Età del Ferro
Non dobbiamo illuderci di essere alla
soglia di un'Età dell'Oro, in religione. Siamo verosimilmente in un'epoca
storica che possiamo per certi versi paragonare all'Età del Ferro, quella che
si situa intorno al 12° secolo dell'era antica in cui l'umanità dovette fare i
conti con rivoluzionarie tecnologie e corrispondenti evoluzioni sociali, tra le
quali quella che produsse quell'evento
di rilevantissima portata anche per la nostra fede che fu la liberazione degli antichi israeliti
dall'Egitto dei Faraoni.
L'avvenimento che
probabilmente sarà considerato dagli storici come emblematico dei tempi nuovi è
stato il volo in elicottero di Joseph A. Ratzinger sulla città di Roma, dopo
aver lasciato il suo ministero. Si erano avuti storicamente precedenti casi di rinunce analoghe, uno di essi fu
proprio quello di San Clemente papa, ma il contesto in qui è avvenuta quella di
Ratzinger è fortemente legato con problemi dei tempi nostri e indicativo di una
crisi epocale e non solo di potere clericale. Ratzinger, persona di grande
virtù morale e studioso ben consapevole del corso della storia e in particolare
delle caratteristiche peculiari del periodo in cui oggi si vive, si è reso
conto di un'evoluzione della classe dirigente del clero che lo attorniava,
quindi della sua corte romana, che era corrispondente a quella prodottasi nella
classe politica italiana, con la quale quella corte di prìncipi religiosi aveva
stabilito intensi rapporti di varia natura: negli ambienti, dominati da maschi celibi, che
lo attorniavano si era diffuso il cedimento alle tentazioni di sempre degli
uomini, il potere personale con il prestigio che l'accompagna, il sesso
occasionale e senza responsabilità, il desiderio delle ricchezze materiali,
insomma ciò che egli aveva chiamato in diverse occasioni sporcizia. Per la verità si era trattato di un fatto non nuovo: nella
storia dei nostri vertici clericali si era visto ben di peggio, in particolare
intorno all'anno Mille e durante il Rinascimento. I Papi avevano avuto
concubine notorie e figli e non è un caso che nel gruppo tradizionale di carte
da gioco chiamato I Tarocchi vi sia la figura della Papessa. A Roma, negli anni bui della dissoluzione, nella corte
pontificia, si erano avuti intrighi micidiali. Ma, paradossalmente, il popolo aveva risentito minimamente di
questi eventi che riguardavano essenzialmente i suoi prìncipi. Il ruolo del
vertice romano era infatti assai diverso da quello che si è sviluppato nel
corso del Novecento e, in particolare, sotto il ministero di Karol Wojtyla.
L'autorità politica e religiosa del vertice romano non veniva
messa in discussione, come in genere non veniva messa in discussione quella dei
sovrani civili, ma il popolo dei
fedeli non era papadipendente dal
punto di vista culturale, sociale, politico. La situazione è cominciata a cambiare dalla fine del
Settecento. Il crollo delle dinastie sovrane, alle quali il nostro vertice
romano era federato, ha reso
necessario trovare al potere assoluto del capo supremo della nostra confessione
una legittimazione popolare che ne giustificasse la
sopravvivenza in un mondo in cui invece, progressivamente, le basi sociali di
ogni potere venivano allargandosi, producendosi contemporaneamente
corrispondenti mutamenti culturali. Il
primo capo romano della nuova era può essere considerato Giovanni Maria Mastai
Ferretti, che regnò nel periodo storico in cui si produsse l'unità nazionale
italiana con le conseguenti tensioni sociali e politiche, che lo coinvolsero in
quanto sovrano politico di uno degli stati che si voleva unificare. Contrariamente a ciò che era storicamente accaduto
almeno nei precedenti mille anni, si iniziò a pensare al capo romano come a una
persona necessariamente virtuosa, che quindi non si limitava a predicare la dottrina etica comune, ma
anche la impersonava in modo esemplare.
Intorno al vertice romano, al suo capo e alla sua corte, si volle costruire un'aura di santità. Questo sviluppo è
particolarmente evidente nei processi di beatificazione/canonizzazione che
hanno riguardato i Papi di questa era e che avrà una eclatante manifestazione
nella canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli e Karol Wojtyla il prossimo 27
aprile.
Come risulta
piuttosto chiaramente da ciò che è trapelato dal piccolo stato di quartiere in
cui il vertice romano della nostra confessione religiosa è arroccato, Ratzinger
ad un certo punto si è sentito come prigioniero
di un clima di dissolutezza piuttosto diffuso e da lui lucidamente
avvertito, fin nei propri ambienti domestici, e se ne è liberato, volandosene via e poi ritornando nella fortezza
religiosa non più come capo della corte ma come prigioniero solo del suo anelito di fede, quindi libero dalla dissolutezza che aveva visto diffondersi
vicino a lui.
Al contrario di ciò
che accadde nel passato, in occasione di rivolgimenti al vertice della nostra confessione
religiosa, quando vi furono addirittura Papi e Anti-papi, questa vicenda
altamente drammatica interpella profondamente lo spirito di ogni fedele, in particolare
dei laici. E ciò perché la dissolutezza che si è prodotta oltre le mura della
fortezza vaticana è manifestazione di un contagio che è venuto dalla società
che noi laici abbiamo costruito e di cui abbiamo primariamente la
responsabilità. E' senz'altro vero che, negli anni della più marcata papadipendenza, il laicato, in
particolare quello italiano, è stato ridotto, nell'inazione e nella mancanza di
autonomia, a una condizione di brutto
anatroccolo, ma, e pongo la questione come materia di dibattito non come
asserzione sicura, bisogna valutare se la papadipendenza,
che poi appare aver portato al logoramento
dell'istituzione di cui si era accettato di farsi dipendenti, fosse veramente l'unica
alternativa per noi laici o se, in definitiva, l'idea di avere come
bandiera papi santi ci ha fatto disertare compiti nostri propri, innanzi
tutto quello di trasformazione della società in cui eravamo immersi in modo che
da contrastare il contagio malvagio che, al modo di certe epidemie,
si è poi diffuso anche tra i chierici
del vertice romano che attorniava il santo
semplicemente col respirare la stessa
aria della città che veniva corrompendosi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli