sabato 2 novembre 2013

Un lavoro comune appassionante e necessario per le società del nostro tempo?


Un lavoro comune appassionante e necessario per le società del nostro tempo?

 
 Le manifestazioni dell'agire religioso sono molte: alcune, molto importanti, riguardano la vita interiore ed altre quella in società; a volte ci si concentra sull'attesa e altre volte sul muoversi e produrre. Ogni ambiente sociale e addirittura ogni persona sono in qualche modo espressioni di concezioni particolari, pur in una unità di fondo data da alcuni riferimenti culturali e organizzativi. Questo pluralismo  c'è fin dalle origini, anche se nelle scritture sacre specificamente cristiane se ne vedono i rischi e si fa memoria di come si tentò di contrastarlo in ciò che di negativo produceva. Da una parte si ebbe coscienza che siamo diversi l'uno dall'altro perché abbiamo ricevuto doni particolari  dall'alto, dall'altro si è fece esperienza, fin dagli inizi, di un male che divide le collettività animate dalla fede  e le guasta. In generale la diversità  viene ancora assimilata alla disunione  e allora la si vuole risanare cercando di sottometterla ad un'autorità comune. Ciò ottenuto non la considera più pericolosa e se ne riescono a comprendere le opportunità: questo appunto quando la diversità si lascia ricondurre a semplice varietà e allora corregge i problemi che sono dati dalla rigidezza dell'uniformità. Il comandamento dell'unità lo si deriva dai più importanti principi di fede, ricevuti direttamente dal Maestro nei primi tempi. Nei millenni si è tentato di attuarlo in diversi modi e possiamo serenamente riconoscere che essi hanno creato problemi e controversie fin dagli esordi della nostra collettività, tanto che se ne trovano tracce evidenti anche nelle nostre scritture sacre. Per dare un'idea di ciò a cui si tende si ricorre ad immagini che propongono similitudini e quella che spesso viene utilizzata per descrivere la finalità che i merito si vorrebbe raggiungere è quello dell'esercito in marcia. Quindi di una moltitudine che con vari compiti, ad esempio con gente in prima linea e, dietro, strutture di servizio, combatte  agli ordini di un unico centro di comando  per raggiungere la vittoria su un nemico. Questa immagine ha fondamento biblico nell'Antico Testamento, in particolare nelle storia di guerra che vi sono narrate.
 Se però tentiamo di dare una immagine suggestiva che descriva la strada che, in materia di pluralismo sta prendendo la nostra collettività religiosa ai tempi nostri, mancano le parole. Non è così? Vorrei che vi impegnaste a ragionarci su, facendo memoria, secondo le vostra capacità, di quello che vi ricordate delle letture bibliche, degli insegnamenti del magistero e tenendo presenti i vostri riferimenti culturali e le vostre particolari esperienze in merito. La mia ipotesi di lavoro è che si tratti di una cosa  completamente nuova in particolare sotto un aspetto, che è quello della libera partecipazione popolare all'ideazione di forme individuali e collettivi di intervento a fondamento religioso nella società. Esso emerge con la massima rilevanza man mano che l'organizzazione gerarchica della nostra collettività, basata su un potere esercitato dal clero in forme analoghe a quelle di uno stato feudale basato su una dinastia assoluta, rinuncia gradatamente alle proprie pretese di un dominio sull'intera società, quella civile e quella politica, e quindi al condominio sui popoli con le autorità civili, e restringe la propria sfera d'azione all'insegnamento specificamente religioso, ai sacramenti, alle liturgie e alla disciplina del personale addetto a quelle attività su base volontaria.  Questo si produce per la spinta delle società civili e politiche che, animate dal principio di laicità, non riescono a tollerare più l'autorità religiosa a di fuori di ciò che specificamente   è considerato religioso. Si può allora scorgere la tendenza dell'attività missionaria, di quell'essere lanciati verso il mondo per trasformarlo, a piegarsi verso un'attività di propaganda per ottenere l'adesione della gente ad attività e gruppi che si occupano prevalentemente di liturgia, interiorità e vita familiare. Quindi, invece di un moto verso l'esterno per cambiare il mondo, uno verso l'interno per recuperare adepti dal mondo. Del resto, si osserva, dove la troviamo nella parte delle scritture sacre specificamente cristiane, questa finalità di trasformare il mondo? Non c'è innanzi tutto e prevalentemente, se non solo, quella di trasformare sé stessi o, meglio, quella di lasciarsi trasformare? Questa è un'obiezione seria, anche se trova risposta negli insegnamenti del magistero che chiamiamo  dottrina sociale della Chiesa. Ma, per molto versi, la questione è ancora aperta.
 Si ricorda, per sviluppare il ragionamento su queste cose, che nella nostra concezione religiosa abbiamo voluto tenere insieme quella pare delle scrittura sacre che specificamente trattano degli insegnamenti e della vita del Nazareno e dei primi anni delle nostre collettività religiosa, formatesi sulla base del suo magistero e dei fatti della sua vita, morte e liberazione prodigiosa dalla morte, con quella parte che le prime nostre comunità hanno recepito dal giudaismo antico. Tutte insieme queste scrittura sacre formano la Bibbia che noi consideriamo  normativa  per la nostra fede. E in quelle che riflettono l'esperienza precedente la vita e l'insegnamento del Maestro c'è effettivamente molto attivismo nel campo dell'azione sociale a anche politica. Ma indubbiamente l'ordine di idee che determinò quegli scritti e le concezioni che vi sono espressi è abbastanza diverso da quello che viene in questione ai tempi nostri nella nostra concezione religiosa, perché riguarda la costituzione di un popolo destinato a costituire un'entità politica in un ben determinato posto della Terra, per darsi e vivere regole di giustizia secondo un Patto che si ritiene concluso con il Cielo, con l'assoluto ed Eterno, quindi secondo regole, in questo senso, di santità. Di modo che la consapevolezza delle deviazioni, del peccato, viene vissuta anche come nostalgia di una patria  e desiderio di ritorno. Nelle visioni profetiche, che fanno luce sulla realtà dei tempi manifestandone il senso religioso, si immagina che poi popoli venuti da ogni dove si mettano in marcia, in un santo pellegrinaggio, per onorare nel luogo santo il vero Autore di quel prodigio sociale. In qualche modo questo ordine di idee è stato assunto anche dalla nostra confessione religiosa, che però lo ha trasformato profondamente adattandolo in fondo all'universalismo  che, sotto diversi punti di vista, caratterizzava le antiche culture greche e latine. Ecco dunque che noi riteniamo di essere stati lanciati,  nella fede, non verso un punto preciso della Terra, ma verso tutti i posti della Terra, ma appunto, in fondo, con i medesimi scopi pratici del giudaismo antico. Non sono solo l'interiorità e le liturgie ad interessarci.
 Nella storia Europea,e poi mondiale, gli effetti sociali delle concezioni cristiane sono stati molto evidenti, tanto che, col senno del poi, si individua in un certo periodo storico, molto esteso, quella che viene definita civiltà cristiana. Di essa non si è mai stati veramente soddisfatti e ogni epoca si è ritenuta legittimata a riformare  ciò che era stata fatto prima. Del resto, nelle nostre concezioni religiose il compimento finale di tutto non sarà mai qualcosa realizzato dalla nostre mani, perché, come si legge nelle vision profetiche del libro biblico dell'Apocalisse, lo attendiamo dall'alto. Però non abbiamo mai rinunciato a operare in quel senso. Ai tempi nostri però sono profondamente mutati i modi in cui si può farlo. La trasformazione delle società non è più affidata all'iniziativa e agli scontri di dinastie sovrane, fossero queste anche di tipo sacrale, ma essa scaturisce da dinamiche delle masse. Da questa consapevolezza nacque ad esempio quell'organizzazione  di massa  che è l'Azione Cattolica.
 Da adolescente e da giovane adulto fui abbastanza appassionato all'azione, che del resto rientra nell'indole dei più giovani. Ora comincio invece ad apprezzare di più il potenziale anche  consolatorio della religione. Mi chiedo come la pensi, oggi, un teen ager (classe d'età13-19 anni), un ragazzo dell'età che io ebbi negli scorsi anni ’70, in cui tante cose velocemente cambiarono e ai giovani piaceva essere al centro di questi mutamenti. Quando, ad un certo punto, sembra che sistematicamente e in blocco, lascino la nostra collettività è perché sono insoddisfatti della troppa azione che c'è in essa o della troppo poca azione che ci proponiamo, al modo dei più anziani per i quali il mondo tende a restringersi ai posti a loro più familiari?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli