Vivere il Tempo di Natale
Il
Tempo liturgico di Natale dura circa due settimane, fino alla festa del
Battesimo del Signore, la domenica dopo la solennità dell'Epifania, che questa
volta cadrà il 12 gennaio dell'anno nuovo. Per i primi otto giorni dal giorno di
Natale, dal punto di vista liturgico è come se si fosse sempre in quel giorno.
La rilevanza liturgica del Tempo di Natale manifesta che le festività natalizie
spingono a portare l'attenzione della gente su un aspetto molto importante
della nostra fede, la cui comprensione è maturata nel corso dei cinque secoli
dopo l'evento delle resurrezione del Nazareno. Uno dei motivi per cui non mi attira
l'idea di un ritorno alle origini, ai
tempi apostolici, è che esso mi priverebbe del Natale.
La teologia, la
comprensione della nostra fede, che sta dietro alle feste natalizie è piuttosto
complessa. Uno dei suoi temi mi pare che sia la capacità dell'esistenza umana
di contenere e manifestare il fondamento soprannaturale, quindi di essere più che una
parte della natura. Questa concezione, che è stata profondamente assimilata
nella civiltà europea anche se se ne è persa in genere consapevolezza (essa
quindi rimane come teologia implicita,
non più esplicita), desta ancora
molto scandalo in altre religioni storiche contemporanee. Essa è alla base
dell'ideologia egualitaria e dei diritti
umani fondamentali che caratterizza molto l'Europa politica di oggi. Le si
contrappongono, ad esempio, l'ideologia e la correlata teologia implicita (che
si richiama all'antico confucianesimo) della Cina continentale contemporanea,
che manifesta oggi un modello vincente,
capace quindi di imporsi su moltitudini e di governarle, alternativo alla civiltà europea.
In realtà, quando
celebriamo il Natale, non torniamo quindi
alle origini, intesi come il tempo dell'esistenza terrena del nostro primo
Maestro, ma riflettiamo su quella teologia cercando di aprirne/rinnovarne la
comprensione tra le masse con il potente strumento della liturgia, che è
appunto azione di massa. Essa,
centrata sulle narrazioni evangeliche della nascita del Nazareno, consente di
proporre una sintesi pacificata del
cuore delle concezioni di fede in materia, le quali in realtà ebbero
storicamente uno sviluppo piuttosto travagliato e, come ciclicamente è accaduto
nella storia della nostra confessione religiosa, anche violento, crudele e
mortifero. Infatti nelle nostre collettività religiose ci si è molto
accapigliati per questioni teologiche, e questo è un tratto che veramente risale alle origini, e, da un certa
epoca in poi, da quando la nostra fede divenne l'ideologia dell'impero
mediterraneo in cui si era diffusa e che per almeno tre secoli aveva tentato
senza successo di estirparla o almeno di
contenerla, ci si è anche molto combattuti nel vero senso del termine. Ai tempi
nostri le questioni vengono affrontate con un altro spirito, anche se una certa
aggressività permane, e questo nuovo modo di ragionare sulle questioni di fede,
per cui non ci si uccide più per controversie teologiche, è esso stesso uno
sviluppo prettamente teologico (e abbastanza recente) delle concezioni di fede che stanno alla base
delle festività natalizie. Un altro motivo per cui non mi entusiasma il
programma del ritorno alle origini è
che, seguendo questa tendenza, perderei questo sviluppo importante della nostra
comprensione della fede comune, ricadendo nelle ere che oggi consideriamo buie in
cui per questioni religiose si emarginava e si uccideva.
Dunque, l'esistenza
umana, di ogni essere umano, manifesta il suo fondamento soprannaturale. Questo
significa che essa, pur scaturendo da un processo di natura, non è riducibile ad esso. Di questo in genere ci si convince
nel progredire della propria interiorità personale a contatto con la cultura
del proprio tempo, in cui si è immersi. Si
soffre nel vedersi ridotti a
parte di un meccanismo naturale o sociale, ma anche nel vedere gli altri ridotti in questa condizione. C'è una verità su di
noi, che è quella appunto manifestata nel Natale, che ci libera da una condizione di asservimento in cui fatalmente si
cade nella propria vita di esseri umani, e che riguarda il decadimento naturale
del nostro corpo e i condizionamenti sociali della nostra esistenza. Questa
verità, in fondo, contrasta con la natura e la storia così come ci si
presentano, diciamo con il mondo così com'è. Ma senza di essa noi perdiamo
la speranza, che è ragione di vita
per gli esseri umani. Siamo dunque consapevoli di vivere una realtà personale minacciata, al modo in cui lo è la vita
di un neonato, che dipende in tutto da qualcuno che si prenda cura di lui. E
tuttavia che il senso della vita umana e la nostra capacità di sperare si basano su questo non accettare la condizione
di asservimento e di riduzione che quella minaccia induce, ma di prendersi cura dell'esistenza umana per elevarla alla sua verità, al modo in cui
lo si fa quando si diventa genitori tra gli esseri umani, che è molto più
impegnativo di ciò che avviene in natura tra gli animali che biologicamente ci
sono più simili.
I racconti del Natale
ci dicono che la nascita di un essere umano è molto più di un semplice fatto
riproduttivo, di ordine biologico, perché un essere umano è molto più della sua
biologia. Esso è capace del soprannaturale, nel senso che lo contiene e lo
manifesta. Questo spiega la pervicacia con cui in religione ancora (ma si
tratta di idea che risale effettivamente alle origini) ci si oppone a
concezioni che tendono a considerare e a trattare la vita umana solo nella sua biologia e utilità
sociale, facendo distinzioni tra coloro che meritano
di vivere e coloro che per vari motivi possono essere soppressi. Naturalmente appare paradossale come una teologia
animata da questi principi possa aver fatto, storicamente, tante vittime umane,
ed effettivamente lo è, almeno con la nostra sensibilità contemporanea. Da un
lato ciò si spiega, storicamente, con la stretta connessione che, da una certa
epoca in poi, ha legato la nostra confessione religiosa ai poteri civili, per
cui ogni variante teologica veniva anche apprezzata come sovversione politica, con ciò che ne conseguiva in termini penali, e
poi col fatto che certi principi venivano considerati tanto importanti e la
loro affermazione nel dialogo pacifico tanto difficile che, talvolta, si
preferiva tagliare corto ed estirpare le opinioni contrarie e chi le sosteneva.
Ai tempi nostri i problemi sono diversi, ma ci sono. In Europa, in particolare,
c'è la difficoltà di esprimere una teologia esplicita
che faccia riscoprire il fondamento
religioso di valori considerati fondamentali nell'ordinamento sociale e politico
del nostro continente, ma anche di far prendere coscienza, di generazione in
generazione, di quella verità sull'esistenza umana di cui dicevo. Le due
questioni, in ordinamenti politici di democrazia popolare avanzata, sono
strettamente connesse, perché radicare
certi valori nella masse significa
anche, attraverso i meccanismi democratici, ottenere il riconoscimento sociale
e politico. Il radicamento sociale dei valori di fede non è più, come accadde
per circa millecinquecento anni nelle civiltà cristiane, una questione di accordi tra sovrani civili e religiosi, ma dipende dai
meccanismi democratici, che funzionano bene se si riesce a elevare le masse ad una condizione di non pura rassegnazione ad
essere soggette a meccanismi biologici e sociali, che equivale a diffondere tra
di esse la speranza di fede. Per
certi versi le nostre teologie e i nostri consueti metodi di diffusione delle
concezioni religiose sono inadeguati a questo fine; essi infatti si sono
formati in epoche del passato, in cui in fondamenti della coesione sociale
erano molto diversi e, benché si sia cercato di adattarli ai tempi nuovi,
risentono ancora della loro origine storicamente datata. C'è anche la tentazione,
talvolta, di sfruttare le occasioni che, per certi versi, le crisi delle democrazie
popolari contemporanee offrono alle vecchie concezioni e, ad esempio, di
puntare molto su personalità carismatiche per l'affermazione dei valori di
fede, al modo in cui nelle crisi delle democrazie emergono capi populisti, e
ciò per suscitare adesioni emotive e conformistiche, un modo in fondo per
ridurre le masse a meccanismo sociale invece che elevarle al di sopra di esso.
Essere veramente
coinvolti nel Tempo di Natale significa cogliere la sfida che i tempi nostri ci propongono e, insieme, l'impegno che storicamente ci viene
richiesto, nell'interesse della comune umanità: radicare la speranza religiosa nel mondo di oggi non
rinunciando ad alcuna delle grandi conquiste di civiltà dei nostri tempi.
Buon Natale a tutti i
lettori!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli