Una nuova Età dell'Oro?
Nella riunione di
ieri, approssimandosi la data, il prossimo martedì, del rinnovo degli incarichi
associativi del gruppo parrocchiale di AC, che prelude alle successive fasi a
livello diocesano e nazionale, che si concluderanno con l'assemblea nazionale
programmata per Roma dal 30 aprile al 3 maggio 2014, abbiamo fatto alcuni esercizi di laicità, valutando la situazione
storica e sociale corrente, in particolare in base a un rapporto sociologico
fondato su indagini statistiche dirette a determinare il tasso di altruismo degli
italiani e alla situazione (con le corrispondenti opportunità) creatasi dopo
l'ascesa di Jorge Mario Bergoglio al Papato, nello scorso marzo.
Riprendendo un'idea
dell'eclettico sociologo francese Raymond, riferita in un articolo di Filippo
Barbera sull'ultimo numero de Il Mulino,
rivista bolognese: la sociologia non è fatta per sedurre o esercitare
un'influenza, ma per chiarire. Nel
rapporto che abbiamo esaminato ieri si conclude, sulla base
dell'interpretazione del dato statistico, che in Italia sta riprendendo una
propensione all'altruismo. Poiché l'altruismo sociale è terreno favorevole per
lo sviluppo della fede, l'Azione Cattolica vede da questo quadro statistico una
opportunità. Bisogna considerare però che l'ottimismo, nel rapporto in
questione, è fondato in gran parte, per quel che posso capire, su una certa interpretazione del dato statistico e,
in particolare, nel voler vedere, come si dice, il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.
La presentazione dei
dati che abbiamo esaminato ieri in un video manca di raffronti storici, vale a dire con una situazione
precedente, che avvalori l'idea di un linea di tendenza verso l'altruismo. Il dato rilevante e sicuro è che oltre
l'80% degli intervistati si dice preoccupato. La maggior parte degli
intervistati desidera un miglior benessere della
propria famiglia. La percentuale dei propensi all'altruismo è di poco sotto
al 40%: possiamo considerarlo un dato positivo, tenendo conto che il oltre il
60% si dichiara non altruista? Molto
bassa è la percentuale degli intervistati che si dichiara disposto a
collaborare ai soccorsi nel caso di calamità nei posti in cui vive (in una
società sviluppata ci si aspetterebbe una adesione quasi totalitaria). La
maggior parte degli intervistati si dichiara genericamente disposto a fare
qualcosa per gli altri, ma il dato contrasta
con la tendenza dimostrata dalle altre indagini sopra ricordate e probabilmente
può ricondursi al riconoscimento sociale
che il manifestare intenti altruisti
accorda.
All'interpretazione
ottimistica del rapporto si può contrapporre un'altra interpretazione secondo
la quale gli italiani, molto preoccupati, tendono a chiudersi, a trincerarsi,
nelle famiglie, viste come ultima ridotta di un benessere sociale che di cui la
società civile è sempre più avara. Corrispondentemente l'impegno civile è assai
scarso. E' insomma, quella dell'indagine che abbiamo esaminata, l'immagine di
un'umanità che si sta chiudendo.
Il quadro che esce
dal rapporto in esame giustifica l'attenzione che l'associazione, a livello
diocesano e nazionale, vuole dedicare al miglioramento delle relazioni umane,
come base per ogni successiva attività. Devo dire che, però, sia nella bozza di
documento per l'assemblea diocesana romana sia in quella del documento per l'assemblea
diocesana nazionale manca quasi del tutto, a parte scarni riferimenti, la
valutazione della fase storica che l'Italia sta vivendo. Questo priva di serie
basi l'apprezzabile intento di radicarsi
nel territorio. Se a questo si aggiungesse un eccessivo affidamento su
rapporti sociologici basati su interpretazioni opinabili di dati statistici
(sottolineo: l'affidabilità del dato statistico non comporta necessariamente
quella delle sue interpretazioni) potrebbe esserne pregiudicata l'efficacia dei
programmi che si fanno.
L'ascesa al Papato di
Bergoglio sembra aver aperto una fase nuova nella nostra collettività
religiosa e questo, se si fa affidamento
sulla segnalata tendenza all'aumento della propensione altruistica della gente,
consiglierebbe di cogliere l'opportunità che questa nuova figura di capo
religioso sembra offrire.
Bisogna però
considerare che gli eventi della scorso primavera segnalano in realtà una
gravissima crisi dell'istituzione centrale di vertice della nostra collettività
religiosa, che però non è isolata da ciò che accade nel rimanente corpo sociale
ma è manifestazione di una crisi sottostante assai acuta. Indubbiamente siamo
in un tempo di passaggio. Come segnalato nella bozza del documento per la
prossima assemblea nazionale siamo in una fase di veloci cambiamenti. In questa
fase molto delicata il ruolo di un'associazione laicale di massa come la nostra
deve essere, responsabilmente, quello di sostenere
la propria parte nel mantenimento dell'unità di azione e pensiero del corpo
sociale di riferimento, pur nel pluralismo che è la ricchezza dei tempi
contemporanei.
Uno dei fattori di
crisi è stato appunto il ruolo populistico sviluppato dal Papato negli ultimi
trent'anni, centrato sulla figura umana dei Papi. Bisogna considerare che
questa tendenza è molto recente e risale fondamentalmente alla figura di Angelo
Giuseppe Roncalli, al quale fu attribuito popolarmente l'appellativo di Papa buono. I Papi precedenti erano cattivi? No, senz'altro. Ma manifestavano
essenzialmente, sulla linea di una lunga tradizione la sacralità del loro
potere, ciò che rendeva necessario distanziarsi dalla gente. Il populismo papale, che è una particolare
forma di politica religiosa, si è
molto sviluppato durante il ministero di quella grande persona carismatica che
fu Karol Wojtyla. E' durante il suo regno che si è prodotto, ad esempio, quel
caratteristico fenomeno dei papa-boys,
del fascino della sua autorevolezza verso i più giovani. Questo tipo di
relazione tra la gente e il vertice romano si
è manifestato in genere, a prescindere dal successo dei periodici raduni
di massa, piuttosto superficiale (si è osservato che la gente ammirava Wojtyla
ma ne seguiva poco gli insegnamenti e l'esempio) e, alla lunga, ha indebolito
l'azione del laicato italiano, tentato dalla papadipendenza.
Nei suoi interventi
in questi mesi, Bergoglio ha invitato all'apertura,
all'uscire dalle Chiese, non certo a radunarsi intorno a lui. In qualche modo uscire dalla crisi comporta anche cercare di sottrarsi ad
uno stato di papadipendenza, che
significa aspettarsi dal capo supremo della nostra religione, oltre al ruolo e
all'autorità suoi propri, che non sono in discussione, anche la funzione di capopopolo politico e sociale e, al
limite, di marchio d'impresa.
Non siamo entrati in una
nuova Età dell'Oro, ma in tempi molto problematici che richiedono un particolare
nostro impegno nella società.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli