Religione come
fattore di stabilità o di critica sociale?
Uno dei temi
controversi nell'Italia di oggi è se la nostra religione debba o possa essere
un fattore di stabilità della società o di critica sociale. Generalizzando
molto possiamo considerare che nei primi tre secoli del su sviluppo è stata un
movimento di critica sociale, successivamente e fino ai primi dell'Ottocento ha
contribuito a fornire una legittimazione sacrale alle dinastie sovrane civili.
Successivamente ha svolto alternativamente o contemporaneamente i due ruoli o
ha assunto quello, nuovo, di religione
civile, vale a dire di giustificazione soprannaturale dei principi etici ai
quali le leggi civili si ispiravano. Nell'Europa uscita dalla Seconda Guerra
Mondiale movimenti cattolico-democratici ispirati a principi religiosi svolsero
un potente ruolo nella fondazione e sviluppo di nuovi sistemi istituzionali e
nel tenere unite società che erano state attraversate e duramente colpite dalla
violenza politica e da quella bellica. L'Unione Europea di oggi, fondata sul
principio di sussidiarietà elaborato
in ambito cattolico nell'Ottocento e guidata dalla Germania a guida cristiano
democratica, ne è, in parte, il risultato.
Nell'Italia di oggi
si sono sviluppate, abbastanza vivaci, correnti di critica sociale a base
religiosa, in varie direzioni, sia in senso reazionario, auspicando ritorno al passato, sia in senso
riformatore o addirittura rivoluzionario: tutte sono basate sull'idea che la
civiltà corrente abbia tratti anti-evangelici.
Sull'argomento c'è
stata una abbondante produzione di documenti normativi che rientrano in quella
parte del magistero che viene definita dottrina
sociale della Chiesa. Però, in documenti normativi molto importanti
adottati all'inizio degli anni '60, fu anche precisato che la competenza in
cose come queste, che riguardano in particolare la realtà profana, quindi lo
spazio esterno alla liturgia, all'insegnamento specificamente religioso e i
sacramenti, i laici sono portatori di
una competenza significative e sono chiamati
anche ad un compito che ha natura
specificamente religiosa, quello di rinnovare
il mondo secondo i principi di fede.
Ecco dunque che l'Azione Cattolica, da sempre ma in particolar modo dall'epoca
in cui quel ruolo dei laici ha cominciato ad essere esplicitamente
riconosciuto, è impegnato in un'opera di formazione
delle coscienze che non riguarda esclusivamente la dottrina della fede, ma la
conoscenza del mondo in cui si vive e la ricerca dei modi per influirvi
positivamente. Si sono quindi sviluppate varie correnti di pensiero laicale in merito a questi problemi.
Anche questo però è, nella nostra epoca, un lavoro
in corso. Non vi sono, in altre parole, sistemi di pensiero che abbiano
acquisito la stessa forza di richiamo di quello, ad esempio, di quello del
filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973) negli anni antecedenti la
Seconda Guerra Mondiale. Quello di Maritain fu insieme un pensiero di critica
sociale del mondo del suo tempo e di immaginazione di un futuro stabilizzato
intorno a valori desunti dai principi cristiani. La realtà è che l'imponente
produzione di documenti normativi in materia sociale da parte dei nostri
vescovi, in particolare da parte del vertice della nostra gerarchia, ha
influito, non sempre positivamente, sul lavoro ideativo dei laici,
concentrandoli sullo studio e l'interpretazione di quegli scritti di origine
del clero (anche perché essi hanno per il diritto della nostra collettività,
forza di legge). Non è vero che oggi su qualsiasi tema in materia di società
che si voglia affrontare non si prescinde quasi mai da un riferimento a qualche
documento promulgato dal nostro vertice romano?
Bisogna però
considerare che quei documenti normativi
della gerarchia in gran parte, quando trattano di argomenti sociali, riflettono
la collaborazione di laici particolarmente competenti e sono, dunque, un'opera
collettiva, anche se vengono attribuiti al vescovo in carica che li promulga,
vale a dire a chi li diffonde con autorità. Questo modo di procedere ha il
vantaggio, ma anche lo svantaggio, di non far emergere il pluralismo e anche conflitti
che su certi temi vi sono, nello sforzo, che c'è fin dal primo manifestarsi di
una dottrina sociale quale noi
l'intendiamo oggi, di mantenere la pace
sociale. Questi interventi normativi della nostra gerarchia, per quanto
segnalino problemi nella società, sono quindi animati fondamentalmente da un
intento di essere un fattore di stabilità.
La critica che si muove a questo
orientamento è che, mettendo in secondo piano il conflitto, si impedisce il
rinnovamento della società, che si attua anche
attraverso conflitti, come l'esperienza storica insegna. Ad esempio
l'affermarsi delle democrazie popolari contemporanee e la costruzione
dell'Unità d'Italia in un unico stato sono conseguite a dure lotte sociali ed
anche a guerre. Così anche le dinamiche tra le forze della produzione,
stipendiati e salariati o comunque lavoratori in stato di non indipendenza
nella loro opera e gruppi che hanno il potere economico e giuridico di
organizzare il lavoro altrui per realizzare prodotti dei quali poi lucrano il
profitto, sono inevitabilmente conflittuali,
anche se nelle società del nostro tempo ci si impegna a stabilire ciclicamente degli
accordi che consentano di proseguire la produzione nell'interesse comune, mentre
non ha mai corrisposto alla realtà l'ingenua visione corporativa di una
collaborazione tra classi sociali animata da principi religiosi, che per
decenni fu la linea normativamente imposta ai cattolici dalla gerarchia e che
costituì uno dei fondamenti ideologici di quel compromesso con il regime
fascista nel tremendo decennio 1929/1939, che oggi viene generalmente sentito
come disonorevole, tanto che si cerca di attenuarne la gravità prospettando
fatti in direzione contraria, che indubbiamente vi furono.
Chiudo questo
intervento, ripromettendomi di tornare su questi temi, osservando che, oggi, la
formazione di un giovane cattolico va molto
oltre la semplice memorizzazione acritica di formule dottrinarie e
l'accettazione di una sorta di polizia
sessuale da parte di genitori e preti, argomenti sui quali invece mi pare
che si insista ancora molto (troppo), soprattutto quando i meno o i non più giovani
parlano tra loro dei più giovani in
genere lamentandosene.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli