Un lavoro comune
appassionante e necessario per le società del nostro tempo?
Le manifestazioni
dell'agire religioso sono molte: alcune, molto importanti, riguardano la vita
interiore ed altre quella in società; a volte ci si concentra sull'attesa e
altre volte sul muoversi e produrre. Ogni ambiente sociale e addirittura ogni
persona sono in qualche modo espressioni di concezioni particolari, pur in una
unità di fondo data da alcuni riferimenti culturali e organizzativi. Questo pluralismo c'è fin dalle origini, anche se nelle
scritture sacre specificamente cristiane se ne vedono i rischi e si fa memoria
di come si tentò di contrastarlo in ciò che di negativo produceva. Da una parte
si ebbe coscienza che siamo diversi l'uno dall'altro perché abbiamo ricevuto doni particolari dall'alto, dall'altro si è fece esperienza, fin
dagli inizi, di un male che divide le
collettività animate dalla fede e le
guasta. In generale la diversità viene ancora assimilata alla disunione e allora la si vuole risanare cercando di
sottometterla ad un'autorità comune. Ciò
ottenuto non la considera più pericolosa e se ne riescono a comprendere le
opportunità: questo appunto quando la diversità si lascia ricondurre a semplice
varietà e allora corregge i problemi
che sono dati dalla rigidezza dell'uniformità.
Il comandamento dell'unità lo si
deriva dai più importanti principi di fede, ricevuti direttamente dal Maestro
nei primi tempi. Nei millenni si è tentato di attuarlo in diversi modi e
possiamo serenamente riconoscere che essi hanno creato problemi e controversie
fin dagli esordi della nostra collettività, tanto che se ne trovano tracce
evidenti anche nelle nostre scritture sacre. Per dare un'idea di ciò a cui si
tende si ricorre ad immagini che propongono similitudini e quella che spesso
viene utilizzata per descrivere la finalità che i merito si vorrebbe
raggiungere è quello dell'esercito in
marcia. Quindi di una moltitudine che con vari compiti, ad esempio con
gente in prima linea e, dietro, strutture di servizio, combatte agli ordini di un
unico centro di comando per raggiungere la vittoria su un nemico. Questa immagine ha fondamento biblico
nell'Antico Testamento, in particolare nelle storia di guerra che vi sono narrate.
Se però tentiamo di
dare una immagine suggestiva che descriva la strada che, in materia di pluralismo sta prendendo la nostra
collettività religiosa ai tempi nostri, mancano le parole. Non è così? Vorrei
che vi impegnaste a ragionarci su, facendo memoria, secondo le vostra capacità,
di quello che vi ricordate delle letture bibliche, degli insegnamenti del
magistero e tenendo presenti i vostri riferimenti culturali e le vostre particolari
esperienze in merito. La mia ipotesi di lavoro è che si tratti di una cosa completamente nuova in particolare sotto
un aspetto, che è quello della libera partecipazione
popolare all'ideazione di forme individuali e collettivi di intervento a
fondamento religioso nella società. Esso emerge con la massima rilevanza
man mano che l'organizzazione gerarchica della nostra collettività, basata su
un potere esercitato dal clero in forme analoghe a quelle di uno stato feudale
basato su una dinastia assoluta, rinuncia
gradatamente alle proprie pretese di un dominio sull'intera società, quella civile e quella politica, e quindi al condominio sui popoli con le autorità civili, e restringe la propria sfera d'azione all'insegnamento specificamente
religioso, ai sacramenti, alle liturgie e alla disciplina del personale addetto
a quelle attività su base volontaria.
Questo si produce per la spinta delle società civili e politiche che,
animate dal principio di laicità, non
riescono a tollerare più l'autorità religiosa a di fuori di ciò che specificamente
è considerato religioso. Si può allora
scorgere la tendenza dell'attività missionaria,
di quell'essere lanciati verso il
mondo per trasformarlo, a piegarsi verso un'attività di propaganda per ottenere l'adesione della gente ad attività e gruppi
che si occupano prevalentemente di liturgia, interiorità e vita familiare.
Quindi, invece di un moto verso
l'esterno per cambiare il mondo, uno verso l'interno per recuperare adepti dal mondo. Del resto, si osserva, dove
la troviamo nella parte delle scritture sacre specificamente cristiane, questa
finalità di trasformare il mondo? Non
c'è innanzi tutto e prevalentemente, se non solo, quella di trasformare sé stessi o, meglio, quella
di lasciarsi trasformare? Questa è
un'obiezione seria, anche se trova risposta negli insegnamenti del magistero
che chiamiamo dottrina sociale della Chiesa. Ma, per
molto versi, la questione è ancora aperta.
Si ricorda, per
sviluppare il ragionamento su queste cose, che nella nostra concezione
religiosa abbiamo voluto tenere insieme
quella pare delle scrittura sacre che specificamente trattano degli insegnamenti
e della vita del Nazareno e dei primi anni delle nostre collettività religiosa,
formatesi sulla base del suo magistero e dei fatti della sua vita, morte e
liberazione prodigiosa dalla morte, con quella parte che le prime nostre
comunità hanno recepito dal giudaismo antico. Tutte insieme queste scrittura
sacre formano la Bibbia che noi consideriamo normativa per la nostra fede. E in quelle che riflettono
l'esperienza precedente la vita e l'insegnamento del Maestro c'è effettivamente
molto attivismo nel campo dell'azione sociale a anche politica. Ma
indubbiamente l'ordine di idee che determinò quegli scritti e le concezioni che
vi sono espressi è abbastanza diverso da quello che viene in questione ai tempi
nostri nella nostra concezione religiosa, perché riguarda la costituzione di un
popolo destinato a costituire un'entità politica in un ben determinato posto
della Terra, per darsi e vivere regole di giustizia secondo un Patto che si
ritiene concluso con il Cielo, con l'assoluto ed Eterno, quindi secondo regole,
in questo senso, di santità. Di modo
che la consapevolezza delle deviazioni, del peccato, viene vissuta anche come nostalgia di una patria e desiderio di ritorno. Nelle visioni profetiche, che fanno luce sulla realtà dei
tempi manifestandone il senso religioso, si immagina che poi popoli venuti da
ogni dove si mettano in marcia, in un santo pellegrinaggio, per onorare nel luogo santo il vero Autore di quel prodigio sociale. In qualche modo questo ordine di
idee è stato assunto anche dalla nostra confessione religiosa, che però lo ha
trasformato profondamente adattandolo in fondo all'universalismo che, sotto
diversi punti di vista, caratterizzava le antiche culture greche e latine. Ecco
dunque che noi riteniamo di essere stati lanciati,
nella fede, non verso un punto
preciso della Terra, ma verso tutti i
posti della Terra, ma appunto, in
fondo, con i medesimi scopi pratici del giudaismo antico. Non sono solo
l'interiorità e le liturgie ad interessarci.
Nella storia
Europea,e poi mondiale, gli effetti sociali delle concezioni cristiane sono
stati molto evidenti, tanto che, col senno del poi, si individua in un certo
periodo storico, molto esteso, quella che viene definita civiltà cristiana. Di essa non si è mai stati veramente soddisfatti
e ogni epoca si è ritenuta legittimata a riformare
ciò che era stata fatto prima. Del
resto, nelle nostre concezioni religiose il compimento finale di tutto non sarà
mai qualcosa realizzato dalla nostre mani, perché, come si legge nelle vision
profetiche del libro biblico dell'Apocalisse, lo attendiamo dall'alto. Però non
abbiamo mai rinunciato a operare in quel senso. Ai tempi nostri però sono
profondamente mutati i modi in cui si può farlo. La trasformazione delle
società non è più affidata all'iniziativa e agli scontri di dinastie sovrane,
fossero queste anche di tipo sacrale, ma essa scaturisce da dinamiche delle masse. Da questa consapevolezza nacque
ad esempio quell'organizzazione di massa che è l'Azione
Cattolica.
Da adolescente e da
giovane adulto fui abbastanza appassionato all'azione, che del resto rientra nell'indole dei più giovani. Ora
comincio invece ad apprezzare di più il potenziale anche consolatorio della
religione. Mi chiedo come la pensi, oggi, un teen ager (classe d'età13-19 anni), un ragazzo dell'età che io ebbi
negli scorsi anni ’70, in cui tante cose velocemente cambiarono e ai giovani
piaceva essere al centro di questi mutamenti. Quando, ad un certo punto, sembra
che sistematicamente e in blocco, lascino la nostra collettività è perché sono
insoddisfatti della troppa azione che
c'è in essa o della troppo poca azione
che ci proponiamo, al modo dei più anziani per i quali il mondo tende a restringersi ai posti a loro più familiari?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli