domenica 24 novembre 2013

Un rinnovato impegno dei laici


Un rinnovato impegno dei laici

 
  Com'è che si dice quando, in uno stato, il presidente viene costretto, da pressioni che gli vengono da forze che operano al di fuori delle procedure istituzionali legali, a cedere il potere? Da quello che appare, è questo che  sostanzialmente è avvenuto qualche mese fa nello stato di quartiere dove è arroccato, al riparo del Trattato concluso con il Mussolini, il vertice supremo della nostra confessione religiosa. Due gli elementi, che, a detta del protagonista di questa drammatica e dolorosa vicenda, hanno contribuito a determinarlo nella rinuncia: l'emergere di condotte dissolute, avide di potere personale, sesso e ricchezze, e l'intensa e spregiudicata lotta tra fazioni per orientare l'azione di governo della nostra collettività religiosa, il potere assoluto che le leggi canoniche attribuiscono al vertice romano, non inteso solo come persona fisica del regnante ma come complesso delle istituzioni che, nei vari campi in cui si articola l'amministrazione degli affari religiosi a livello mondiale, comandano formalmente per sua delega. Gli eventi sono ancora in corso, non si sono risolti con l'elezione del successore del rinunciante. Il nuovo capo supremo è ancora sul piede di partenza, ha rifiutato di insediarsi nel posto dove il vecchio regime si aspettava che andasse a piazzarsi, lì dove il suo predecessore si era sentito, ad un certo punto, nello stato di prigionia morale. Infatti risiede ancora in albergo, sia pure all'interno della fortezza religiosa. Ha convocato e istituito un organo costituzionale straordinario per affiancarlo in quella che si prospetta, ben al di là di una mera restaurazione  o di una controrivoluzione, se si considerano a carattere eversivo i movimenti che hanno condotto alla rinuncia il suo predecessore, come un'azione di profonda riforma che inciderà sui vari livelli colpiti dal degrado, ma anche, verosimilmente, su molte altre questioni e, innanzi tutto, sulla posizione e il ruolo politico e sociale del vertice romano. Ed è veramente paradossale che in questo lavoro i fedeli laici del mondo non abbiano alcun ruolo, non abbiamo la minima possibilità di vera collaborazione, al di là di consulenze fornite da prescelti dai chierici nelle cui mani sta tutto. Questo anche tenendo conto del fatto che la corruzione appare, da ciò che venuto alla luce sui mezzi di comunicazione di massa, molto legata alle vicende della politica italiana e al suo degrado, così come era accaduto anche all'inizio degli anni '80. Comunque, una qualche influenza la si può avere, con riguardo a tutti i problemi che sono emersi e che palesemente non riguardano solo l'organizzazione e l'azione del vertice romano della nostra confessione religiosa, ma, più in generale, le relazioni  tra fede e mondo contemporaneo.  Infatti possiamo constatare che sempre meno, negli ultimi cinquant'anni, chi esercita il governo nella nostra confessione religiosa comanda sulla base di moventi autoreferenziali e sempre più si tiene conto delle idee che circolano nella società animata dalla fede. Ma in Italia questa società non è sufficientemente attiva. Inutile ora lamentarsi che ciò è avvenuto per l'eccessivo protagonismo, su base carismatica, dei capi del passato. L'importante è riprendere un lavoro che si è, se non del tutto  interrotto, molto affievolito a partire dagli  scorsi anni '80. I laici devono riprendere a pensare, in autonomia e secondo le proprie specifiche esperienze e competenze, sulle cose del mondo alla luce della loro fede. Negli ultimi trent'anni se lo sono in parte vietato, sovrastati dalla sovrabbondante produzione normativa del vertice romano, che se da un certo punto di vista, nella sua completezza, ha costituito un arricchimento culturale per le masse dei fedeli laici, per altro verso è venuta a costituire una gabbia, un sistema di limiti, che ha frenato e in parte insterilito il pensiero laico, e non solo quello. L'esempio più eclatante è costituito dal Catechismo della Chiesa Cattolica, un'opera molto bella e utile, che pone in grado un ignorante colto come me di rendersi conto di che cosa la fede significa nelle sue relazioni con la vita dell'umanità, dei problemi che sono emersi e delle soluzioni che ad essi sono state date, ma che, per la forza normativa, di legge di grande valore perché promanante dal vertice supremo, che gli si è voluto dare, crea un sistema di vincoli troppo rigidi per le persone veramente competenti, ad esempio per i teologi. Appare veramente paradossale che in opere propriamente teologiche si sia portati a citare, a conferma della correttezza delle proprie opinioni, quel Catechismo, che, per la sua natura appunto di catechismo, di insegnamento iniziale per i principianti, dovrebbe invece stare a quelle opere come il meno rispetto al più.
 La crisi che si è manifestata oltre le mura del nostro staterello religioso di quartiere corrisponde a quella che c'è nella vita pubblica italiana e, alle radici, ha anche le questioni principali che travagliano la nostra nuova Europa. Nell'ideologia del nostro sovrano religioso rinunciante, manifestata in alcuni discorsi pubblici e nel documento Caritas in veritate, c'era stata la più ampia condivisione dei valori dell'Occidente capitalistico, versione europea, che si fosse mai manifestata prima. E tuttavia essa rimaneva a livello per così dire diplomatico, senza mai porsi sufficientemente il problema del coinvolgimento delle masse nel funzionamento delle democrazie popolari nelle cui mani quei  valori si trovavano. E' la prospettiva, per intenderci, di colui che, parlando da capo di stato, si rivolge in primo luogo ad altri capi di stato, ad esempio per invocare l'attuazione di principi di giustizia sociale e di un ordine internazionale in grado di imporre, con un'azione di polizia tra stati, la pace nel mondo e l'equilibrio dell'economia mondiale. Nella nostra Europa, però, i veloci cambiamenti originati dal fenomeno della globalizzazione hanno prodotto, già dalla metà degli scorsi anni '80, un problema di legittimazione dei capi politici degli stati che ha visto in misura sempre maggiore le masse staccarsi da chi li comandava e anche perdere consistenza come fenomeno sociale tendenzialmente unitario per disperdersi nel corporativismo sociale. Nelle crisi innescate dalla ridistribuzione delle ricchezze a livello planetario e dagli imponenti  flussi migratori con il conseguente impoverimento e caduta nella precarietà di popolazioni che per lunghi anni avevano goduto di un certo generalizzato e stabile benessere è divenuto più difficile tenere unita  la nostra gente e quindi conseguire quegli obiettivi che si attendono da un'azione collettiva. E' suonato una sorta di si salvi chi può, che i più spregiudicati hanno inteso come una  nuova opportunità, nel senso, che venendo meno i limiti etici che la società aveva in precedenza presidiato, nella confusione del generale azzuffarsi intorno a risorse sempre più limitate, può accadere di potersi arricchire velocemente e fare una bella vita al di là di ogni regola. E' ciò che è accaduto in alcuni stati dell'Europa orientale alla caduta dei regimi comunisti che li dominavano ed è ciò che la nostra nuova Europa sta cercando di contrastare. Su questo in religione si dovrebbe avere molto da dire, perché sono coinvolte questioni di fondo che attengono ad ideali che hanno a che fare con la visione religiosa della vita.  Ciò è emerso recentemente sulla questione altamente drammatica delle stragi di migranti nel Mediterraneo, avvenute mentre essi cercavano di approdare alla sicurezza che ancora denota le nostre società. Com'è che in società in cui si manifestano largamente condotte opulente si scopre di avere sempre meno risorse da destinare alla parte meno ricca della popolazione? Su cose come queste si è riflettuto troppo poco negli anni passati e, in generale, la giustizia sociale è stato a volta avvertita come un tema pericoloso, perché poteva guastare i rapporti con un potere politico dal quale, i base ad accordi conclusi nel 1984, il nostro clero, che esprime tutti i nostri capi religiosi, deriva la maggior parte dei suoi mezzi di sussistenza. La politica religiosa è stata in genere quella di limitarsi a rivendicazioni settoriali, sui cosiddetti valori non negoziabili (aborto, eutanasia, procreazione assistita, scuola confessionale, insegnamento religioso nelle scuole pubbliche, esclusività del modello famigliare eterosessuale fondato sull'atto matrimoniale e, da ultimo, mantenimento di privilegi fiscali per le organizzazioni relisiose), contrattando per il resto una certa acquiescenza, nonostante le rituali grandi ammonizioni etiche riguardanti l'universo. E' mancato un lavoro che è propriamente e primariamente dei laici. Una delle tante sedi in cui esso può essere ripreso è in un gruppo di Azione Cattolica, che tra i suoi principali obiettivi ha proprio quello dell'autoformazione dei laici per operare nella società secondo la missione che venne loro esplicitamente assegnata dai nostri capi religiosi all'inizio degli anni '60, per collaborare più efficacemente a conformare il mondo secondo i principi di fede, lavorando con tutte le persone di animo retto, credenti o non credenti o credenti di altre fedi religiose, vale a dire nelle società pluralistiche contemporanee.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro Valli.