mercoledì 25 dicembre 2013

Vivere il Tempo di Natale


Vivere il Tempo di Natale

  Il Tempo liturgico di Natale dura circa due settimane, fino alla festa del Battesimo del Signore, la domenica dopo la solennità dell'Epifania, che questa volta cadrà il 12 gennaio dell'anno nuovo. Per i primi otto giorni dal giorno di Natale, dal punto di vista liturgico è come se si fosse sempre in quel giorno. La rilevanza liturgica del Tempo di Natale manifesta che le festività natalizie spingono a portare l'attenzione della gente su un aspetto molto importante della nostra fede, la cui comprensione è maturata nel corso dei cinque secoli dopo l'evento delle resurrezione del Nazareno. Uno dei motivi per cui non mi attira l'idea di un ritorno alle origini, ai tempi apostolici, è che esso mi priverebbe del Natale.
 La teologia, la comprensione della nostra fede, che sta dietro alle feste natalizie è piuttosto complessa. Uno dei suoi temi mi pare che sia la capacità dell'esistenza umana di contenere e manifestare il fondamento soprannaturale, quindi di essere più  che  una parte della natura. Questa concezione, che è stata profondamente assimilata nella civiltà europea anche se se ne è persa in genere consapevolezza (essa quindi rimane come teologia implicita, non più esplicita), desta ancora molto scandalo in altre religioni storiche contemporanee. Essa è alla base dell'ideologia egualitaria  e dei diritti umani fondamentali che caratterizza molto l'Europa politica di oggi. Le si contrappongono, ad esempio, l'ideologia e la correlata teologia implicita (che si richiama all'antico confucianesimo) della Cina continentale contemporanea, che manifesta oggi un modello vincente, capace quindi di imporsi su moltitudini e di governarle, alternativo alla civiltà europea.  
 In realtà, quando celebriamo il Natale, non torniamo quindi alle origini, intesi come il tempo dell'esistenza terrena del nostro primo Maestro, ma riflettiamo su quella teologia cercando di aprirne/rinnovarne la comprensione tra le masse con il potente strumento della liturgia, che è appunto azione di massa. Essa, centrata sulle narrazioni evangeliche della nascita del Nazareno, consente di proporre una sintesi pacificata del cuore delle concezioni di fede in materia, le quali in realtà ebbero storicamente uno sviluppo piuttosto travagliato e, come ciclicamente è accaduto nella storia della nostra confessione religiosa, anche violento, crudele e mortifero. Infatti nelle nostre collettività religiose ci si è molto accapigliati per questioni teologiche, e questo è un tratto che veramente risale alle origini, e, da un certa epoca in poi, da quando la nostra fede divenne l'ideologia dell'impero mediterraneo in cui si era diffusa e che per almeno tre secoli aveva tentato senza successo di estirparla  o almeno di contenerla, ci si è anche molto combattuti nel vero senso del termine. Ai tempi nostri le questioni vengono affrontate con un altro spirito, anche se una certa aggressività permane, e questo nuovo modo di ragionare sulle questioni di fede, per cui non ci si uccide più per controversie teologiche, è esso stesso uno sviluppo prettamente  teologico (e abbastanza recente)  delle concezioni di fede che stanno alla base delle festività natalizie. Un altro motivo per cui non mi entusiasma il programma del ritorno alle origini è che, seguendo questa tendenza, perderei questo sviluppo importante della nostra comprensione della fede comune, ricadendo nelle ere che oggi consideriamo buie in cui per questioni religiose si emarginava e si uccideva.
 Dunque, l'esistenza umana, di ogni essere umano, manifesta il suo fondamento soprannaturale. Questo significa che essa, pur scaturendo da un processo di natura, non è riducibile  ad esso. Di questo in genere ci si convince nel progredire della propria interiorità personale a contatto con la cultura del proprio tempo, in cui si è immersi. Si soffre nel vedersi ridotti a parte di un meccanismo naturale o sociale, ma anche nel vedere gli altri ridotti in questa condizione. C'è una verità su di noi, che è quella appunto manifestata nel Natale, che ci libera da una condizione di asservimento in cui fatalmente si cade nella propria vita di esseri umani, e che riguarda il decadimento naturale del nostro corpo e i condizionamenti sociali della nostra esistenza. Questa verità, in fondo, contrasta con la natura e la storia così come ci si presentano, diciamo con il mondo  così com'è. Ma senza di essa noi perdiamo la speranza, che è ragione di vita per gli esseri umani. Siamo dunque consapevoli di vivere una realtà personale minacciata, al modo in cui lo è la vita di un neonato, che dipende in tutto da qualcuno che si prenda cura di lui. E tuttavia che il senso della vita umana  e la nostra capacità di sperare si basano su questo non accettare la condizione di asservimento e di riduzione che quella minaccia induce, ma di prendersi cura dell'esistenza umana per elevarla alla sua verità, al modo in cui lo si fa quando si diventa genitori tra gli esseri umani, che è molto più impegnativo di ciò che avviene in natura tra gli animali che biologicamente ci sono più simili.
 I racconti del Natale ci dicono che la nascita di un essere umano è molto più di un semplice fatto riproduttivo, di ordine biologico, perché un essere umano è molto più della sua biologia. Esso  è capace del soprannaturale, nel senso che lo contiene e lo manifesta. Questo spiega la pervicacia con cui in religione ancora (ma si tratta di idea che risale effettivamente alle origini) ci si oppone a concezioni che tendono a considerare e a trattare la vita umana solo nella sua biologia e utilità sociale, facendo distinzioni tra coloro che meritano di vivere e coloro che per vari motivi possono essere soppressi. Naturalmente appare paradossale come una teologia animata da questi principi possa aver fatto, storicamente, tante vittime umane, ed effettivamente lo è, almeno con la nostra sensibilità contemporanea. Da un lato ciò si spiega, storicamente, con la stretta connessione che, da una certa epoca in poi, ha legato la nostra confessione religiosa ai poteri civili, per cui ogni variante teologica veniva anche apprezzata come sovversione politica, con ciò che ne conseguiva in termini penali, e poi col fatto che certi principi venivano considerati tanto importanti e la loro affermazione nel dialogo pacifico tanto difficile che, talvolta, si preferiva tagliare corto ed estirpare le opinioni contrarie e chi le sosteneva. Ai tempi nostri i problemi sono diversi, ma ci sono. In Europa, in particolare, c'è la difficoltà di esprimere una teologia esplicita  che faccia riscoprire il fondamento religioso di valori considerati fondamentali nell'ordinamento sociale e politico del nostro continente, ma anche di far prendere coscienza, di generazione in generazione, di quella verità  sull'esistenza umana di cui dicevo. Le due questioni, in ordinamenti politici di democrazia popolare avanzata, sono strettamente connesse, perché radicare certi valori  nella masse significa anche, attraverso i meccanismi democratici, ottenere il riconoscimento sociale e politico. Il radicamento sociale dei valori di fede non è più, come accadde per  circa millecinquecento anni nelle civiltà cristiane, una questione di accordi  tra sovrani civili e religiosi, ma dipende dai meccanismi democratici, che funzionano bene se si riesce a elevare le masse ad una condizione di non pura rassegnazione ad essere soggette a meccanismi biologici e sociali, che equivale a diffondere tra di esse la speranza di fede. Per certi versi le nostre teologie e i nostri consueti metodi di diffusione delle concezioni religiose sono inadeguati a questo fine; essi infatti si sono formati in epoche del passato, in cui in fondamenti della coesione sociale erano molto diversi e, benché si sia cercato di adattarli ai tempi nuovi, risentono ancora della loro origine storicamente datata. C'è anche la tentazione, talvolta, di sfruttare le occasioni che, per certi versi, le crisi delle democrazie popolari contemporanee offrono alle vecchie concezioni e, ad esempio, di puntare molto su personalità carismatiche per l'affermazione dei valori di fede, al modo in cui nelle crisi delle democrazie emergono capi populisti, e ciò per suscitare adesioni emotive e conformistiche, un modo in fondo per ridurre le masse a meccanismo sociale invece che elevarle al di sopra di esso.
 Essere veramente coinvolti nel Tempo di Natale significa cogliere la sfida che i tempi nostri ci propongono e, insieme, l'impegno che storicamente ci viene richiesto, nell'interesse della comune umanità: radicare la speranza religiosa nel mondo di oggi non rinunciando ad alcuna delle grandi conquiste di civiltà dei nostri tempi.
Buon Natale a tutti i lettori!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli