Famiglie (2)
Nei nostri incontri del martedì ritorna
spesso il tema della famiglia, presentato spesso sotto il profilo dei contrasti
e delle difficoltà che ci sono in merito tra la visione di fede e quella comune
della società in cui siamo immersi. Si tratta di un argomento che, almeno fino
ad epoca recente, coinvolgeva i VNN
(Valori Non Negoziabili), nel senso che ai laici e al clero di base su di esso veniva
riconosciuta una limitatissima autonomia di pensiero, di sperimentazione, di dialogo
e, al limite, di trattativa. In
effetti la materia è oggetto di una ideologia
sociale molto bene definita,
sviluppata dai nostri capi religiosi su
base teologica (che ne struttura il linguaggio), di rivendicazione politica di autorità nel sociale (che ne
è il principale movente) e di esigenze che riguardano le dinamiche di tradizione
della fede tra le generazioni (nelle quali si fa molto - troppo - conto sul
carattere autoritario delle relazioni domestiche). Essa, per quanto posso
capire, è, nella sua forma attuale, piuttosto recente e tende sempre più a
puntare per la sua credibilità sociale al mostrare la famiglia come fonte di
felicità personale e collettiva. In epoche più risalenti il discorso sulla
famiglia non differiva sostanzialmente da quello recepito dal pensiero
dell'antichità latina della famiglia come cellula
primigenia dello stato, quindi come forma embrionale della civiltà pubblica e, in questo senso, luogo e sede
della prima manifestazione sociale dell'etica condivisa.
Mi ha sempre sorpreso
il grande risalto che, in religione, nell'epoca mia contemporanea, si dava alla
famiglia, a fronte dello scarso rilievo che essa aveva negli scritti sacri che
ci arrivano dalle origini della nostra confessione, dai tempi apostolici. E ciò
mentre il modello famigliare descritto negli antichi scritti giudaici che sono
confluiti nel nostro patrimonio culturale fondativo era in genere assai diverso
da quello che, secondo l'ideologia religiosa corrente, caratterizzava la vita buona del fedele, anche se alcuni
agganci, in particolare sotto il profilo della morale delle relazioni
propriamente sessuali, vi erano. Anzi, direi che quest'ultimo aspetto, che ai
tempi nostri ci viene rimandato da altre esperienze religiose originate nel
Vicino Oriente che vi fanno riferimento, ci appare sotto certi aspetti, per la
nostra mentalità di Occidentali, come una vera e propria ossessione rituale.
Negli anni '80 mio zio Achille, sociologo,
rilanciò il tema della famiglia come uno dei mondi vitali nei quali avveniva la produzione di senso della vita. Oggi si sottolinea che la famiglia è anche un soggetto
produttivo:
"Si tratta … di
smetterla di concepire la famiglia come luogo di solo consumo e non anche come
un soggetto produttivo per eccellenza, generatore si quei beni immateriali
(fiducia, reciprocità, beni relazionali, dono come gratuità) senza i quali una
società non sarebbe capace di futuro"
(Stefano Zamagni, in La
famiglia nella 47° Settimana sociale di Torino, in Dialoghi, n.3/2013).
L'ideologia sulla
famiglia elaborata dal nostro magistero è frutto prevalentemente del lavoro di
chierici che della famiglia hanno un'esperienza molto limitata, generalmente quella
fatta come figli, nipoti e zii, e
indiretta per quanto riguarda le relazioni propriamente sessuali. E questo
anche se si è indubbiamente tenuto conto del parere di esperti laici. Tuttavia
ho sempre l'impressione che, nell'utilizzare i contributi che vengono da
discipline diverse dalla teologia dogmatica, si tenda sempre ad accoglierli se e dove
essi confermano le conclusioni di quest'ultima. Questo spiega un certo divario
tra le visioni e i proponimenti della gerarchia e la vita reale e, in
particolare, rispetto ai modi di vita che, nelle famiglie del nostro tempo, sono
concretamente sostenibili. Esso
di solito produce poi una certa insoddisfazione del clero verso i laici che vivono
in famiglia ed è la forma contemporanea che ha assunto il generale sospetto che
fino a tempi non molto distanti circondava ogni
tipo di relazione sessuale, compresa quella matrimoniale di impronta
religiosa. Così non di rado, noi coniugi cattolici genitori di prole, ci
troviamo ad ascoltare sermoni rituali in cui sostanzialmente ci si accusa di
essere infedeli e incoerenti dal punto di vista sessuale e incapaci dal punto
di vista genitoriale. Senza, per carità!, voler violare i VNN, uno dei lavori che penso sarebbe utile fare come fedeli laici
è di cercare di ragionare, sulla base delle nostre concrete esperienze non di
riferimenti puramente ideologici, su come
fare per cercare di rendere la vita che si fa in famiglia una fonte di felicità e insieme una vera occasione di
trasmissione della gioia
della fede e della fede come gioia.
Di fatto ogni persona che si sia impegnata, per una parte importante della sua
vita, in una esperienza familiare, nei diversi ruoli in cui lo si può fare, ha
tentato di impersonare una certa soluzione, a volte essendone soddisfatta e
altre volte gettando la spugna. I progetti a più lunga scadenza che si fanno
sono quelli che si pensano per la propria vita matrimoniale e genitoriale,
mentre quelli che di fanno come figli sono sempre a breve scadenza e si
concludono programmaticamente con un distacco. Di questo patrimonio di
esperienze in genere si parla poco, nella concreta vita parrocchiale, quindi al
di fuori di occasioni in cui specificamente ci si propone di farlo, liberandosi
per un momento di divieti di tipo sacrale. Il modo in cui di solito si affronta
l'argomento è quello di proporre il modello ideologico proposto dal magistero e
di misurare la distanza tra esso e quelli
attuati nelle famiglie reali. Bisogna dire che vi sono movimenti che si
impongono specificamente di attuarlo, tra molte difficoltà, e si propongono poi
come modelli pratici agli altri, il
più delle volte aggiungendo alla disapprovazione che trapela nei sermoni del
clero il rimprovero che deriva dal veder attuata
una forma di relazione virtuosa che molti ritengono insostenibile.
La principale ragione
del fascino della famiglia, ideologizzata, nelle concezioni dei nostri capi
religiosi mi pare risiedere nell'autoritarismo
che le relazioni famigliari sempre manifestano. Questo autoritarismo, che è
tipico nella relazione di potestà che sottomette i figli minori ai genitori,
costituisce poi un modello sociale per la nostra gerarchia. Al modo in cui un
padre domina sui figli (e un tempo dominava sulla moglie), così i nostri capi
religiosi pensano di poter mantenere un controllo sociale. In definitiva, in
religione, abbiamo una schiera molto vasta di padri, con la differenza
che, ad una certa età della vita, dal padre naturale ci si emancipa, mentre con
quei padri teologici ciò,
tendenzialmente non avviene mai. Ora, bisogna considerare che i modelli
autoritari di relazioni sociali generano infelicità,
specialmente in coloro, come i più giovani, i quali per natura sono portati a
sottrarvisi. In religione non si riflette abbastanza sul fatto che la famiglia,
oltre che possibile fonte di felicità, di senso e di benessere, possa essere
anche fonte di infelicità, senza che faccia differenza che il modello di
riferimento sia o non quello ritenuto ideologicamente preferibile dal
magistero.
Nelle nostre riunioni
ricorre spesso il suggerimento che la vita matrimoniale sia un morire a sé stessi, che indica
fondamentalmente l'accettazione
dell'infelicità come rimedio alle crisi famigliari. Lo possiamo veramente
accettare? Ma questo stesso discorso può essere esteso alla condizioni dei
figli. Fino a che punto si può accettare l'autorità genitoriale quando questa è
fonte di infelicità? E il tema è
suscettibile di sviluppi se si passa a considerare la famiglia come realtà
allargata, quindi come fonte di relazioni parentali estese: non si dice fratelli coltelli e parenti serpenti? Talvolta la famiglia in questo senso è ben
lontana dall'essere quella fonte di felicità
e di vita buona ipotizzata nell'ideologia del magistero, il quale non dispone di vere soluzioni, in
particolare perché è in genere piuttosto lontano dalla pratica famigliare, e certi
suoi aspetti addirittura se li vieta come peccaminosi, e poco disposto, per
limiti sacrali su base teologica, ad accettare ciò che la pratica viene
suggerendo.
Quello della famiglia
è uno dei numerosi lavori in corso
che, in religione, coinvolgono la primaria responsabilità dei laici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli