giovedì 21 novembre 2013

Essere attori sociali nel cambiamento di massa


Essere attori sociali nel cambiamento di massa

 
 Il nostro gruppo parrocchiale di AC vive attualmente in una fase embrionale, vale a dire in una forma che ha tutte le potenzialità e le età della vita di strutture più articolate ma le esprime in modo molto concentrato e proiettato verso uno sviluppo futuro: non pensiamo infatti che l'assetto attuale sia la nostra condizione ideale e, per rendere l'idea, possiamo considerare la differenza che c'è tra un'organizzazione scolastica suddivisa per classi d'età e di livelli di apprendimento e le classi uniche che ci sono in certi paesetti di periferia, dove si fa scuola insieme a ragazzi di età diverse. Naturalmente i nostri critici possono pensare che la nostra sia in realtà un tipo associativo in fase agonica, ma sbagliano. L'errore sta nel fatto di non considerare le opportunità che ha la nostra esperienza, che è al passo con i tempi, e in particolare che è capace di metabolizzare la fase di veloci mutamenti sociali che stiamo vivendo, rispetto a molte altre che invece, nelle loro ideologie francamente reazionarie, si situano, realmente, in un altro mondo  e, in particolare, in un mondo che non c'è più  o è comunque destinato ad essere velocemente superato.
 La bozza del documento preparato per l'Assemblea nazionale del prossimo aprile, si apre con la citazione di una frase pronunciata da Jorge Mario Bergoglio e che suona così: "Il cristiano deve essere rivoluzionario per la grazia (…). La grazia fa di noi rivoluzionari". La parola rivoluzione suona eretica, oltre che sovversiva, in una società religiosa come quella italiana in cui dalla fine del Settecento alla fine degli scorsi anni '70 il carattere predominante nei suoi capi del clero è stata la paura. Non è un caso che il grido, l'appello, che fu sentito come rivoluzionario, che scaturì da Karol Wojtyla all'inizio del suo ministero romano fu "Non abbiate paura!". Se però quella parola proibita, che si proibisce e ci proibiamo di pronunciare in religione, "rivoluzione", promana dal capo assoluto della nostra religione, allora ciò ci libera dalla paura e possiamo cominciare a considerare quello che essa vuole significare. Con essa si vuole intendere che dobbiamo affrontare con fiducia e impegno tempi  di veloci cambiamenti di massa e che dobbiamo avere la forza di staccarci dalla nostalgia di un passato molto idealizzato, a prescindere da una veritiera considerazione di ciò che significò, e da modelli sociali centrati sull'idea di essere piccoli gruppi di eletti assediati dal mondo ostile.
 A differenza del giudaismo antico delle origini la nostra fede ebbe fin dagli inizi carattere diffusivo, di massa, lanciata oltre ogni barriera, etnica, culturale, di lingua, istituzionale, di stato sociale, di condizione personale e famigliare. Essa non ebbe mai quel carattere misterico, che ebbero invece diverse altre religioni coeve nell'antichità, alle quali si accedeva per gradi iniziatici, per rivelazioni progressive di idee che permettevano l'accesso a livelli via via superiori di perfezione e a gruppi sempre più ristretti di eletti, nel senso di migliori  e/o di prescelti. E' stato osservato che, se avesse avuto questo orientamento misterico, la nostra religiosa non avrebbe superato la soglia dei tempi antichi. La sua forza è stata proprio quella di essere fatta per le masse, di una rivelazione in chiaro, come del resto risulta ancora marcatamente definito nella sua dottrina più recente: l'intero genere umano è il suo orizzonte. Ora, questo comporta di saper interpretare e vivere le fasi di cambiamento sempre più veloci che si sono manifestate nel mondo e così in effetti è accaduto, passando però attraverso varie fasi critiche in cui le novità stupefacenti che si venivano producendo nell'umanità sono state sempre integrate in un sistema culturale capace di capire il senso dei cambiamenti e di coglierne le opportunità di bene. Dal punto di vista teologico si può senz'altro affermare che la nostra collettività, nella sua dimensione soprannaturale, è rimasta sempre la stessa, ma non così dal punto di vista sociale e culturale. In questi mesi noi stiamo vivendo una di queste fasi di adattamento  e di corrispondente  crisi  in relazione a tempi nuovi che si sono prodotti.
 Il carattere di massa e insieme di forza di cambiamento sociale della nostra confessione religiosa si è manifestato in modo eclatante durante il ministero di Karol Wojtyla, che ci ha fatto vivere un'esperienza che nessuna delle generazioni precedenti aveva sperimentato. In un certo senso egli fu veramente un prosecutore di quel movimento che iniziò a manifestarsi nella gerarchia del nostro clero nella prima metà degli anni '60, come era reso esplicito nel nome professionale che egli scelse "Giovanni Paolo", in memoria dei Papi del Concilio Vaticano 2°. Ma questo moto rivoluzionario si manifestò essenzialmente nei fatti sociali, innescando un movimento che in Europa ebbe un ruolo importante nel processo di riunificazione politica del continente, una visione profetica di Wojtyla che all'inizio degli anni '80,  nel corso di una discussione che facemmo in FUCI, qui a Roma, mi pareva irrealistica e che invece si avverò. Dal punto di vista dottrinario, specificamente religioso, Wojtyla fu un conservatore, ma non un reazionario, nel senso che intese congelare la sistemazione, un punto di compromesso tra rivoluzione  e restaurazione, che si era raggiunta all'inizio degli anni '70 in merito all'attuazione delle idealità sprigionatesi nel corso della grande congregazione dei nostri capi religiosi radunatasi a Roma nella prima metà degli anni '60. Questo significò, nelle cose della religione, scoraggiare il pluralismo e concentrare l'attenzione intorno alla sua carismatica figura, così ricca di esperienze e di esempi significativi. Egli, così, divenne bandiera per le masse dei fedeli. Bisogna rendersi conto che si è trattato di un fenomeno sociale che non si era mai visto nei due millenni precedenti della nostra storia religiosa. Ma il cambiamento non può mai essere guidato dalla stessa persona, a pena di inaridimento sociale. L'elemento umano finisce sempre, prima o poi, per deludere. E' perché la nostra umanità, per quanto capace di grandi cose, è fragile. E' un fatto che si è osservato in diversi grandi moti rivoluzionari che, concentratisi nel mito di una persona, del grande condottiero, si sono poi risolti, ad un certo punto, nel loro opposto. E' quello che in fondo è accaduto nella nostra collettività religiosa nel declino fisico del grande personaggio intorno al quale si era voluta coalizzare. ll tentativo di conservare, dopo la sua morte,  l'assetto che egli aveva dato al nostro ordinamento religioso, aperto  nel sociale e chiuso  in dottrina, è rapidamente fallito. I tempi nuovi  richiedono altro.
 ll mondo si sta rapidamente rinnovando e ordinare il rinnovamento secondo i nostri principi religiosi è compito primario dei fedeli laici, secondo quanto venne autorevolmente riconosciuto nei documenti del Concilio Vaticano 2° ai quali ho fatto riferimento in alcuni miei  precedenti interventi. Occorre rimettersi in marcia, noi laici italiani, per tentare di escogitare un modello culturale, fatto di idealità e di orientamenti pratici, che possa sostenere nelle masse una direzione del cambiamento che sfrutti le opportunità positive dei tempi nuovi. Non sarà facile in Italia, perché, e riprendo la suggestiva espressione di Fulvio De Giorgi, perché decenni di papadipendenza  ci ha costituiti in quella condizione di brutti anatroccoli, dei quali il nostro clero tende a diffidare o addirittura a disperare, prodotta dalla troppo lunga inattività in certi campi che avrebbero dovuto essere nostri propri. In un certo senso si tratterà di vincere una certa atrofia dalla quale siamo stati colpiti durante la fase di forzata inazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa -Roma,Monte Sacro, Valli