Comprendere il Natale
Una commessa del
supermercato vicino casa mia l'altro giorno ha manifestato a mia moglie il suo
stupore per l'aggressività mostrata dai clienti nei giorni sotto Natale nel
fare le ultime spese prima delle feste, in particolare per i regali e per le cibarie del pranzo natalizio. E' una cosa che risalta anche nel
grande centro commerciale non lontano dal quartiere dove abito e nelle strade
del centro di Roma solitamente frequentate per le spese natalizie e a piazza
Navona, dove bisogna portare i
bambini tra Natale e la Befana. Le consuetudini sociali delle feste natalizie
spingono fortemente a comprare e a mangiare,
ma talvolta non lo si fa con la gioia che dovrebbe scaturire dalla
comprensione interiore della teologia natalizia, ma con affanno, per essersi
ridotti agli ultimi giorni, con angoscia, perché si pensa che i soldi non bastino
(è a volte è proprio così), e anche con un certo rimorso, per averne spesi
tanti per un obbligo sociale senza che
gli eventi delle feste, in particolare il "Natale
con i tuoi" diano particolare soddisfazione. Ieri, sul quotidiano che
di solito leggo, c'era un articolo in cui si davano consigli per evitare che il
pranzo natalizio si trasformi in un incubo a causa dell'incapacità di parenti e amici di
coesistere pacificamente almeno in quell'occasione, lasciando fuori della porta
i motivi di divisione e contrasto. Insomma, a volte il Natale diventa un obbligo sociale costoso e sgradito e c'è chi
sbotta esclamando che non vede l'ora che questo tempo passi e si ritorni alla
vita normale. Solo nei genitori di
bimbi piccoli questo sentimento è attenuato, perché queste cose "si organizzano per loro",
cosicché quella che viene definita la magia
del Natale diventa essenzialmente una cosa per bambini. Di tutto questo il
clero si lamenta e, in fondo, vi vede un proprio insuccesso nello spiegare il
Natale alla gente, perché sempre meno si nota il significato religioso di
queste feste sociali e, in definitiva, la giustificazione del fare festa la si
trova semplicemente nel fare festa,
in una teologia alternativa che è quella di Babbo
Natale, secondo la quale, in particolare, solo i bambini sono spinti ad essere più buoni, per ricevere dei premi dagli adulti - babbi natale, in quella sorta di giudizio universale in cui per i più
piccoli finisce per consistere la festa. E per un bambino che vive questo
Natale della teologia alternativa può anche sorgere il dubbio che Gesù bambino sia Babbo Natale da
piccolo.
Del resto non è facile né immediato capire la
sofisticata teologia dell'Incarnazione che sta alla base dell'istituzione delle
feste natalizie. Fin dagli inizi essa fu cosa per teologi. Non deve ingannare
l'apparente semplicità delle narrazioni evangeliche sui fatti della nascita del
Nazareno, sulle quali le preoccupazioni teologiche di molto successive a quell'evento
hanno influito in misura rilevante e ciò fin dal primo formarsi della
tradizione che è alla base dei racconti
confluiti nei Vangeli canonici. Abbiamo scarsi riscontri della verità storica,
secondo i criteri che gli storici utilizzano per vagliarla, delle storie
evangeliche, ma in particolare per quanto riguarda la nascita del Nazareno, fin
dal particolare del luogo di questo fatto. Le origini della nostra fede non
vanno situate nelle montagne (che
però non sarebbero considerate tali secondo i criteri che usiamo in Italia) della
Giudea, ma nelle pianure e basse colline della Galilea intorno al lago di
Tiberiade. Del resto al nostro primo Maestro fu dato l'appellativo di Nazareno, nel senso di originario della
città di Nazareth, in Galilea, (e di Nazoreo,
parola il cui significato però non si ritiene coincidere con quell'altra,
indicativa della provenienza geografia) e i suoi primi seguaci venivano
facilmente riconosciuti, dal loro accento, come provenienti dalla Galilea. Anche nell'individuazione della città di
Nazareth come quella in cui il nostro primo Maestro crebbe, si ritiene che
possa aver avuto influenza l'intento teologico di evidenziare come le Scritture
avessero preannunciato la sua nascita, il suo avvento, in quel luogo.
La teologia
cristologica ha potentemente agito sulla comprensione del senso dell'Avvento, inteso come abbassamento del fondamento
soprannaturale di tutto fino alla nostra dimensione umana per la nostra redenzione, in tutta la storia del pensiero
espresso dalla nostra fede, fino all'epoca attuale. In particolare è
stata ed è molto coinvolgente per moltitudini di fedeli quella proposta dal
pensiero e nell'esperienza di vita di Francesco d'Assisi in cui
quell'abbassamento è declinato anche nel senso di farsi povero tra i poveri,
un aspetto che, per quanto ho capito, era meno presente nell'originaria
teologia natalizia e ha sorretto l'ideologia pauperistica la quale è ancora
molto forte nella nostra attuale comprensione della fede ed è collegata con uno
stile di vita penitenziale che, per
ciò che ritengo di aver compreso, non caratterizzava le nostre prime
collettività religiose. In queste ultime, per come si legge in quelle parti
delle nostre Scritture sacre che ne trattano, c'era la consuetudine di vendere i propri beni, ma non per farsi poveri, ma per metterli in comune,
in modo che tutti i fedeli della comunità
potessero beneficiarne, secondo le loro necessità, secondo quello che è stato
definito un comunismo delle origini della
nostra fede.
In definitiva mi pare
che ogni tempo abbia espresso una sua particolare cristologia, e quindi poi una
sua teologia del Natale, e questo anche tenendo conto solo di quelle
che sono state considerate in linea con quella dogmaticamente fissata tra il
quarto e il quinto secolo della nostra era. Ad esempio, quella espressa da
Francesco d'Assisi risentiva fortemente dei problemi che la collettività di
fede manifestava a quei tempi per quanto riguardava i costumi dei potenti, dei
prìncipi civili e di quelli religiosi. E allora il problema del Natale che abbiamo oggi, per cui talvolta non
riusciamo a vivere queste feste con gioia,
può essere individuato nel fatto che non disponiamo più di una teologia del Natale che
ce ne faccia comprendere il senso nella civiltà in cui viviamo, o meglio, nel
fatto che la teologia del Natale corrente in larghe masse di gente non è più di
origine cristologica, ma babbonatalistica.
I colori del Natale in tutto il globo, da noi come nelle nazioni in cui lo si festeggia senza più il minimo
riferimento religioso, sono in fondo quelli scelti dalla statunitense The
Coca-Cola company per la sua bevanda di maggior successo commerciale. Né è
pensabile di sanare la ferita con il puro e semplice recupero di una delle
teologie natalizie storicamente precedenti, perché esse non rispondono più alle
domande che per le persone umane scaturiscono dalla loro vita sociale di oggi
in merito al senso ultimo dell'esistenza. Ciò è rappresentato con molta
evidenza dall'incredibile e confusa accozzaglia di personaggi che su certe bancarelle del presepe vengono proposti
per animare i presepi delle nostre famiglie, che ancora si fanno richiamandosi
all'esempio di Francesco d'Assisi. Non si riesce più a cogliere il senso
blasfemo di certe inclusioni di statuine nel presepe.
C'è un lavoro da fare
ed esso spetta ai teologi. Noi fedeli comuni possiamo solo tentare di
sperimentare nuove vie per dare un senso al Natale,
all'avvento del Dio -con-noi, nella nostra
storia di oggi, non rassegnandoci all'oblio dello cristologia fondativa della
nostra fede. Su queste esperienze poi rifletteranno i teologi, secondo la loro
scienza.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli