domenica 22 dicembre 2013

Teòs agàpe estìn


Teòs agàpe estìn

 
 Nelle nostre grandi feste liturgiche come il Natale, chi vi partecipa è portato a chiedersi che senso abbia ancora, nel mondo di oggi, la sua fede religiosa in un soprannaturale che non si vede, non si ode, non si manifesta in alcun modo nell'esteriorità, non "agisce" sulle cose intorno a noi e sui fatti che ci accadono e può, in definitiva, essere colto solo nell'interiorità di ciascuno, correndo il serio rischio di essere confuso con la semplice emotività personale o addirittura con stati alterati di coscienza, nell'esaltazione collettiva. Nella nostra fede, infatti, siamo persuasi, ma non illusi. Vediamo bene come vanno le cose del mondo e noi stessi in esso. Ogni nostra convinzione religiosa trova puntuale smentita nella realtà così com'è, salvo una, che sorregge tutto il resto. In particolare per ogni parola della nostra religione è possibile ricostruire il suo lungo processo storico e culturale di costruzione, ma la narrazione dello sviluppo delle nostre collettività e convinzioni religiose si fa via via meno attendibile allontanandosi a ritroso dall'era nostra: sotto questi punti di vista sembra di edificare su fondamenta piuttosto  precarie, almeno secondo i criteri che seguiamo in altre discipline. Eppure la nostra fede non è ancora superata e le nostre Scritture sacre non sono ancora diventate solamente testi di letteratura, come le antiche narrazioni poetiche sulle quali si fondava la teologia dell'antica religione politeistica greco-romana. Da essa sono scaturiti principi che ancora sorreggono la civiltà europea e le altre che ad essa in vario modo si richiamano negli altri continenti, in particolare in Africa, in America e nell'Oceania, ma anche in larghe parti dell'Asia (Siberia, Filippine): di questa civiltà, caratterizzata dall'Ottocento da un elevato progresso scientifico e tecnologico, nonché dall'affermarsi di regimi politici di democrazia popolare avanzata, la nostra fede religiosa costituisce ancora l'anima, nonostante ciò che di solito si dice, in quanto appunto le fornisce l'orizzonte ideale. Capire perché ciò accada richiederebbe un'analisi che supera di molto le mie capacità; so che comunque ci sono varie opinioni in merito e alcune di esse contrastano tra loro. L'analisi di fatti sociali e storici di questa portata è molto complessa, perché riguarda le moltitudini. Però ciascuna persona di fede dà poi una propria risposta, che deriva dalla sua particolare esperienza individuale e sociale.
 Per quanto mi riguarda il principio religioso che mi mantiene nella nostra fede è quello espresso dalle parole greche "teòs agàpe estìn" (Dio è amore-agàpe), che si leggono nella prima lettera di Giovanni 4, 8. Esso trova espressione nell'insegnamento del Nazareno, sviluppato dai suoi seguaci nei due millenni della nostra confessione religiosa. Consiste nella convinzione che  il moto supremo dell'esistenza umana, innato, preesistente ad ogni condizionamento culturale, superstite dopo ogni condizionamento culturale, sia quello del benevolo andare verso tutti gli altri esseri umani per radunarci in un festoso convito, consolando, soccorrendo, proteggendo, risanando, dando da mangiare e da bere, dando da vestire, liberando dalla solitudine, dall'emarginazione, dalla povertà materiale e spirituale, al modo in cui lo si fa in famiglia, ma su una scala molto più vasta, universale. E' appunto l'universalità di questo anelito che manifesta la sua natura soprannaturale, perché la natura intorno a noi non funziona così, ma invece secondo una crudele lotta per la sopravvivenza, in cui ci si coalizza gli uni contro gli altri, individui contro individui, gruppi contro gruppi, stirpi contro stirpi, nazioni contro nazioni. La nostra fede e le nostre consuetudini religiose sono piene di questo desiderio di agàpe  universale, nulla di meno ci appaga veramente. Facendo il bilancio della propria vita, ad un certo punto moltitudini di persone ancora se ne sentono animate. Esso costituisce la verità  dell'essere umano  intorno alla quale ruota tutto il resto e che, in fondo, ci rende insensibili alle molte non del tutto soddisfacenti approssimazioni che storicamente si sono date nel parlarne, nel rappresentarla, nel cercare di darvi seguito e ai veri e propri errori che si sono compiuti ritenendo di attuarla una volta per sempre, non riteniamo che possano smentirla. Per essa siamo sempre nella condizioni di pellegrini, spinti a lasciare ogni realtà del mondo che ci limita verso di essa o, comunque, portati a considerarci come prigionieri della realtà che la rifiuta e ansiosi di guadagnare la libertà.
 L'era contemporanea è caratterizzata, in Occidente, da una sempre più vasta interruzione di relazioni di agàpe, della capacità di provare gioia stando insieme e di avere fiducia nei lavori collettivi nell'interesse comune. Ne sono profondamente colpite le principali istituzioni sociali e politiche e anche la nostra religione non fa eccezione. Anche in religione oggi mi pare che si punti più, come obiettivo etico, sulla vita buona che sulla società buona, anche se si ha sempre ben chiara l'importanza di vivere e manifestare la fede in una collettività.  Questo spiega molte delle  difficoltà che si incontrano nel coinvolgere le genti nella nostra fede. Tuttavia il desiderio di agàpe rimane una struttura fondamentale dell'interiorità degli esseri umani: questo significa che, paradossalmente, in una civiltà segnata da una crescente capacità di produrre ricchezze su larghissima scala, nel nostro ricco Occidente, le persone soffrono e, se soffrono, sono lasciate sole nella loro sofferenza. La nostra fede va incontro a questa sofferenze (questo è stato un suo moto peculiare fin dalle origini), ma non solo con palliativi di carattere psicologico, ma spingendo all'azione collettiva per cambiare le cose. La nostra fiducia nel soprannaturale non ci dispensa dall'operare nel mondo in cui viviamo, anzi è proprio in questo operare che si manifesta la forza delle nostre convinzioni e, insieme, l'inizio del cambiamento interiore e collettivo. Così sta scritto.
 Le parole della nostra fede risalgono a tempi antichi e risentono di questa distanza dalla nostra era. In genere richiedono elaborate spiegazioni per essere correttamente intese. Esse però sono ancora la migliore approssimazione per spiegare la nostra fede: sono il tesoro che abbiamo ricevuto dai secoli passati con l'incarico di farcene fedeli amministratori. Servono ancora bene per esprimere la nostra fede, anche se siamo consapevoli che nessuna parola umana potrà mai farlo compiutamente e definitivamente.
 L'altro giorno, a Milano, in un ospedale di quella città dove mi ero recato per una visita di controllo, nell'atrio c'erano volontari nell'assistenza ai malati gravi che avevano organizzato un piccolo spettacolo, con una ragazza che cantava canzoni religiose. Mentre passavo c'era l'Adeste fideles (Venite qui, fedeli!), il bell'invito all'agàpe natalizia, che ci spinge tutti insieme a contemplare, sotto il velo della natura umana, della nostra esistenza così come ci appare, debole e minacciata, la verità dell'amore soprannaturale che ci pervade, ci anima e ancora ha la forza di radunarci oltre ogni storica divisione. Quel canto mi ha ancora molto coinvolto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli