La nostra fede è
ancora lievito del mondo?
Si recita nel Cantico delle creature, di Francesco
d'Assisi (1182-1226 della nostra era):
"Laudato si, mi
Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore/
e sostengo infirmitate
e tribolazione./
Beati quelli che 'l sosterranno in pace,/
ca, da te, Altissimo,
sirano incoronati./
Laudato si, mi
Signore, per sora nostra Morte corporale,/
da la quale nullo omo vivente po' scampare./
Guai a quelli che
morranno ne le peccata mortali/
Beati quelli che
troverà ne le tue santissime voluntati/
ca la morte seconda no
li farà male./"
Se in religione ci
venisse detto che mediante certe pratiche o riti, o semplicemente essendo
buoni, addirittura molto buoni, ci verranno risparmiate sofferenza e morte, con
buona ragione potremmo lamentare di essere stati ingannati, illusi e traditi. Ma non consiste in questo
l'insegnamento religioso cristiano, per quanto in esso la salvezza abbia un posto importante. E, allora, perché lasciarsi persuadere dai discorsi religiosi che ci vengono fatti? Perché impegnarsi in questo faticoso lavoro?
Si tratta di
argomenti che nei due millenni della storia del cristianesimo sono stati
trattati ripetutamente da tutti i punti di vista in un'infinità di opere,
discorsi, controversie. Sugli scarni discorsi del Maestro e sulle laconiche
storie della sua vita si è costruita una letteratura sterminata e si è
ragionato molto, anche scontrandosi piuttosto vivacemente. Sull'argomento di come ci si salvi, paradossalmente, ci si
è ammazzati, tra cristiani, per secoli.
E' chiaro però che il problema
si ripresenta ogni volta che una persona si è avvicina o, come i più piccoli, è
condotta verso la nostra collettività religiosa. Le motivazioni della fede sono
sempre radicate nell'interiorità di ciascun essere umano, il quale, sotto
questo profilo, è ogni volta un mondo nuovo. In un certo senso bisogna
ripartire da capo con ogni persona.
Certo, da piccoli,
certe questioni si presentano con una drammaticità attenuata, perché si confida
nei genitori o, comunque, in chi ne svolge il ruolo e in coloro ai quali essi
ci affidano. Ci viene spiegato come vanno
le cose e noi ne prendiamo atto e facciamo quello che ci si dice. Del resto
in queste cose, da piccoli, non si è mai soli. Così, in definitiva, si segue la
corrente e si fa come fanno gli altri.
Crescendo comincia ad
essere diverso e mi riferisco già a quell'età in cui si lascia la fanciullezza
e si va alle medie. Almeno, per me è stato così. A volte il seguire la corrente ci porta lontano dalla vita di fede. Altre
volte il seguire la corrente non ci
basta più e vogliamo renderci autonomi, seguire vie nuove.
In un passato nemmeno
tanto lontano c'era una pressione sociale
al mantenimento di una religiosità sociale.
Era considerato utile per il mantenimento dell'ordine nella società. Questo
specialmente in un modo in cui l'ignoranza era piuttosto diffusa, e anzi
maggioritaria nella società, e comunque si doveva convincere in qualche modo la
maggior parte della gente, che era dominata da classi privilegiate, ad
accettare senza ribellarsi a un destino tutto sommato di poche gioie e molta
sofferenza. Ad esempio ad accettare patriotticamente
fatti di sterminio come le guerre tra nazioni, che erano determinate da
controversie di potere tra dominatori, non dall'interesse dei sottoposti. Negli
anni '30 del secolo scorso in Italia si arrivò a proporre l'idea della
religione come filosofia degli incolti.
Questa pressione sociale collegata al
mantenimento di un ordine ingiusto venne considerata ad un certo
punto come una caratteristica ineliminabile della religione, per cui la liberazione dall'ingiustizia doveva
comprendere anche la liberazione dalla
religione. Questo movimento è ancora oggi in atto, ma non più verso il
cristianesimo. Quest'ultimo infatti, e
con particolare efficacia nel cattolicesimo, ha cercato di affrancarsi dal legame
con ordini sociali ingiusti, riscoprendo il potenziale di liberazione che è insito nell'idea di salvezza, centrale tra i principi di fede. Si è trattato di un
lavoro che si è sviluppato particolarmente dalla metà dell'Ottocento e per
tutto il secolo scorso e che ha visto il
protagonismo dei laici cattolici. Ai
nostri giorni, nella nostra Italia, esso può essere considerato a buon punto, almeno per quanto riguarda i
fondamenti ideali, mentre nella pratica c'è sempre da fare, per la tendenza
costante di vari poteri sociali di farsi accreditare
opportunisticamente da autorità e movimenti religiosi per sfruttare vantaggi
elettorali. Ad alcuni è apparso che, così facendo, il Cielo sia stato
allontanato dalla Terra, mentre per altri, come per noi in Azione Cattolica, si è trattato di tornare a fissare lo sguardo sul
Cielo, dopo secoli in cui si era stati come rinchiusi lontani da esso,
costretti a contemplarlo attraverso immagini non fedeli o attraverso strette feritoie praticate nella realtà
profana che dettava legge. In definitiva è stata presa sul serio una delle
obiezioni più brucianti contro la vita religiosa, che cioè essa costituisse la
copertura sociale dell'ingiustizia, vale a dire che essa fosse un'impostura funzionale
a una di quelle che, nel gergo
religioso, vengono definite strutture
sociali di peccato (espressione entrata nel lessico del magistero cattolico
nel 1987, con l'enciclica Sollicitudo rei
socialis [=la preoccupazioni per i fatti della società], del papa Giovanni
Paolo 2°).
Dunque, una volta che non si è più obbligati socialmente a manifestarsi
religiosi e presa coscienza che
essendolo non si è preservati dalla sofferenza e dalla morte, che cosa può
determinare, dopo la prima iniziazione cristiana, ad aderire più
consapevolmente e con maggiore impegno alla fede e, in fin dei conti, a
sobbarcarsi un lavoro, nell'interiorità e nella società, piuttosto oneroso? Con
il rischio, per di più, di apparire strani
in certi ambienti sociali e quindi di non esservi accettati.
Questo non è un luogo
di propaganda religiosa, quindi lascio aperta la questione alla meditazione di
ciascuno e, in particolare, a quella dei genitori che stanno accompagnando i
loro figli piccoli nei primi incontro del catechismo. Si preparino a rispondere
a questa domanda, perché tra non molto verrà loro fatta dai loro ragazzi.
Per quanto mi
riguarda, la motivazione adulta alla fede mi è venuta fondamentalmente da una
ribellione contro il mondo e la natura così come sono. La religione mi dice che
sono imperfetti e bisognevoli di salvazione e questa è appunto la mia
esperienza. Ho poi constatato che nella fede non ci si rassegna a lasciarli
così come sono, ad accettarne la logica crudele della forza. E' un lavoro che
sembra sovrastare le nostre forze di esseri limitati in tutto. E che inoltre appare addirittura come controproducente in un'ottica
strettamente utilitaristica, che consiglierebbe invece di seguire la corrente e
di sfruttarne le opportunità. E tuttavia è un'opera che dà gioia, perché già il ragionare su come essere diversi, e ancor più provare ad esserlo
veramente, è l'inizio di un liberazione.
Se poi ci si persuade religiosamente, mettendosi in ascolto della voce che ci è
portata dall'antichità e che risuona tutt'oggi, che ad essa si è chiamati
addirittura dal fondamento di tutto, in
un disegno di salvezza che si dispiega nella storia fronteggiando il
male che ha portato alla degenerazione dell'universo, la gioia è ancora
maggiore. E' come quando si va a una festa e si pregusta la felicità dello
stare insieme tra cari amici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli