Teòs agàpe estìn
Nelle nostre grandi feste liturgiche come il Natale, chi vi
partecipa è portato a chiedersi che senso abbia ancora, nel mondo di oggi, la
sua fede religiosa in un soprannaturale che non si vede, non si ode, non si
manifesta in alcun modo nell'esteriorità, non "agisce" sulle cose
intorno a noi e sui fatti che ci accadono e può, in definitiva, essere colto
solo nell'interiorità di ciascuno, correndo il serio rischio di essere confuso
con la semplice emotività personale o addirittura con stati alterati di
coscienza, nell'esaltazione collettiva. Nella nostra fede, infatti, siamo
persuasi, ma non illusi. Vediamo bene come vanno le cose del mondo e noi stessi
in esso. Ogni nostra convinzione religiosa trova puntuale smentita nella realtà
così com'è, salvo una, che sorregge
tutto il resto. In particolare per ogni parola della nostra religione è
possibile ricostruire il suo lungo processo storico e culturale di costruzione,
ma la narrazione dello sviluppo delle nostre collettività e convinzioni religiose
si fa via via meno attendibile allontanandosi a ritroso dall'era nostra: sotto
questi punti di vista sembra di edificare su fondamenta piuttosto precarie, almeno secondo i criteri che
seguiamo in altre discipline. Eppure la nostra fede non è ancora superata e le nostre Scritture sacre non
sono ancora diventate solamente testi di letteratura, come le antiche
narrazioni poetiche sulle quali si fondava la teologia dell'antica religione
politeistica greco-romana. Da essa sono scaturiti principi che ancora
sorreggono la civiltà europea e le altre che ad essa in vario modo si
richiamano negli altri continenti, in particolare in Africa, in America e
nell'Oceania, ma anche in larghe parti dell'Asia (Siberia, Filippine): di
questa civiltà, caratterizzata dall'Ottocento da un elevato progresso
scientifico e tecnologico, nonché dall'affermarsi di regimi politici di
democrazia popolare avanzata, la nostra fede religiosa costituisce ancora
l'anima, nonostante ciò che di solito si dice, in quanto appunto le fornisce
l'orizzonte ideale. Capire perché ciò accada richiederebbe un'analisi che
supera di molto le mie capacità; so che comunque ci sono varie opinioni in
merito e alcune di esse contrastano tra loro. L'analisi di fatti sociali e
storici di questa portata è molto complessa, perché riguarda le moltitudini.
Però ciascuna persona di fede dà poi una propria risposta, che deriva dalla sua
particolare esperienza individuale e sociale.
Per quanto mi
riguarda il principio religioso che mi mantiene nella nostra fede è quello
espresso dalle parole greche "teòs
agàpe estìn" (Dio è amore-agàpe), che si leggono nella prima lettera
di Giovanni 4, 8. Esso trova espressione nell'insegnamento del Nazareno,
sviluppato dai suoi seguaci nei due millenni della nostra confessione religiosa.
Consiste nella convinzione che il moto
supremo dell'esistenza umana, innato, preesistente ad ogni condizionamento
culturale, superstite dopo ogni condizionamento culturale, sia quello del
benevolo andare verso tutti gli altri esseri umani per radunarci in un festoso convito, consolando, soccorrendo, proteggendo,
risanando, dando da mangiare e da bere, dando da vestire, liberando dalla
solitudine, dall'emarginazione, dalla povertà materiale e spirituale, al modo
in cui lo si fa in famiglia, ma su una scala molto più vasta, universale. E'
appunto l'universalità di questo anelito che manifesta la sua natura soprannaturale, perché la natura intorno
a noi non funziona così, ma invece secondo una crudele lotta per la
sopravvivenza, in cui ci si coalizza gli uni contro gli altri, individui contro
individui, gruppi contro gruppi, stirpi contro stirpi, nazioni contro nazioni.
La nostra fede e le nostre consuetudini religiose sono piene di questo desiderio
di agàpe universale, nulla di meno ci appaga veramente.
Facendo il bilancio della propria vita, ad un certo punto moltitudini di
persone ancora se ne sentono animate. Esso costituisce la verità dell'essere umano intorno alla quale ruota tutto il resto e che,
in fondo, ci rende insensibili alle molte non del tutto soddisfacenti approssimazioni
che storicamente si sono date nel parlarne, nel rappresentarla, nel cercare di
darvi seguito e ai veri e propri errori che si sono compiuti ritenendo di
attuarla una volta per sempre, non riteniamo che possano smentirla. Per essa
siamo sempre nella condizioni di pellegrini, spinti a lasciare ogni realtà del
mondo che ci limita verso di essa o, comunque, portati a considerarci come
prigionieri della realtà che la rifiuta e ansiosi di guadagnare la libertà.
L'era contemporanea è
caratterizzata, in Occidente, da una sempre più vasta interruzione di relazioni
di agàpe, della capacità di provare
gioia stando insieme e di avere fiducia nei lavori collettivi nell'interesse
comune. Ne sono profondamente colpite le principali istituzioni sociali e
politiche e anche la nostra religione non fa eccezione. Anche in religione oggi
mi pare che si punti più, come obiettivo etico, sulla vita buona che sulla società
buona, anche se si ha sempre ben chiara l'importanza di vivere e
manifestare la fede in una collettività. Questo spiega molte delle difficoltà che si incontrano nel coinvolgere
le genti nella nostra fede. Tuttavia il desiderio di agàpe rimane una struttura fondamentale dell'interiorità degli
esseri umani: questo significa che, paradossalmente, in una civiltà segnata da
una crescente capacità di produrre ricchezze su larghissima scala, nel nostro
ricco Occidente, le persone soffrono e, se soffrono, sono lasciate sole nella
loro sofferenza. La nostra fede va incontro a questa sofferenze (questo è stato
un suo moto peculiare fin dalle origini), ma non solo con palliativi di
carattere psicologico, ma spingendo all'azione collettiva per cambiare le cose.
La nostra fiducia nel soprannaturale non ci dispensa dall'operare nel mondo in
cui viviamo, anzi è proprio in questo operare che si manifesta la forza delle
nostre convinzioni e, insieme, l'inizio del cambiamento interiore e collettivo.
Così sta scritto.
Le parole della
nostra fede risalgono a tempi antichi e risentono di questa distanza dalla
nostra era. In genere richiedono elaborate spiegazioni per essere correttamente
intese. Esse però sono ancora la migliore approssimazione per spiegare la
nostra fede: sono il tesoro che abbiamo ricevuto dai secoli passati con
l'incarico di farcene fedeli amministratori. Servono ancora bene per esprimere
la nostra fede, anche se siamo consapevoli che nessuna parola umana potrà mai
farlo compiutamente e definitivamente.
L'altro giorno, a
Milano, in un ospedale di quella città dove mi ero recato per una visita di
controllo, nell'atrio c'erano volontari nell'assistenza ai malati gravi che avevano
organizzato un piccolo spettacolo, con una ragazza che cantava canzoni
religiose. Mentre passavo c'era l'Adeste
fideles (Venite qui, fedeli!), il bell'invito all'agàpe natalizia, che ci spinge tutti insieme a contemplare, sotto
il velo della natura umana, della nostra esistenza così come ci appare, debole
e minacciata, la verità dell'amore soprannaturale che ci pervade, ci anima e
ancora ha la forza di radunarci oltre ogni storica divisione. Quel canto mi ha
ancora molto coinvolto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli