Un rinnovato impegno dei laici
Com'è
che si dice quando, in uno stato, il presidente viene costretto, da pressioni
che gli vengono da forze che operano al di fuori delle procedure istituzionali
legali, a cedere il potere? Da quello che appare, è questo che sostanzialmente è avvenuto
qualche mese fa nello stato di quartiere dove è arroccato, al riparo del
Trattato concluso con il Mussolini, il vertice supremo della nostra confessione
religiosa. Due gli elementi, che, a detta del protagonista di questa drammatica
e dolorosa vicenda, hanno contribuito a determinarlo nella rinuncia: l'emergere
di condotte dissolute, avide di potere personale, sesso e ricchezze, e
l'intensa e spregiudicata lotta tra fazioni per orientare l'azione di governo
della nostra collettività religiosa, il potere assoluto che le leggi canoniche
attribuiscono al vertice romano, non inteso solo come persona fisica del
regnante ma come complesso delle istituzioni che, nei vari campi in cui si
articola l'amministrazione degli affari religiosi a livello mondiale, comandano
formalmente per sua delega. Gli eventi sono ancora in corso, non si sono
risolti con l'elezione del successore del rinunciante. Il nuovo capo supremo è
ancora sul piede di partenza, ha rifiutato di insediarsi nel posto dove il
vecchio regime si aspettava che
andasse a piazzarsi, lì dove il suo predecessore si era sentito, ad un certo
punto, nello stato di prigionia morale. Infatti risiede ancora in albergo, sia
pure all'interno della fortezza religiosa. Ha convocato e istituito un organo costituzionale
straordinario per affiancarlo in quella che si prospetta, ben al di là di una
mera restaurazione o di una controrivoluzione,
se si considerano a carattere eversivo i movimenti che hanno condotto alla
rinuncia il suo predecessore, come un'azione di profonda riforma che inciderà sui vari livelli colpiti dal degrado, ma
anche, verosimilmente, su molte altre questioni e, innanzi tutto, sulla
posizione e il ruolo politico e sociale del vertice romano. Ed è veramente paradossale
che in questo lavoro i fedeli laici del mondo non abbiano alcun ruolo, non
abbiamo la minima possibilità di vera collaborazione, al di là di consulenze
fornite da prescelti dai chierici nelle cui mani sta tutto. Questo anche
tenendo conto del fatto che la corruzione appare, da ciò che venuto alla luce
sui mezzi di comunicazione di massa, molto legata alle vicende della politica
italiana e al suo degrado, così come era accaduto anche all'inizio degli anni
'80. Comunque, una qualche influenza la si può avere, con riguardo a tutti i
problemi che sono emersi e che palesemente non
riguardano solo l'organizzazione e l'azione del vertice romano della nostra
confessione religiosa, ma, più in generale, le relazioni tra fede
e mondo contemporaneo. Infatti possiamo constatare che sempre meno,
negli ultimi cinquant'anni, chi esercita il governo nella nostra confessione
religiosa comanda sulla base di moventi autoreferenziali e sempre più si tiene
conto delle idee che circolano nella società animata dalla fede. Ma in Italia
questa società non è sufficientemente attiva. Inutile ora lamentarsi che ciò è
avvenuto per l'eccessivo protagonismo, su base carismatica, dei capi del
passato. L'importante è riprendere un lavoro che si è, se non del tutto interrotto, molto affievolito a partire
dagli scorsi anni '80. I laici devono
riprendere a pensare, in autonomia e secondo le proprie specifiche esperienze e
competenze, sulle cose del mondo alla luce della loro fede. Negli ultimi
trent'anni se lo sono in parte vietato, sovrastati dalla sovrabbondante produzione
normativa del vertice romano, che se da un certo punto di vista, nella sua
completezza, ha costituito un arricchimento culturale per le masse dei fedeli
laici, per altro verso è venuta a costituire una gabbia, un sistema di limiti,
che ha frenato e in parte insterilito il pensiero laico, e non solo quello.
L'esempio più eclatante è costituito dal Catechismo
della Chiesa Cattolica, un'opera molto bella e utile, che pone in grado un
ignorante colto come me di rendersi conto di che cosa la fede significa nelle
sue relazioni con la vita dell'umanità, dei problemi che sono emersi e delle
soluzioni che ad essi sono state date, ma che, per la forza normativa, di legge di grande valore perché
promanante dal vertice supremo, che gli si è voluto dare, crea un sistema
di vincoli troppo rigidi per le
persone veramente competenti, ad esempio per i teologi. Appare veramente
paradossale che in opere propriamente teologiche si sia portati a citare, a
conferma della correttezza delle proprie opinioni, quel Catechismo, che, per la sua natura appunto di catechismo, di insegnamento iniziale per i principianti, dovrebbe invece
stare a quelle opere come il meno
rispetto al più.
La crisi che si è
manifestata oltre le mura del nostro staterello religioso di quartiere
corrisponde a quella che c'è nella vita pubblica italiana e, alle radici, ha
anche le questioni principali che travagliano la nostra nuova Europa. Nell'ideologia
del nostro sovrano religioso rinunciante, manifestata in alcuni discorsi
pubblici e nel documento Caritas in
veritate, c'era stata la più ampia condivisione dei valori dell'Occidente
capitalistico, versione europea, che si fosse mai manifestata prima. E tuttavia
essa rimaneva a livello per così dire diplomatico,
senza mai porsi sufficientemente il problema del coinvolgimento delle masse nel
funzionamento delle democrazie popolari nelle cui mani quei valori si trovavano. E' la prospettiva, per
intenderci, di colui che, parlando da capo di stato, si rivolge in primo luogo
ad altri capi di stato, ad esempio per invocare l'attuazione di principi di
giustizia sociale e di un ordine internazionale in grado di imporre, con un'azione di polizia tra
stati, la pace nel mondo e l'equilibrio dell'economia mondiale. Nella nostra Europa,
però, i veloci cambiamenti originati dal fenomeno della globalizzazione hanno prodotto, già dalla metà degli scorsi anni '80,
un problema di legittimazione dei
capi politici degli stati che ha visto in misura sempre maggiore le masse staccarsi da chi li comandava e anche perdere consistenza come fenomeno sociale
tendenzialmente unitario per disperdersi nel corporativismo sociale. Nelle
crisi innescate dalla ridistribuzione delle ricchezze a livello planetario e
dagli imponenti flussi migratori con il
conseguente impoverimento e caduta nella precarietà di popolazioni che per
lunghi anni avevano goduto di un certo generalizzato e stabile benessere è
divenuto più difficile tenere unita la nostra gente e quindi conseguire quegli obiettivi
che si attendono da un'azione collettiva.
E' suonato una sorta di si salvi chi può,
che i più spregiudicati hanno inteso come una
nuova opportunità, nel senso, che venendo meno i limiti etici che la
società aveva in precedenza presidiato, nella confusione del generale
azzuffarsi intorno a risorse sempre più limitate, può accadere di potersi
arricchire velocemente e fare una bella vita al di là di ogni regola. E' ciò
che è accaduto in alcuni stati dell'Europa orientale alla caduta dei regimi
comunisti che li dominavano ed è ciò che la nostra nuova Europa sta cercando di
contrastare. Su questo in religione si dovrebbe avere molto da dire, perché
sono coinvolte questioni di fondo che attengono ad ideali che hanno a che fare
con la visione religiosa della vita. Ciò
è emerso recentemente sulla questione altamente drammatica delle stragi di
migranti nel Mediterraneo, avvenute mentre essi cercavano di approdare alla
sicurezza che ancora denota le nostre società. Com'è che in società in cui si
manifestano largamente condotte opulente si scopre di avere sempre meno risorse
da destinare alla parte meno ricca della popolazione? Su cose come queste si è
riflettuto troppo poco negli anni passati e, in generale, la giustizia sociale
è stato a volta avvertita come un tema pericoloso, perché poteva guastare i rapporti
con un potere politico dal quale, i base ad accordi conclusi nel 1984, il
nostro clero, che esprime tutti i nostri capi religiosi, deriva la maggior
parte dei suoi mezzi di sussistenza. La politica
religiosa è stata in genere quella di limitarsi a rivendicazioni
settoriali, sui cosiddetti valori non
negoziabili (aborto, eutanasia, procreazione assistita, scuola
confessionale, insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, esclusività del
modello famigliare eterosessuale fondato sull'atto matrimoniale e, da ultimo,
mantenimento di privilegi fiscali per le organizzazioni relisiose),
contrattando per il resto una certa acquiescenza, nonostante le rituali grandi
ammonizioni etiche riguardanti l'universo. E' mancato un lavoro che è
propriamente e primariamente dei laici. Una delle tante sedi in cui esso può
essere ripreso è in un gruppo di Azione Cattolica, che tra i suoi principali
obiettivi ha proprio quello dell'autoformazione dei laici per operare nella
società secondo la missione che venne loro esplicitamente assegnata dai nostri
capi religiosi all'inizio degli anni '60, per collaborare più efficacemente a
conformare il mondo secondo i principi di fede, lavorando con tutte le persone
di animo retto, credenti o non credenti o credenti di altre fedi religiose,
vale a dire nelle società pluralistiche contemporanee.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro Valli.