mercoledì 20 novembre 2013

Una nuova Età dell'Oro?


Una nuova Età dell'Oro?
 
 Nella riunione di ieri, approssimandosi la data, il prossimo martedì, del rinnovo degli incarichi associativi del gruppo parrocchiale di AC, che prelude alle successive fasi a livello diocesano e nazionale, che si concluderanno con l'assemblea nazionale programmata per Roma dal 30 aprile al 3 maggio 2014, abbiamo fatto alcuni esercizi di laicità, valutando la situazione storica e sociale corrente, in particolare in base a un rapporto sociologico fondato su indagini statistiche dirette a determinare il tasso di altruismo  degli italiani e alla situazione (con le corrispondenti opportunità) creatasi dopo l'ascesa di Jorge Mario Bergoglio al Papato, nello scorso marzo.
  Riprendendo un'idea dell'eclettico sociologo francese Raymond, riferita in un articolo di Filippo Barbera sull'ultimo numero de Il Mulino, rivista bolognese: la sociologia non è fatta per sedurre o esercitare un'influenza, ma per chiarire. Nel rapporto che abbiamo esaminato ieri si conclude, sulla base dell'interpretazione del dato statistico, che in Italia sta riprendendo una propensione all'altruismo. Poiché l'altruismo sociale è terreno favorevole per lo sviluppo della fede, l'Azione Cattolica vede da questo quadro statistico una opportunità. Bisogna considerare però che l'ottimismo, nel rapporto in questione, è fondato in gran parte, per quel che posso capire, su una certa interpretazione del dato statistico e, in particolare, nel voler vedere, come si dice, il bicchiere mezzo pieno invece che mezzo vuoto.
 La presentazione dei dati che abbiamo esaminato ieri in un video manca di raffronti storici, vale a dire con una situazione precedente, che avvalori l'idea di un linea di tendenza verso l'altruismo. Il dato rilevante e sicuro è che oltre l'80%  degli intervistati si dice preoccupato. La maggior parte degli intervistati desidera un miglior benessere della propria famiglia. La percentuale dei propensi all'altruismo è di poco sotto al 40%: possiamo considerarlo un dato positivo, tenendo conto che il oltre il 60% si dichiara non altruista? Molto bassa è la percentuale degli intervistati che si dichiara disposto a collaborare ai soccorsi nel caso di calamità nei posti in cui vive (in una società sviluppata ci si aspetterebbe una adesione quasi totalitaria). La maggior parte degli intervistati si dichiara genericamente disposto a fare qualcosa per gli altri, ma il dato contrasta con la tendenza dimostrata dalle altre indagini sopra ricordate e probabilmente può ricondursi al riconoscimento sociale che il manifestare intenti altruisti accorda.
 All'interpretazione ottimistica del rapporto si può contrapporre un'altra interpretazione secondo la quale gli italiani, molto preoccupati, tendono a chiudersi, a trincerarsi, nelle famiglie, viste come ultima ridotta di un benessere sociale che di cui la società civile è sempre più avara. Corrispondentemente l'impegno civile è assai scarso. E' insomma, quella dell'indagine che abbiamo esaminata, l'immagine di un'umanità che si sta chiudendo.
 Il quadro che esce dal rapporto in esame giustifica l'attenzione che l'associazione, a livello diocesano e nazionale, vuole dedicare al miglioramento delle relazioni umane, come base per ogni successiva attività. Devo dire che, però, sia nella bozza di documento per l'assemblea diocesana romana sia in quella del documento per l'assemblea diocesana nazionale manca quasi del tutto, a parte scarni riferimenti, la valutazione della fase storica che l'Italia sta vivendo. Questo priva di serie basi l'apprezzabile intento di radicarsi nel territorio. Se a questo si aggiungesse un eccessivo affidamento su rapporti sociologici basati su interpretazioni opinabili di dati statistici (sottolineo: l'affidabilità del dato statistico non comporta necessariamente quella delle sue interpretazioni) potrebbe esserne pregiudicata l'efficacia dei programmi che si fanno.
 L'ascesa al Papato di Bergoglio sembra aver aperto una fase nuova nella nostra collettività religiosa  e questo, se si fa affidamento sulla segnalata tendenza all'aumento della propensione altruistica della gente, consiglierebbe di cogliere l'opportunità che questa nuova figura di capo religioso sembra offrire.
 Bisogna però considerare che gli eventi della scorso primavera segnalano in realtà una gravissima crisi dell'istituzione centrale di vertice della nostra collettività religiosa, che però non è isolata da ciò che accade nel rimanente corpo sociale ma è manifestazione di una crisi sottostante assai acuta. Indubbiamente siamo in un tempo di passaggio. Come segnalato nella bozza del documento per la prossima assemblea nazionale siamo in una fase di veloci cambiamenti. In questa fase molto delicata il ruolo di un'associazione laicale di massa come la nostra deve essere, responsabilmente, quello di sostenere la propria parte nel mantenimento dell'unità di azione e pensiero del corpo sociale di riferimento, pur nel pluralismo che è la ricchezza dei tempi contemporanei.
 Uno dei fattori di crisi è stato appunto il ruolo populistico sviluppato dal Papato negli ultimi trent'anni, centrato sulla figura umana dei Papi. Bisogna considerare che questa tendenza è molto recente e risale fondamentalmente alla figura di Angelo Giuseppe Roncalli, al quale fu attribuito popolarmente l'appellativo di Papa buono. I Papi precedenti erano cattivi? No, senz'altro. Ma manifestavano essenzialmente, sulla linea di una lunga tradizione la sacralità del loro potere, ciò che rendeva necessario distanziarsi dalla gente. Il populismo papale, che è una particolare forma di politica religiosa, si è molto sviluppato durante il ministero di quella grande persona carismatica che fu Karol Wojtyla. E' durante il suo regno che si è prodotto, ad esempio, quel caratteristico fenomeno dei papa-boys, del fascino della sua autorevolezza verso i più giovani. Questo tipo di relazione tra la gente e il vertice romano si  è manifestato in genere, a prescindere dal successo dei periodici raduni di massa, piuttosto superficiale (si è osservato che la gente ammirava Wojtyla ma ne seguiva poco gli insegnamenti e l'esempio) e, alla lunga, ha indebolito l'azione del laicato italiano, tentato dalla papadipendenza.
 Nei suoi interventi in questi mesi, Bergoglio ha invitato all'apertura, all'uscire dalle Chiese, non certo a radunarsi intorno  a lui. In qualche modo uscire dalla  crisi comporta anche cercare di sottrarsi ad uno stato di papadipendenza, che significa aspettarsi dal capo supremo della nostra religione, oltre al ruolo e all'autorità suoi propri, che non sono in discussione, anche la funzione di capopopolo politico e sociale e, al limite, di marchio d'impresa.
 Non siamo entrati in una nuova Età dell'Oro, ma in tempi molto problematici che richiedono un particolare nostro impegno nella società.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San  Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli