (=la sollecitudine sociale [della Chiesa]), del 1987, del medesimo Papa, che si comincia a trattare, nel magistero dei papi, di strutture di peccato, intese come "la somma dei fattori negativi, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di favorirlo" e che, individuati dall'analisi socio-politica, richiedono, per essere intesi nel loro disvalore, un'indagine di tipo etico, che le collega al peccato personale, dal quale si sviluppano per diffusione sociale. La soluzione contro le strutture di peccato venne vista in quel documento nella solidarietà (Solidarnosc  era il sindacato polacco, animato da forze cattoliche, che in quegli anni stava promuovendo azioni politiche contro il governo comunista egemonizzato dai sovietici),  riconosciuta come  virtù cristiana  e vista come via di pace e di sviluppo. Il magistero sulle strutture di peccato, sviluppato a partire dall'esperienza della resistenza contro il comunismo di impronta sovietica fu negli anni successivi più chiaramente ed esplicitamente esteso alla critica delle strutture delle società capitalistiche.  Con l'enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità), del 2009, de papa Benedetto 16°, si cominciò a criticare l'atteggiamento fatalistico con cui, nell'era della globalizzazione (del mondo in cui le comunicazioni sociali e le relazioni economiche sono estremamente facilitate dal progresso tecnologico e dall'uniformarsi dei sistemi economici di produzione e scambio e del diritto dei rapporti economici e finanziari) vengono affrontate le questioni dell'economia, come "se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana".
 La straordinaria novità della recente Esortazione del nostro vescovo e padre universale Francesco, rispetto al precedente magistero, consiste però nel riconoscere esplicitamente la causa della povertà sociale in un sistema sociale ed economico che governa l'umanità nella fase della globalizzazione e che comporta inequità, neologismo di derivazione dallo spagnola che significa disuguaglianza ingiusta, e quindi esclusione sociale. Si afferma pertanto la natura politica della povertà sociale. E non solo questo. Si giunge ad individuare specificamente l'ideologia politica che è alla base dell'inequità, vale a dire quella basata sulle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo: questa è l'ideologia del neoliberismo economico e del neoconservatorismo statunitense che classi dominanti, con l'appoggio di potenti istituzioni internazioni, hanno cercato di imporre nel mondo a partire dagli anni '80, in particolare nel continente americano, in Europa, in Russia e in diverse nazioni asiatiche. Nessun Papa si era mai spinto a tanto e questo per il motivo che la nostra gerarchia religiosa, nel complesso, non era mai stata dalla parte dei poveri, ma, nelle nazioni ricche si era storicamente federata alle classi dominanti, quelle espresse dai privilegiati sociali che condizionavano l'azione dei governi nazionali, e nell'ordinamento mondiale si era sempre schierata dalla parte dell'Occidente ricco, nonostante che dalla metà degli Sessanta fossero anche venute accalorate prese di posizione in senso contrario, ma senza reali riflessi sulla politica ecclesiastica.
 Voglio sottolineare che l'impostazione della recente Esortazione è in linea con le concezioni del movimento democratico internazionale contemporaneo il quale, appunto, ha preso coscienza della stretta relazione tra uguaglianza, intesa come pari dignità sociale, e la rimozione delle cause economiche e sociali di discriminazione, espresse, ad esempio, nell'art.3, 2° comma,  della nostra Costituzione:
"E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e          sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini,          impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva          partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e          sociale del paese."
 Ponendosi esplicitamente contro le forze egemoni del mondo contemporaneo il Papa si è senz'altro esposto a gravi rischi personali, perché in questa materia l'esperienza storica ha dimostrato che non di rado si è passati dalle accuse di comunismo, che infatti sono piovute abbondantemente sul nostro vescovo e padre universale, ai fatti, intesi come tentativi di tacitazione anche violenti. Che il Signore, il quale ha voluto donarcelo, ce lo conservi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli