venerdì 22 novembre 2013

Famiglie (2)


Famiglie (2)

 Nei nostri incontri del martedì ritorna spesso il tema della famiglia, presentato spesso sotto il profilo dei contrasti e delle difficoltà che ci sono in merito tra la visione di fede e quella comune della società in cui siamo immersi. Si tratta di un argomento che, almeno fino ad epoca recente, coinvolgeva i VNN (Valori Non Negoziabili), nel senso che ai laici e al clero di base su di esso veniva riconosciuta una limitatissima autonomia di pensiero, di sperimentazione, di dialogo e, al limite, di trattativa. In effetti la materia è oggetto di una ideologia  sociale molto bene definita, sviluppata dai nostri capi religiosi su  base teologica (che ne struttura il linguaggio), di rivendicazione politica di autorità nel sociale (che ne è il principale movente) e di esigenze che riguardano le dinamiche di tradizione della fede tra le generazioni (nelle quali si fa molto - troppo - conto sul carattere autoritario delle relazioni domestiche). Essa, per quanto posso capire, è, nella sua forma attuale, piuttosto recente e tende sempre più a puntare per la sua credibilità sociale al mostrare la famiglia come fonte di felicità personale e collettiva. In epoche più risalenti il discorso sulla famiglia non differiva sostanzialmente da quello recepito dal pensiero dell'antichità latina della famiglia come cellula primigenia dello stato, quindi come forma embrionale della civiltà  pubblica e, in questo senso, luogo e sede della prima manifestazione sociale dell'etica condivisa.
 Mi ha sempre sorpreso il grande risalto che, in religione, nell'epoca mia contemporanea, si dava alla famiglia, a fronte dello scarso rilievo che essa aveva negli scritti sacri che ci arrivano dalle origini della nostra confessione, dai tempi apostolici. E ciò mentre il modello famigliare descritto negli antichi scritti giudaici che sono confluiti nel nostro patrimonio culturale fondativo era in genere assai diverso da quello che, secondo l'ideologia religiosa corrente, caratterizzava la vita buona del fedele, anche se alcuni agganci, in particolare sotto il profilo della morale delle relazioni propriamente sessuali, vi erano. Anzi, direi che quest'ultimo aspetto, che ai tempi nostri ci viene rimandato da altre esperienze religiose originate nel Vicino Oriente che vi fanno riferimento, ci appare sotto certi aspetti, per la nostra mentalità di Occidentali, come una vera e propria ossessione rituale.
  Negli anni '80 mio zio Achille, sociologo, rilanciò il tema della famiglia come uno dei mondi vitali nei quali avveniva la produzione di senso della vita. Oggi si sottolinea che la famiglia è anche un soggetto produttivo:
"Si tratta … di smetterla di concepire la famiglia come luogo di solo consumo e non anche come un soggetto produttivo per eccellenza, generatore si quei beni immateriali (fiducia, reciprocità, beni relazionali, dono come gratuità) senza i quali una società non sarebbe capace di futuro"
(Stefano Zamagni, in La famiglia nella 47° Settimana sociale   di Torino, in Dialoghi, n.3/2013).
 L'ideologia sulla famiglia elaborata dal nostro magistero è frutto prevalentemente del lavoro di chierici che della famiglia hanno un'esperienza molto limitata, generalmente quella fatta come  figli, nipoti e zii, e indiretta per quanto riguarda le relazioni propriamente sessuali. E questo anche se si è indubbiamente tenuto conto del parere di esperti laici. Tuttavia ho sempre l'impressione che, nell'utilizzare i contributi che vengono da discipline diverse dalla teologia dogmatica, si tenda sempre ad accoglierli se e dove essi confermano le conclusioni di quest'ultima. Questo spiega un certo divario tra le visioni e i proponimenti della gerarchia e la vita reale e, in particolare, rispetto ai modi di vita che, nelle famiglie del nostro tempo, sono concretamente sostenibili. Esso di solito produce poi una certa insoddisfazione del clero verso i laici che vivono in famiglia ed è la forma contemporanea che ha assunto il generale sospetto che fino a tempi non molto distanti circondava ogni tipo di relazione sessuale, compresa quella matrimoniale di impronta religiosa. Così non di rado, noi coniugi cattolici genitori di prole, ci troviamo ad ascoltare sermoni rituali in cui sostanzialmente ci si accusa di essere infedeli e incoerenti dal punto di vista sessuale e incapaci dal punto di vista genitoriale. Senza, per carità!, voler violare i VNN, uno dei lavori che penso sarebbe utile fare come fedeli laici è di cercare di ragionare, sulla base delle nostre concrete esperienze non di riferimenti puramente ideologici, su come fare per cercare di rendere la vita che si fa in famiglia una fonte di felicità e insieme una vera occasione di trasmissione  della gioia della fede e della fede come gioia. Di fatto ogni persona che si sia impegnata, per una parte importante della sua vita, in una esperienza familiare, nei diversi ruoli in cui lo si può fare, ha tentato di impersonare una certa soluzione, a volte essendone soddisfatta e altre volte gettando la spugna. I progetti a più lunga scadenza che si fanno sono quelli che si pensano per la propria vita matrimoniale e genitoriale, mentre quelli che di fanno come figli sono sempre a breve scadenza e si concludono programmaticamente con un distacco. Di questo patrimonio di esperienze in genere si parla poco, nella concreta vita parrocchiale, quindi al di fuori di occasioni in cui specificamente ci si propone di farlo, liberandosi per un momento di divieti di tipo sacrale. Il modo in cui di solito si affronta l'argomento è quello di proporre il modello ideologico proposto dal magistero e di misurare la distanza tra esso e quelli attuati nelle famiglie reali. Bisogna dire che vi sono movimenti che si impongono specificamente di attuarlo, tra molte difficoltà, e si propongono poi come modelli pratici agli altri, il più delle volte aggiungendo alla disapprovazione che trapela nei sermoni del clero il rimprovero che deriva dal veder attuata una forma di relazione virtuosa che molti ritengono insostenibile.
 La principale ragione del fascino della famiglia, ideologizzata, nelle concezioni dei nostri capi religiosi mi pare risiedere nell'autoritarismo che le relazioni famigliari sempre manifestano. Questo autoritarismo, che è tipico nella relazione di potestà  che sottomette i figli minori ai genitori, costituisce poi un modello sociale per la nostra gerarchia. Al modo in cui un padre domina sui figli (e un tempo dominava sulla moglie), così i nostri capi religiosi pensano di poter mantenere un controllo sociale. In definitiva, in religione, abbiamo una schiera molto vasta di padri,  con la differenza che, ad una certa età della vita, dal padre naturale ci si emancipa, mentre con quei padri teologici ciò, tendenzialmente non avviene mai. Ora, bisogna considerare che i modelli autoritari di relazioni sociali generano infelicità, specialmente in coloro, come i più giovani, i quali per natura sono portati a sottrarvisi. In religione non si riflette abbastanza sul fatto che la famiglia, oltre che possibile fonte di felicità, di senso e di benessere, possa essere anche fonte di infelicità, senza che faccia differenza che il modello di riferimento sia o non quello ritenuto ideologicamente preferibile dal magistero.
 Nelle nostre riunioni ricorre spesso il suggerimento che la vita matrimoniale sia un morire a sé stessi, che indica fondamentalmente l'accettazione dell'infelicità come rimedio alle crisi famigliari. Lo possiamo veramente accettare? Ma questo stesso discorso può essere esteso alla condizioni dei figli. Fino a che punto si può accettare l'autorità genitoriale quando questa è fonte di infelicità? E il tema è suscettibile di sviluppi se si passa a considerare la famiglia come realtà allargata, quindi come fonte di relazioni parentali estese: non si dice fratelli coltelli e parenti serpenti? Talvolta la famiglia in questo senso è ben lontana dall'essere quella fonte di felicità  e di vita buona ipotizzata nell'ideologia del magistero, il quale non dispone di vere soluzioni, in particolare perché è in genere piuttosto lontano dalla pratica  famigliare, e certi suoi aspetti addirittura se li vieta come peccaminosi, e poco disposto, per limiti sacrali su base teologica, ad accettare ciò che la pratica viene suggerendo.
 Quello della famiglia è uno dei numerosi lavori in corso che, in religione, coinvolgono la primaria responsabilità dei laici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli