domenica 3 novembre 2013

La nostra fede è ancora lievito del mondo?


La nostra fede è ancora lievito del mondo?

  La religione come la si concepisce tra i cattolici  è piuttosto impegnativa. Richiede una cura della propria interiorità, ciò che i maestri di spiritualità chiamano custodia dell'anima, e uno sforzo di operare nella società in cui si vive, manifestandosi per quello che ci si propone di essere. Ci inserisce in una collettività la quale, come tutte le altre collettività, ha e dà un certo numero di problemi, ma che è indispensabile, perché da soli, come in tutte le cose umane, si va poco lontano. Non si partecipa da semplici spettatori, come al cinema o a uno stadio di calcio. Ci si chiede di essere tutti attori, ma, insieme, anche soggettisti, sceneggiatori e registi. E, infine, per quanto le nostre liturgie sotto certi aspetti possono apparire la messa in scena di rappresentazioni, ad un certo punto la vera liturgia diventano le nostre vite e allora quello che si fa e si è non è più rappresentazione, evocazione simbolica  di qualcos'altro, ma la realtà viva, noi in quanto viventi, e le scelte che si fanno non sono solo inscenate ma producono effetti reali, che incidono sulla nostra esistenza e possono anche metterla a rischio, così come possono mettere a rischio, o al contrario salvare, vite di altri intorno a noi. Questo forse non è sempre ben chiaro quando i genitori portano i loro bambini in parrocchia perché ricevano la prima iniziazione religiosa. Eppure, devo riconoscere, tutto è effettivamente messo bene in chiaro fin dal principio. Accostandoci alla nostra collettività religiosa non si ascoltano belle favole, con finali consolatori. Tutto il dramma della vita, nel suo aspetto personale come anche in quello collettivo, ci viene esposto senza alcun riserbo. Né ci viene promesso che ci verranno risparmiati dolore e morte. "Adesso e nell'ora della nostra morte", preghiamo sempre. Le nostre narrazioni fondamentali sono piene di sofferenza e, in questo, sono molto più realistiche di tanti discorsi di salvazione che si fanno nel mondo di oggi. Il Maestro ci  è raffigurato torturato e ucciso sulla Croce e, in fondo, tutto ciò che si fa in religione è un prepararsi e impegnarsi a seguirlo in questo.
 Si recita nel Cantico delle creature, di Francesco d'Assisi (1182-1226 della nostra era):
"Laudato si, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore/
e sostengo infirmitate e tribolazione./
 Beati quelli che 'l sosterranno in pace,/
ca, da te, Altissimo, sirano incoronati./
Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,/
da  la quale nullo omo vivente po' scampare./
Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali/
Beati quelli che troverà ne le tue santissime voluntati/
ca la morte seconda no li farà male./"
 Se in religione ci venisse detto che mediante certe pratiche o riti, o semplicemente essendo buoni, addirittura molto buoni, ci verranno risparmiate sofferenza e morte, con buona ragione potremmo lamentare di essere stati ingannati, illusi  e traditi. Ma non consiste in questo l'insegnamento religioso cristiano, per quanto in esso la salvezza abbia un posto importante. E, allora, perché lasciarsi persuadere dai discorsi religiosi che ci vengono fatti? Perché impegnarsi  in questo faticoso lavoro?
 Si tratta di argomenti che nei due millenni della storia del cristianesimo sono stati trattati ripetutamente da tutti i punti di vista in un'infinità di opere, discorsi, controversie. Sugli scarni discorsi del Maestro e sulle laconiche storie della sua vita si è costruita una letteratura sterminata e si è ragionato molto, anche scontrandosi piuttosto vivacemente. Sull'argomento di come ci si salvi, paradossalmente, ci si è ammazzati, tra cristiani, per secoli.
 E' chiaro però che il problema si ripresenta ogni volta che una persona si è avvicina o, come i più piccoli, è condotta verso la nostra collettività religiosa. Le motivazioni della fede sono sempre radicate nell'interiorità di ciascun essere umano, il quale, sotto questo profilo, è ogni volta un mondo nuovo. In un certo senso bisogna ripartire da capo con ogni persona.
 Certo, da piccoli, certe questioni si presentano con una drammaticità attenuata, perché si confida nei genitori o, comunque, in chi ne svolge il ruolo e in coloro ai quali essi ci affidano. Ci viene spiegato come vanno le cose e noi ne prendiamo atto e facciamo quello che ci si dice. Del resto in queste cose, da piccoli, non si è mai soli. Così, in definitiva, si segue la corrente e si fa come fanno gli altri.
 Crescendo comincia ad essere diverso e mi riferisco già a quell'età in cui si lascia la fanciullezza e si va alle medie. Almeno, per me è stato così. A volte il seguire la corrente  ci porta lontano dalla vita di fede. Altre volte il seguire la corrente non ci basta più e vogliamo renderci autonomi, seguire vie nuove.
 In un passato nemmeno tanto lontano c'era una pressione sociale al mantenimento di una religiosità sociale. Era considerato utile per il mantenimento dell'ordine nella società. Questo specialmente in un modo in cui l'ignoranza era piuttosto diffusa, e anzi maggioritaria nella società, e comunque si doveva convincere in qualche modo la maggior parte della gente, che era dominata da classi privilegiate, ad accettare senza ribellarsi a un destino tutto sommato di poche gioie e molta sofferenza. Ad esempio ad accettare patriotticamente fatti di sterminio come le guerre tra nazioni, che erano determinate da controversie di potere tra dominatori, non dall'interesse dei sottoposti. Negli anni '30 del secolo scorso in Italia si arrivò a proporre l'idea della religione come filosofia degli incolti. Questa pressione sociale collegata al mantenimento di un ordine  ingiusto venne considerata ad un certo punto come una caratteristica ineliminabile della religione, per cui la  liberazione dall'ingiustizia doveva comprendere anche la liberazione dalla religione. Questo movimento è ancora oggi in atto, ma non più verso il cristianesimo. Quest'ultimo infatti,  e con particolare efficacia nel cattolicesimo, ha cercato di affrancarsi dal legame con ordini sociali ingiusti, riscoprendo il potenziale di liberazione che è insito nell'idea di salvezza, centrale tra i principi di fede. Si è trattato di un lavoro che si è sviluppato particolarmente dalla metà dell'Ottocento e per tutto il  secolo scorso e che ha visto il protagonismo dei laici cattolici. Ai nostri giorni, nella nostra Italia, esso può essere considerato  a buon punto, almeno per quanto riguarda i fondamenti ideali, mentre nella pratica c'è sempre da fare, per la tendenza costante di vari poteri sociali di farsi accreditare opportunisticamente da autorità e movimenti religiosi per sfruttare vantaggi elettorali. Ad alcuni è apparso che, così facendo, il Cielo sia stato allontanato dalla Terra, mentre per altri, come per noi in Azione Cattolica, si è trattato di tornare a fissare lo sguardo sul Cielo, dopo secoli in cui si era stati come rinchiusi lontani da esso, costretti a contemplarlo attraverso immagini non fedeli o attraverso  strette feritoie praticate nella realtà profana che dettava legge. In definitiva è stata presa sul serio una delle obiezioni più brucianti contro la vita religiosa, che cioè essa costituisse la copertura sociale dell'ingiustizia, vale a dire che essa fosse un'impostura funzionale a  una di quelle che, nel gergo religioso, vengono definite strutture sociali di peccato (espressione entrata nel lessico del magistero cattolico nel 1987, con l'enciclica Sollicitudo rei socialis [=la preoccupazioni per i fatti della società], del papa Giovanni Paolo 2°).
  Dunque, una volta che non si è più obbligati socialmente a manifestarsi religiosi  e presa coscienza che essendolo non si è preservati dalla sofferenza e dalla morte, che cosa può determinare, dopo la prima iniziazione cristiana, ad aderire più consapevolmente e con maggiore impegno alla fede e, in fin dei conti, a sobbarcarsi un lavoro, nell'interiorità e nella società, piuttosto oneroso? Con il rischio, per di più, di apparire strani in certi ambienti sociali e quindi di non esservi accettati.
 Questo non è un luogo di propaganda religiosa, quindi lascio aperta la questione alla meditazione di ciascuno e, in particolare, a quella dei genitori che stanno accompagnando i loro figli piccoli nei primi incontro del catechismo. Si preparino a rispondere a questa domanda, perché tra non molto verrà loro fatta dai loro ragazzi.
 Per quanto mi riguarda, la motivazione adulta  alla fede mi è venuta fondamentalmente da una ribellione contro il mondo e la natura così come sono. La religione mi dice che sono imperfetti e bisognevoli di salvazione e questa è appunto la mia esperienza. Ho poi constatato che nella fede non ci si rassegna a lasciarli così come sono, ad accettarne la logica crudele della forza. E' un lavoro che sembra sovrastare le nostre forze di esseri limitati in tutto. E che  inoltre appare  addirittura come controproducente in un'ottica strettamente utilitaristica, che consiglierebbe invece di seguire la corrente e di sfruttarne le opportunità. E tuttavia è un'opera che dà gioia, perché già  il ragionare su come essere diversi, e ancor più provare ad esserlo veramente, è l'inizio di un liberazione. Se poi ci si persuade religiosamente, mettendosi in ascolto della voce che ci è portata dall'antichità e che risuona tutt'oggi, che ad essa si è chiamati addirittura dal fondamento di tutto, in  un disegno di salvezza che si dispiega nella storia fronteggiando il male che ha portato alla degenerazione dell'universo, la gioia è ancora maggiore. E' come quando si va a una festa e si pregusta la felicità dello stare insieme tra cari amici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli