lunedì 30 dicembre 2013

Un mondo nuovo


Un mondo nuovo

 
 Io e mia moglie siamo  piuttosto abitudinari nello scegliere le nostre vacanze estive. Da quando ci siamo sposati, il mese di agosto l'abbiamo sempre passato a Bolsena, sul lago, nel Viterbese (Lazio settentrionale, a confine con la Toscana), il  paese della famiglia paterna di mia moglie. Ma non solo: da  vent'anni frequentiamo in quel periodo lo stesso stabilimento balenare e ci piazziamo più o meno allo stesso ombrellone. Intorno abbiamo persone che sono abitudinarie come noi, quindi più o meno la stessa gente. Tutti gli anni c'è una sorta di rituale della conversazione, nel quale persone degli ombrelloni vicini vengono al nostro ombrellone e osservano che fa molto caldo, allora c'è chi osserva che "a Roma però fa molto più caldo" e io replico che a settembre comincerà a fare più fresco e che a novembre il tempo peggiorerà molto. Insomma, le stagioni dell'anno, che si ripetono simili dall'ultima era glaciale sembra che costituiscano sempre una sorpresa. Ma in effetti non dovrebbero esserlo perché  "i segni dei tempi" si ripetono nello stesso modo tutti gli anni, e più o meno a marzo spuntano le margherite sui prati.
 Quando invece pensiamo alle società umane "i segni dei tempi" ci dicono tutt'altro  e questo particolarmente da circa settant'anni, nel corso dei quali la popolazione mondiale si è quasi triplicata, passando da circa 2 miliardi e mezzo di esseri umani a quasi sette miliardi, e sono state introdotte tecnologie che da ragazzo vedevo solo nei film di fantascienza. Le collettività umane, le loro culture, i loro costumi, ogni altra cosa che le riguarda, sono in velocissima evoluzione. Mentre quando ci stupiamo dei mutamenti climatici determinati dal trascorrere delle stagioni non avremmo in realtà ragione di meravigliarci, anche tenendo conto delle novità determinate dalle attività umane sul pianeta e da certi sconvolgimenti naturali come le eruzioni vulcaniche, non dovremmo invece aspettarci che il mondo,  inteso come umanità, rimanga sempre lo stesso e che sia rimasto tale nei secoli che ci hanno preceduto. Da quando esiste una storia narrata, contenuta in documenti che l'umanità ha preservato dalla distruzione, possiamo seguire il corso delle cose umane con una certa continuità. In particolare, negli ultimi duemila anni, che sono quelli in cui la nostra fede religiosa è sorta, si è strutturata e si è diffusa potentemente in tutta l'umanità, a parte il nostro aspetto fisico, che  è cambiato meno velocemente e più che altro a causa dell'incrocio di genti di etnie diverse, ogni altra cosa, cultura, istituzioni, tecnologia, arte, urbanistica, etica, convinzioni religiose, ha subito mutamenti radicali, a partire dalla lingua parlata e scritta. In religione, però, talvolta ci piacerebbe fermare il tempo e, per la verità, ci accade anche di immaginarlo come effettivamente fermo. Ma non siamo mai veramente riusciti  a fermarlo, nonostante le varie strategie attuate storicamente. Anche la nostra collettività religiosa quindi non è rimasta sempre la stessa, anche se ci tranquillizza immaginarlo. Qualche giorno fa ho ascoltato in radio un  esperto di teologia dogmatica che sosteneva che nella nostra confessione religiosa, una volta stabilito un dogma, un'affermazione fondamentale in materia di fede, essa non  è mai stata successivamente modificata e invitava gli ascoltatori a verificare personalmente la cosa. Quello che posso osservare è che sicuramente si è modificata nel tempo la comprensione di certi dogmi, pur mantenendone la formulazione letterale, e, alla fine, si può concludere, per il resto, che ci troviamo a utilizzare un apparato concettuale che è piuttosto datato. Da un lato è apprezzabile l'attaccamento alla tradizione di fede ricevuta, ma possiamo veramente andare orgogliosi del fatto di costringerci ad utilizzare modi di esprimere la fede elaborati in epoche tanto lontane?  Di fatto molti problemi sono superati perché, per spiegare i concetti espressi nei dogmi, li  traduciamo in lingua corrente, così come facciamo senza problemi per i testi biblici, sui quali quei dogmi sono fondati. Ad esempio, pur disponendo di una buona traduzione in italiano elaborata nel 1974, si è sentita l'esigenza di farne una nuova, che è stata ultimata nel 2008 e che oggi utilizziamo nelle nostre liturgie (dal punto puramente letterario certamente non supera la precedente, anche se ci viene detto che è in linea con le ultime acquisizioni delle scienze bibliche nell'interpretazione degli antichi testi che poniamo a base della nostra fede).
 Prendere coscienza che tutto cambia, anche nelle cose di fede, può essere angosciante, tanto che alcuni, allora, pensano che si debba tornare a ciò che c'era prima e che sembra aver dimostrato una maggiore stabilità. Ci sono ad esempio coloro che apprezzano le antiche liturgie in latino, senza però considerare che il latino non è la lingua originaria dei nostri testi biblici, che ci sono arrivati, con  moltissime varianti nei tanti testimoni del testo (documenti scritti pervenutici dall'antichità, salvati dagli sconvolgimenti storici), scritti in ebraico antico e greco antico, né quella  di tutte le Chiese più antiche, ma la lingua "ufficiale" della sola Chiesa latina, quella che nel corso della storia si  è aggregata intorno al papato romano. I nostri dogmi fondamentali di fede furono elaborati in greco antico.
  Mantenersi legati ad antiche espressioni concettuali e a un'antica lingua non è mai servito a fermare il tempo, anche nelle cose di fede. Ha anche creato diversi problemi, in particolare ostacolando la comprensione della fede in cerchie più vaste dei sofisticati circoli dei teologi. E' stato osservato che, ad esempio, la nostra fede è stata come lungamente imprigionata nel latino ecclesiastico, rendendo difficile alla gente che non aveva potuto avere un'istruzione classica di capire il senso delle nostre belle liturgie, che dovrebbero essere azione di massa. E' stato un po' come quando, ai tempi nostri, ci capita di acquistare un elettrodomestico e di constatare che le istruzioni di funzionamento sono scritte in tante lingue, ma non in italiano. Come ci rimaniamo?
 I nostalgici del bei tempi passati osservano che se abbandoniamo le espressioni della fede del passato, il latino del passato, le liturgie del passato, rendiamo meno stabile la nostra fede, ma in realtà le molte novità che sono state introdotte ci sono servite per capire meglio la nostra fede e soprattutto per operare meglio nel mondo in cui quella fede deve essere diffusa: la nostra collettività religiosa ritiene infatti questo suo essere lanciata  nel mondo come una sua ragione di vita.
 La stabilità della nostra fede non sta nel seguire acriticamente i costumi e gli usi del passato, ma nel compiere, costantemente e  collettivamente, un  lavoro di attualizzazione del deposito di fede, in modo che anche nei tempi contemporanei possa essere mantenuta l'originaria relazione con il soprannaturale e, in base ad essa, la conseguente relazione tra gli esseri umani, nelle varie forme di collettività in cui essi sviluppano le loro personalità. Il soprannaturale deve sempre continuare a scendere ad abitare fra gli esseri umani e siamo noi fedeli contemporanei che abbiamo avuto la missione di manifestarlo al mondo, secondo il comando ricevuto alle origini. Si osserva in merito che, sebbene non siamo stati partecipi della Creazione, essa infatti è avvenuta senza di noi, per la nostra salvezza sarà necessaria la nostra collaborazione. In particolare non dobbiamo aspettarci che le cose nel mondo cambino al modo in cui cambiano le stagioni, che si alternano senza che in definitiva noi si possa o si debba fare alcunché (anche se continuiamo a sorprenderci del loro trascorrere, come se, nell'arco di una vita umana, all'inverno potesse non seguire sempre la primavera): ogni mutamento, come del resto  è dimostrato dalla lunga storia della nostra confessione religiosa, richiederà un faticoso nostro impegno. Non ci si deve però aspettare che la semplice inerzia, il non agire, lasci le cose come stanno: il corso della storia dell'umanità continuerà a fluire velocemente, ma prenderà probabilmente un direzione diversa da quella che noi vorremmo imprimergli secondo le idealità di fede. Rimanere inerti significa in realtà disertare.
 Ed è proprio a un rinnovato impegno nella storia dell'umanità, per mantenervi viva la fede ricevuta dal passato, che oggi siamo chiamati, con toni accorati, dal nostro nuovo vescovo e padre universale. Fedeltà al deposito di fede ricevuta non significa accontentarsi del principio del "fare come si è sempre fatto", ci ha scritto nell'ultima sua Esortazione. Audacia, creatività, generosità,  coraggio sono le doti che siamo chiamati a manifestare in un lavoro che per riuscire utile deve anche essere collettivo,  in modo che si possa far conto gli uni sugli altri.  Senza divieti né paure, ha anche scritto.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.