giovedì 7 novembre 2013

Religione come fattore di stabilità o di critica sociale?


Religione come fattore di stabilità o di critica sociale?

 
 Uno dei temi controversi nell'Italia di oggi è se la nostra religione debba o possa essere un fattore di stabilità della società o di critica sociale. Generalizzando molto possiamo considerare che nei primi tre secoli del su sviluppo è stata un movimento di critica sociale, successivamente e fino ai primi dell'Ottocento ha contribuito a fornire una legittimazione sacrale alle dinastie sovrane civili. Successivamente ha svolto alternativamente o contemporaneamente i due ruoli o ha assunto quello, nuovo, di religione civile, vale a dire di giustificazione soprannaturale dei principi etici ai quali le leggi civili si ispiravano. Nell'Europa uscita dalla Seconda Guerra Mondiale movimenti cattolico-democratici ispirati a principi religiosi svolsero un potente ruolo nella fondazione e sviluppo di nuovi sistemi istituzionali e nel tenere unite società che erano state attraversate e duramente colpite dalla violenza politica e da quella bellica. L'Unione Europea di oggi, fondata sul principio di sussidiarietà elaborato in ambito cattolico nell'Ottocento e guidata dalla Germania a guida cristiano democratica, ne è, in parte, il risultato.
 Nell'Italia di oggi si sono sviluppate, abbastanza vivaci, correnti di critica sociale a base religiosa, in varie direzioni, sia in senso reazionario,  auspicando ritorno al passato, sia in senso riformatore o addirittura rivoluzionario: tutte sono basate sull'idea che la civiltà corrente abbia tratti anti-evangelici.
 Sull'argomento c'è stata una abbondante produzione di documenti normativi che rientrano in quella parte del magistero che viene definita dottrina sociale della Chiesa. Però, in documenti normativi molto importanti adottati all'inizio degli anni '60, fu anche precisato che la competenza in cose come queste, che riguardano in particolare la realtà profana, quindi lo spazio esterno alla liturgia, all'insegnamento specificamente religioso e i sacramenti, i laici sono portatori di una  competenza significative e sono chiamati anche ad un compito che ha natura specificamente religiosa, quello di rinnovare il mondo  secondo i principi di fede. Ecco dunque che l'Azione Cattolica, da sempre ma in particolar modo dall'epoca in cui quel ruolo dei laici ha cominciato ad essere esplicitamente riconosciuto, è impegnato in un'opera di formazione delle coscienze che non riguarda esclusivamente la dottrina  della fede, ma la conoscenza del mondo in cui si vive e la ricerca dei modi per influirvi positivamente. Si sono quindi sviluppate varie correnti di pensiero laicale in merito a questi problemi. Anche questo però è, nella nostra epoca, un lavoro in corso. Non vi sono, in altre parole, sistemi di pensiero che abbiano acquisito la stessa forza di richiamo di quello, ad esempio, di quello del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) negli anni antecedenti la Seconda Guerra Mondiale. Quello di Maritain fu insieme un pensiero di critica sociale del mondo del suo tempo e di immaginazione di un futuro stabilizzato intorno a valori desunti dai principi cristiani. La realtà è che l'imponente produzione di documenti normativi in materia sociale da parte dei nostri vescovi, in particolare da parte del vertice della nostra gerarchia, ha influito, non sempre positivamente, sul lavoro ideativo dei laici, concentrandoli sullo studio e l'interpretazione di quegli scritti di origine del clero (anche perché essi hanno per il diritto della nostra collettività, forza di legge). Non è vero che oggi su qualsiasi tema in materia di società che si voglia affrontare non si prescinde quasi mai da un riferimento a qualche documento promulgato dal nostro vertice romano?
 Bisogna però considerare che quei documenti normativi della gerarchia in gran parte, quando trattano di argomenti sociali, riflettono la collaborazione di laici particolarmente competenti e sono, dunque, un'opera collettiva, anche se vengono attribuiti al vescovo in carica che li promulga, vale a dire a chi li diffonde con autorità. Questo modo di procedere ha il vantaggio, ma anche lo svantaggio, di non far emergere il pluralismo e anche conflitti che su certi temi vi sono, nello sforzo, che c'è fin dal primo manifestarsi di una dottrina sociale quale noi l'intendiamo oggi, di mantenere la pace sociale. Questi interventi normativi della nostra gerarchia, per quanto segnalino problemi nella società, sono quindi animati fondamentalmente da un intento di essere un fattore di stabilità.  La critica che si muove a questo orientamento è che, mettendo in secondo piano il conflitto, si impedisce il rinnovamento della società, che si attua anche attraverso conflitti, come l'esperienza storica insegna. Ad esempio l'affermarsi delle democrazie popolari contemporanee e la costruzione dell'Unità d'Italia in un unico stato sono conseguite a dure lotte sociali ed anche a guerre. Così anche le dinamiche tra le forze della produzione, stipendiati e salariati o comunque lavoratori in stato di non indipendenza nella loro opera e gruppi che hanno il potere economico e giuridico di organizzare il lavoro altrui per realizzare prodotti dei quali poi lucrano il profitto,  sono inevitabilmente conflittuali, anche se nelle società del nostro tempo ci si impegna a stabilire ciclicamente degli accordi che consentano di proseguire la produzione nell'interesse comune, mentre non ha mai corrisposto alla realtà l'ingenua visione corporativa di una collaborazione tra classi  sociali animata da principi religiosi, che per decenni fu la linea normativamente imposta ai cattolici dalla gerarchia e che costituì uno dei fondamenti ideologici di quel compromesso con il regime fascista nel tremendo decennio 1929/1939, che oggi viene generalmente sentito come disonorevole, tanto che si cerca di attenuarne la gravità prospettando fatti in direzione contraria, che indubbiamente vi furono.
 Chiudo questo intervento, ripromettendomi di tornare su questi temi, osservando che, oggi, la formazione di un giovane cattolico va molto oltre la semplice memorizzazione acritica di formule dottrinarie e l'accettazione di una sorta di polizia sessuale da parte di genitori e preti, argomenti sui quali invece mi pare che si insista ancora molto (troppo), soprattutto quando i meno o i non più giovani parlano tra loro dei più giovani in genere lamentandosene.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli