Essere attori sociali nel cambiamento di massa
Il nostro gruppo
parrocchiale di AC vive attualmente in una fase embrionale, vale a dire in una
forma che ha tutte le potenzialità e le età della vita di strutture più articolate
ma le esprime in modo molto concentrato e proiettato verso uno sviluppo futuro:
non pensiamo infatti che l'assetto attuale sia la nostra condizione ideale e,
per rendere l'idea, possiamo considerare la differenza che c'è tra
un'organizzazione scolastica suddivisa per classi d'età e di livelli di
apprendimento e le classi uniche che
ci sono in certi paesetti di periferia, dove si fa scuola insieme a ragazzi di
età diverse. Naturalmente i nostri critici possono pensare che la nostra sia in
realtà un tipo associativo in fase agonica,
ma sbagliano. L'errore sta nel fatto di non considerare le opportunità che ha
la nostra esperienza, che è al passo con
i tempi, e in particolare che è capace di metabolizzare la fase di veloci
mutamenti sociali che stiamo vivendo, rispetto a molte altre che invece, nelle
loro ideologie francamente reazionarie, si situano, realmente, in un altro mondo e, in particolare, in un mondo che non c'è più o è comunque destinato ad essere velocemente superato.
La bozza del
documento preparato per l'Assemblea nazionale del prossimo aprile, si apre con
la citazione di una frase pronunciata da Jorge Mario Bergoglio e che suona
così: "Il cristiano deve
essere rivoluzionario per la grazia (…). La grazia fa di noi rivoluzionari". La parola rivoluzione suona eretica,
oltre che sovversiva, in una società religiosa come quella italiana in cui
dalla fine del Settecento alla fine degli scorsi anni '70 il carattere
predominante nei suoi capi del clero è stata la paura. Non è un caso che
il grido, l'appello, che fu sentito come rivoluzionario, che scaturì da
Karol Wojtyla all'inizio del suo ministero romano fu "Non abbiate
paura!". Se però quella parola proibita, che si proibisce e ci
proibiamo di pronunciare in religione, "rivoluzione", promana
dal capo assoluto della nostra religione, allora ciò ci libera dalla paura
e possiamo cominciare a considerare quello che essa vuole significare. Con essa
si vuole intendere che dobbiamo affrontare con fiducia e impegno tempi di veloci cambiamenti di massa e che dobbiamo
avere la forza di staccarci dalla nostalgia di un passato molto idealizzato, a
prescindere da una veritiera considerazione di ciò che significò, e da modelli
sociali centrati sull'idea di essere piccoli gruppi di eletti assediati dal
mondo ostile.
A differenza del giudaismo antico delle
origini la nostra fede ebbe fin dagli inizi carattere diffusivo, di massa,
lanciata oltre ogni barriera, etnica, culturale, di lingua, istituzionale, di
stato sociale, di condizione personale e famigliare. Essa non ebbe mai
quel carattere misterico, che ebbero invece diverse altre religioni coeve
nell'antichità, alle quali si accedeva per gradi iniziatici, per rivelazioni
progressive di idee che permettevano l'accesso a livelli via via superiori
di perfezione e a gruppi sempre più ristretti di eletti, nel senso di migliori
e/o di prescelti. E' stato
osservato che, se avesse avuto questo orientamento misterico, la nostra religiosa non
avrebbe superato la soglia dei tempi antichi. La sua forza è stata proprio
quella di essere fatta per le masse, di una rivelazione in chiaro, come del resto risulta ancora
marcatamente definito nella sua dottrina più recente: l'intero genere umano è il
suo orizzonte. Ora, questo comporta di saper interpretare e vivere le fasi di
cambiamento sempre più veloci che si sono manifestate nel mondo e così in
effetti è accaduto, passando però attraverso varie fasi critiche in cui
le novità stupefacenti che si venivano producendo nell'umanità sono state
sempre integrate in un sistema culturale capace di capire il senso dei cambiamenti
e di coglierne le opportunità di bene. Dal punto di vista teologico si
può senz'altro affermare che la nostra collettività, nella sua dimensione soprannaturale,
è rimasta sempre la stessa, ma non così dal punto di vista sociale e culturale.
In questi mesi noi stiamo vivendo una di queste fasi di adattamento e di corrispondente crisi in relazione a tempi nuovi che si sono
prodotti.
Il carattere di massa e insieme di forza di
cambiamento sociale della nostra confessione religiosa si è manifestato in modo
eclatante durante il ministero di Karol Wojtyla, che ci ha fatto vivere
un'esperienza che nessuna delle generazioni precedenti aveva sperimentato. In
un certo senso egli fu veramente un prosecutore di quel movimento che iniziò a
manifestarsi nella gerarchia del nostro clero nella prima metà degli anni '60,
come era reso esplicito nel nome professionale che egli scelse "Giovanni
Paolo", in memoria dei Papi del Concilio Vaticano 2°. Ma questo moto rivoluzionario
si manifestò essenzialmente nei fatti sociali, innescando un movimento che in
Europa ebbe un ruolo importante nel processo di riunificazione politica del
continente, una visione profetica di Wojtyla che all'inizio degli anni
'80, nel corso di una discussione che
facemmo in FUCI, qui a Roma, mi pareva irrealistica e che invece si avverò. Dal
punto di vista dottrinario, specificamente religioso, Wojtyla fu un
conservatore, ma non un reazionario, nel senso che intese congelare la
sistemazione, un punto di compromesso tra rivoluzione e restaurazione, che si era raggiunta
all'inizio degli anni '70 in merito all'attuazione delle idealità sprigionatesi
nel corso della grande congregazione dei nostri capi religiosi radunatasi a
Roma nella prima metà degli anni '60. Questo significò, nelle cose della
religione, scoraggiare il pluralismo e concentrare l'attenzione intorno alla
sua carismatica figura, così ricca di esperienze e di esempi significativi.
Egli, così, divenne bandiera per le masse dei fedeli. Bisogna rendersi
conto che si è trattato di un fenomeno sociale che non si era mai visto nei
due millenni precedenti della nostra storia religiosa. Ma il cambiamento
non può mai essere guidato dalla stessa persona, a pena di inaridimento
sociale. L'elemento umano finisce sempre, prima o poi, per deludere. E' perché
la nostra umanità, per quanto capace di grandi cose, è fragile. E' un fatto che
si è osservato in diversi grandi moti rivoluzionari che, concentratisi nel mito
di una persona, del grande condottiero, si sono poi risolti, ad un certo punto,
nel loro opposto. E' quello che in fondo è accaduto nella nostra collettività
religiosa nel declino fisico del grande personaggio intorno al quale si era
voluta coalizzare. ll tentativo di conservare, dopo la sua morte, l'assetto che egli aveva dato al nostro
ordinamento religioso, aperto nel
sociale e chiuso in dottrina, è
rapidamente fallito. I tempi nuovi richiedono altro.
ll mondo si sta rapidamente rinnovando e ordinare
il rinnovamento secondo i nostri principi religiosi è compito primario dei
fedeli laici, secondo quanto venne autorevolmente riconosciuto nei documenti
del Concilio Vaticano 2° ai quali ho fatto riferimento in alcuni miei precedenti interventi. Occorre rimettersi in
marcia, noi laici italiani, per tentare di escogitare un modello culturale,
fatto di idealità e di orientamenti pratici, che possa sostenere nelle masse
una direzione del cambiamento che sfrutti le opportunità positive dei tempi
nuovi. Non sarà facile in Italia, perché, e riprendo la suggestiva espressione
di Fulvio De Giorgi, perché decenni di papadipendenza ci ha costituiti in quella condizione di brutti
anatroccoli, dei quali il nostro clero tende a diffidare o addirittura a
disperare, prodotta dalla troppo lunga inattività in certi campi che avrebbero
dovuto essere nostri propri. In un certo senso si tratterà di vincere una certa
atrofia dalla quale siamo stati colpiti durante la fase di forzata inazione.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa -Roma,Monte Sacro, Valli