sabato 23 novembre 2013

Età del Ferro


Età del Ferro

 
 Non dobbiamo illuderci di essere alla soglia di un'Età dell'Oro, in religione. Siamo verosimilmente in un'epoca storica che possiamo per certi versi paragonare all'Età del Ferro, quella che si situa intorno al 12° secolo dell'era antica in cui l'umanità dovette fare i conti con rivoluzionarie tecnologie e corrispondenti evoluzioni sociali, tra le quali quella che produsse   quell'evento di rilevantissima portata anche per la nostra fede che fu la liberazione degli antichi israeliti dall'Egitto dei Faraoni.
 L'avvenimento che probabilmente sarà considerato dagli storici come emblematico dei tempi nuovi è stato il volo in elicottero di Joseph A. Ratzinger sulla città di Roma, dopo aver lasciato il suo ministero. Si erano avuti storicamente precedenti  casi di rinunce analoghe, uno di essi fu proprio quello di San Clemente papa, ma il contesto in qui è avvenuta quella di Ratzinger è fortemente legato con problemi dei tempi nostri e indicativo di una crisi epocale e non solo di potere clericale. Ratzinger, persona di grande virtù morale e studioso ben consapevole del corso della storia e in particolare delle caratteristiche peculiari del periodo in cui oggi si vive, si è reso conto di un'evoluzione della classe dirigente del clero che lo attorniava, quindi della sua corte romana, che era corrispondente a quella prodottasi nella classe politica italiana, con la quale quella corte di prìncipi religiosi aveva stabilito intensi rapporti di varia natura:  negli ambienti, dominati da maschi celibi, che lo attorniavano si era diffuso il cedimento alle tentazioni di sempre degli uomini, il potere personale con il prestigio che l'accompagna, il sesso occasionale e senza responsabilità, il desiderio delle ricchezze materiali, insomma ciò che egli aveva chiamato in diverse occasioni sporcizia. Per la verità si era trattato di un fatto non nuovo: nella storia dei nostri vertici clericali si era visto ben di peggio, in particolare intorno all'anno Mille e durante il Rinascimento. I Papi avevano avuto concubine notorie e figli e non è un caso che nel gruppo tradizionale di carte da gioco chiamato I Tarocchi  vi sia la figura della Papessa. A Roma, negli anni bui della dissoluzione, nella corte pontificia, si erano avuti intrighi micidiali. Ma, paradossalmente, il popolo aveva risentito minimamente di questi eventi che riguardavano essenzialmente i suoi prìncipi. Il ruolo del vertice romano era infatti assai diverso da quello che si è sviluppato nel corso del Novecento e, in particolare, sotto il ministero di Karol Wojtyla. L'autorità politica e  religiosa del vertice romano non veniva messa in discussione, come in genere non veniva messa in discussione quella dei sovrani civili, ma il popolo dei fedeli non era papadipendente dal punto di vista culturale, sociale, politico. La situazione  è cominciata a cambiare dalla fine del Settecento. Il crollo delle dinastie sovrane, alle quali il nostro vertice romano era federato, ha reso necessario trovare al potere assoluto del capo supremo della nostra confessione una legittimazione popolare che ne giustificasse la sopravvivenza in un mondo in cui invece, progressivamente, le basi sociali di ogni potere venivano allargandosi, producendosi contemporaneamente corrispondenti mutamenti culturali.  Il primo capo romano della nuova era può essere considerato Giovanni Maria Mastai Ferretti, che regnò nel periodo storico in cui si produsse l'unità nazionale italiana con le conseguenti tensioni sociali e politiche, che lo coinvolsero in quanto sovrano politico di uno degli stati che si voleva unificare. Contrariamente a ciò che era storicamente accaduto almeno nei precedenti mille anni, si iniziò a pensare al capo romano come a una persona necessariamente  virtuosa, che quindi non si limitava a predicare la dottrina etica comune, ma anche la impersonava  in modo esemplare. Intorno al vertice romano, al suo capo e alla sua corte, si volle costruire un'aura di santità. Questo sviluppo è particolarmente evidente nei processi di beatificazione/canonizzazione che hanno riguardato i Papi di questa era e che avrà una eclatante manifestazione nella canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli e Karol Wojtyla il prossimo 27 aprile.
 Come risulta piuttosto chiaramente da ciò che è trapelato dal piccolo stato di quartiere in cui il vertice romano della nostra confessione religiosa è arroccato, Ratzinger ad un certo punto si è sentito come prigioniero di un clima di dissolutezza piuttosto diffuso e da lui lucidamente avvertito, fin nei propri ambienti domestici, e se ne è liberato, volandosene via e poi ritornando nella fortezza religiosa non più come capo della corte ma come prigioniero solo del suo anelito di fede, quindi libero  dalla dissolutezza che aveva visto diffondersi vicino a lui.
 Al contrario di ciò che accadde nel passato, in occasione di rivolgimenti al vertice della nostra confessione religiosa, quando vi furono addirittura Papi e Anti-papi, questa vicenda altamente drammatica interpella profondamente lo spirito di ogni fedele, in particolare dei laici. E ciò perché la dissolutezza che si è prodotta oltre le mura della fortezza vaticana è manifestazione di un contagio che è venuto dalla società che noi laici abbiamo costruito e di cui abbiamo primariamente la responsabilità. E' senz'altro vero che, negli anni della più marcata papadipendenza, il laicato, in particolare quello italiano, è stato ridotto, nell'inazione e nella mancanza di autonomia, a una condizione di brutto anatroccolo, ma, e pongo la questione come materia di dibattito non come asserzione sicura, bisogna valutare se la papadipendenza, che poi appare aver portato al logoramento dell'istituzione di cui si era accettato di farsi dipendenti, fosse veramente l'unica  alternativa per noi laici o  se, in definitiva, l'idea di avere come bandiera papi santi ci ha fatto disertare compiti nostri propri, innanzi tutto quello di trasformazione della società in cui eravamo immersi in modo che da contrastare il contagio malvagio che, al modo di certe epidemie, si  è poi diffuso anche tra i chierici del vertice romano che attorniava il santo semplicemente col respirare la stessa aria della città che veniva corrompendosi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli