Un mondo nuovo
Io e mia moglie siamo piuttosto
abitudinari nello scegliere le nostre vacanze estive. Da quando ci siamo
sposati, il mese di agosto l'abbiamo sempre passato a Bolsena, sul lago, nel
Viterbese (Lazio settentrionale, a confine con la Toscana), il paese della famiglia paterna di mia moglie. Ma
non solo: da vent'anni frequentiamo in
quel periodo lo stesso stabilimento balenare e ci piazziamo più o meno allo
stesso ombrellone. Intorno abbiamo persone che sono abitudinarie come noi,
quindi più o meno la stessa gente. Tutti gli anni c'è una sorta di rituale
della conversazione, nel quale persone degli ombrelloni vicini vengono al
nostro ombrellone e osservano che fa molto caldo, allora c'è chi osserva che
"a Roma però fa molto più caldo" e io replico che a settembre
comincerà a fare più fresco e che a novembre il tempo peggiorerà molto. Insomma,
le stagioni dell'anno, che si ripetono simili dall'ultima era glaciale sembra
che costituiscano sempre una sorpresa. Ma in effetti non dovrebbero esserlo
perché "i segni dei tempi" si ripetono nello stesso modo tutti gli
anni, e più o meno a marzo spuntano le margherite sui prati.
Quando invece
pensiamo alle società umane "i segni
dei tempi" ci dicono tutt'altro
e questo particolarmente da circa settant'anni, nel corso dei quali la
popolazione mondiale si è quasi triplicata, passando da circa 2 miliardi e
mezzo di esseri umani a quasi sette miliardi, e sono state introdotte tecnologie
che da ragazzo vedevo solo nei film di fantascienza. Le collettività umane, le
loro culture, i loro costumi, ogni altra cosa che le riguarda, sono in
velocissima evoluzione. Mentre quando ci stupiamo dei mutamenti climatici
determinati dal trascorrere delle stagioni non avremmo in realtà ragione di
meravigliarci, anche tenendo conto delle novità determinate dalle attività
umane sul pianeta e da certi sconvolgimenti naturali come le eruzioni
vulcaniche, non dovremmo invece aspettarci che il mondo, inteso come umanità, rimanga sempre lo stesso e che
sia rimasto tale nei secoli che ci hanno preceduto. Da quando esiste una storia narrata, contenuta in documenti che
l'umanità ha preservato dalla distruzione, possiamo seguire il corso delle cose
umane con una certa continuità. In particolare, negli ultimi duemila anni, che
sono quelli in cui la nostra fede religiosa è sorta, si è strutturata e si è
diffusa potentemente in tutta l'umanità, a parte il nostro aspetto fisico,
che è cambiato meno velocemente e più
che altro a causa dell'incrocio di genti di etnie diverse, ogni altra cosa, cultura,
istituzioni, tecnologia, arte, urbanistica, etica, convinzioni religiose, ha
subito mutamenti radicali, a partire dalla lingua parlata e scritta. In
religione, però, talvolta ci piacerebbe fermare
il tempo e, per la verità, ci accade anche di immaginarlo come
effettivamente fermo. Ma non siamo
mai veramente riusciti a fermarlo,
nonostante le varie strategie attuate storicamente. Anche la nostra collettività
religiosa quindi non è rimasta sempre la stessa, anche se ci tranquillizza
immaginarlo. Qualche giorno fa ho ascoltato in radio un esperto di teologia dogmatica che sosteneva
che nella nostra confessione religiosa, una volta stabilito un dogma,
un'affermazione fondamentale in materia di fede, essa non è mai stata successivamente modificata e
invitava gli ascoltatori a verificare personalmente la cosa. Quello che posso
osservare è che sicuramente si è modificata nel tempo la comprensione di certi
dogmi, pur mantenendone la formulazione letterale, e, alla fine, si può
concludere, per il resto, che ci troviamo a utilizzare un apparato concettuale
che è piuttosto datato. Da un lato è apprezzabile l'attaccamento alla tradizione di
fede ricevuta, ma possiamo veramente andare orgogliosi del fatto di
costringerci ad utilizzare modi di esprimere la fede elaborati in epoche tanto
lontane? Di fatto molti problemi sono
superati perché, per spiegare i concetti espressi nei dogmi, li traduciamo in lingua corrente, così come facciamo senza problemi per i testi
biblici, sui quali quei dogmi sono fondati. Ad esempio, pur disponendo di una
buona traduzione in italiano elaborata nel 1974, si è sentita l'esigenza di
farne una nuova, che è stata ultimata nel 2008 e che oggi utilizziamo nelle
nostre liturgie (dal punto puramente letterario certamente non supera la
precedente, anche se ci viene detto che è in linea con le ultime acquisizioni
delle scienze bibliche nell'interpretazione degli antichi testi che poniamo a
base della nostra fede).
Prendere coscienza
che tutto cambia, anche nelle cose di
fede, può essere angosciante, tanto che alcuni, allora, pensano che si debba
tornare a ciò che c'era prima e che
sembra aver dimostrato una maggiore stabilità. Ci sono ad esempio coloro che
apprezzano le antiche liturgie in latino, senza però considerare che il latino non è la lingua originaria dei nostri testi
biblici, che ci sono arrivati, con
moltissime varianti nei tanti testimoni
del testo (documenti scritti pervenutici dall'antichità, salvati dagli
sconvolgimenti storici), scritti in ebraico antico e greco antico, né quella
di tutte le Chiese più antiche, ma la lingua "ufficiale" della sola Chiesa latina, quella che nel
corso della storia si è aggregata
intorno al papato romano. I nostri dogmi fondamentali di fede furono elaborati
in greco antico.
Mantenersi legati ad antiche espressioni
concettuali e a un'antica lingua non è mai servito a fermare il tempo, anche nelle cose di fede. Ha anche creato diversi
problemi, in particolare ostacolando la comprensione della fede in cerchie più
vaste dei sofisticati circoli dei teologi. E' stato osservato che, ad esempio,
la nostra fede è stata come lungamente
imprigionata nel latino
ecclesiastico, rendendo difficile alla gente che non aveva potuto avere
un'istruzione classica di capire il senso delle nostre belle liturgie, che
dovrebbero essere azione di massa. E'
stato un po' come quando, ai tempi nostri, ci capita di acquistare un
elettrodomestico e di constatare che le istruzioni di funzionamento sono
scritte in tante lingue, ma non in italiano. Come ci rimaniamo?
I nostalgici del bei tempi passati osservano che se
abbandoniamo le espressioni della fede del passato, il latino del passato, le
liturgie del passato, rendiamo meno stabile la nostra fede, ma in realtà le
molte novità che sono state introdotte ci sono servite per capire meglio la
nostra fede e soprattutto per operare meglio nel mondo in cui quella fede deve
essere diffusa: la nostra collettività religiosa ritiene infatti questo suo essere lanciata nel mondo come una sua ragione di vita.
La stabilità della nostra fede non sta nel
seguire acriticamente i costumi e gli usi del passato, ma nel compiere,
costantemente e collettivamente, un lavoro di attualizzazione
del deposito di fede, in modo che anche nei tempi contemporanei possa
essere mantenuta l'originaria relazione con il soprannaturale e, in base ad
essa, la conseguente relazione tra gli esseri umani, nelle varie forme di
collettività in cui essi sviluppano le loro personalità. Il soprannaturale deve
sempre continuare a scendere ad abitare fra gli esseri umani e siamo noi fedeli
contemporanei che abbiamo avuto la missione di manifestarlo al mondo, secondo
il comando ricevuto alle origini. Si osserva in merito che, sebbene non siamo
stati partecipi della Creazione, essa infatti è avvenuta senza di noi, per la nostra salvezza sarà necessaria la nostra
collaborazione. In particolare non dobbiamo aspettarci che le cose nel mondo
cambino al modo in cui cambiano le stagioni, che si alternano senza che in
definitiva noi si possa o si debba fare alcunché (anche se continuiamo a
sorprenderci del loro trascorrere, come se, nell'arco di una vita umana, all'inverno
potesse non seguire sempre la primavera): ogni mutamento, come del resto è dimostrato dalla lunga storia della nostra
confessione religiosa, richiederà un faticoso nostro impegno. Non ci si deve
però aspettare che la semplice inerzia, il non agire, lasci le cose come
stanno: il corso della storia dell'umanità continuerà a fluire velocemente, ma
prenderà probabilmente un direzione diversa da quella che noi vorremmo
imprimergli secondo le idealità di fede. Rimanere inerti significa in realtà disertare.
Ed è proprio a un
rinnovato impegno nella storia dell'umanità, per mantenervi viva la fede
ricevuta dal passato, che oggi siamo chiamati, con toni accorati, dal nostro
nuovo vescovo e padre universale. Fedeltà al deposito di fede ricevuta non
significa accontentarsi del principio del "fare come si è sempre fatto", ci ha scritto nell'ultima sua Esortazione. Audacia, creatività, generosità, coraggio
sono le doti che siamo chiamati a manifestare in un lavoro che per riuscire
utile deve anche essere collettivo, in modo che si possa far conto gli uni sugli
altri. Senza divieti né paure, ha anche scritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli.